E allora la prima repubblica? Salvini, Di Maio e Zingaretti, ecco i veri perdenti della crisi

I tre leader della Terza Repubblica sono più o meno abili a raccontare la loro narrazione nei social, ma quando offline il gioco si è fatto duro sono stati scavalcati dai padri nobili dei loro partiti che li hanno commissariati

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Cazziati, smentiti e criticati. Non importa cosa dicano Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, quando il gioco si è fatto duro, i tre leader della Terza Repubblica sono stati scavalcati dai padri nobili dei loro partiti. Più o meno abili nel raccontare la loro narrazione usando i social network, sviano con agilità le domande scomode dei giornalisti a colpi di slogan e solleticano le proprie tifoserie con le parole giuste. Ma se la politica diventa tattica vanno in difficoltà e si lasciano scavalcare, smentire, e imporre la linea da chi è abituato a ragionare con mozioni, voti e regolamenti al posto di tweet, like e dirette Facebook. La prima Repubblica non si scorda mai.

Da quando ha innescato la crisi di governo Salvini le ha sbagliate tutte. Era considerato il dominus infallibile della politica italiana. Avanzava senza timori tra un divieto di sbarco a una nave Ong piena di migranti e un proclama anti Bruxelles. E come arma di distrazione di massa usava tweet politicamente scorrettI o frasi del Ventennio per far abboccare i soliti professionisti dell’indignazione. Nessuno avrebbe potuto fermarlo. Poi, il leader della Lega ha deciso di mettere il bastone tra le ruote della gioiosa macchina da guerra sovranista e sette giorni fa ha chiesto di andare alle elezioni. Si aspettava le dimissioni immediate del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e invece ha sbattuto contro il muro della democrazia parlamentare. La richiesta di votare la mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto bocciata dal Senato è stato un autogol da novellino. Tutti sapevano che il centrodestra non aveva i numeri e quel voto ha dimostrato il peso piuma della Lega in Parlamento, con solo il 17% dei seggi. All’angolo e senza un’idea su come uscirne, Salvini ha chiesto una mano a un leghista della prima ora: Roberto Calderoli. Il vice presidente del Senato e autore della legge elettorale Porcellum è un maestro di tattica parlamentare. Nel settembre del 2015 presentò 82 milioni di emendamenti al disegno di legge Boschi usando un software inventato dal leghista Jonny Crosio che crea milioni di varianti al testo cambiando virgole, punti, lettere. L’algoritmo perfetto per fare ostruzionismo parlamentare. Solo una mente così avrebbe potuto consigliare a Salvini l’idea di votare per la quarta volta il taglio di 345 parlamentari e poi andare alle elezioni. Poco lucido e a corto di idee Salvini ha lanciato l’idea al Senato sicuro di aver messo in un cul de sac il Movimento Cinque Stelle e il Pd, ma il Quirinale ha fatto capire che pur possibile in teoria non avrebbe mai permesso di sciogliere le Camere subito dopo l’approvazione della riforma.

«Il capo decide da solo, alla fine sono responsabilità personali» ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, davanti ai giornalisti, confessando che da mesi aveva chiesto al leader della Lega di staccare la spina. Subito dopo le europee sarebbe stato il momento migliore, ora una follia. E se il numero due critica in pubblico il leader di un partito “lepenista” dove il capo comanda e tutti tacciono, vuol dire che Salvini si è dimostrato l’ultimo dei principianti. Non è un caso che nei giorni della crisi Giorgetti fosse in vacanza in montagna e sia tornato a Roma solo pochi giorni fa. Un segnale di disapprovazione per la condotta politica di Salvini. Già nel 2009 Giorgetti era considerato un possibile successore di Umberto Bossi alla guida della Lega per la sua capacità politica. E dopo la sua dichiarazione ha cominciato a ricucire le relazioni con i pentastellati, proponendo un rimpasto elettorale e poi il voto. La scelta più saggia per limitare i danni. Salvini si è lasciato dettare la linea e ha aperto a un possibile governo bis col M5S. «Non ho mai detto a Conte che volevo staccare la spina al governo, il mio telefono è sempre acceso, se ci sono ministri che dicono sì possiamo andare avanti». L’ennesima giravolta politica che mostra l’inabilità tattica di Salvini. E dire che il leader della Lega su Facebook ha creato la perfetta narrazione del papà coerente che usa il buon senso e mantiene la parola data. Ma la politica offline è un’altra cosa.

Il leader della Lega su Facebook ha creato la perfetta narrazione del papà coerente che usa il buon senso e mantiene la parola data. Ma la politica offline è un’altra cosa

Salvini piange, ma Zingaretti non ride. Da mesi il segretario del Partito democratico ha smentito un possibile governo col M5S e ha chiesto di andare al voto con tweet, post su Facebook e interviste. Quando Salvini ha innescato la crisi, Zingaretti ha mantenuto la sua linea convinto che il partito l’avrebbe seguito. Il suo obiettivo è sempre stato diventare la prima opposizione a un governo di destra centro con cui ricostruire il partito per antitesi al sovranismo e sostituire ai dem renziani che sono ora in Parlamento i suoi fedelissimi. E invece come l’ultimo dei militanti si è fatto sorpassare dal machiavellico Matteo Renzi che ha spiazzato tutti chiedendo un governo istituzionale per scongiurare l’aumento dell’Iva e lasciar rosolare Salvini all’opposizione per molto tempo. Mentre su Facebook chiede di essere pronti per andare al voto tutti i big del Partito Democratico stanno facendo a gara per far cambiare idea al segretario Zingaretti. Da Dario Franceschini a Enrico Letta fino a Romano Prodi. Addirittura secondo alcuni retroscena da verificare l’ex presidente del Consiglio avrebbe cazziato al telefono Zingaretti per non aver aperto all’accordo con i Cinque Stelle. Pure Goffredo Bettini considerato il padre politico di Zingaretti si è fatto intervistare per lanciare l’idea di un esecutivo con il M5S che arrivi fino al 2023. E dire che neanche cinque mesi fa Zingaretti è stato eletto segretario del Pd da oltre un milione di elettori. Quando si trattava di tenere unito il partito e di fare dichiarazioni innocue, il segretario ha avuto mano libera e meno attacchi del solito. Ora che però il gioco si è fatto duro, i vecchi senatori dem hanno fatto sentire il loro peso.

Anche Luigi Di Maio potrebbe essere inserito in questa lista. Il capo politico del Movimento Cinque Stelle dopo aver perso la metà dei voti alle europee ha subito una sconfitta dopo l’altra, facendosi dettare l’agenda da Salvini. Si era legato mani e piedi al governo gialloverde perché al secondo mandato da parlamentare non avrebbe potuto ricandidarsi, come tutti i ministri grillini. E così a poco a poco ha portato il M5S a crollare nei sondaggi e a perdere tutti i suoi totem identitari pur di rimanere al potere. Dopo l’annuncio di Salvini è andato nel panico, chiedendo a tutti i partiti di votare la riforma del taglio dei parlamentari, per garantire a un governo dimissionario almeno altri sei mesi di vita. «I veri amici sono sempre leali», ha commentato il leader M5S, come se la politica fosse una gita del liceo e non sangue e merda. A togliere Di Maio dall’impiccio ci ha pensato il fondatore del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo che dal 2016 aveva deciso di fare “un passo di lato” e commentare da fuori. Lo ha fatto giorno prima dell’assemblea congiunta dei parlamentari grillini che si prospettava come una resa dei conti. Grillo dal suo blog ha aperto al terzo mandato e a un governo che scongiurasse le elezioni. Come una comparsa di una tragedia greca che vede il deus ex machina risolvere la situazione quando non c’era via d’uscita Di Maio ha esultato su Facebook: «Beppe è con noi ed è sempre stato con noi». Fa strano vedere un capo politico in teoria plenipotenziario, aspettare il permesso del papà politico. Anche nei movimenti, la politica la fanno gli adulti.