TeatroUn po’ veggente, un po’ eremita (e pure molto bello): così era Samuel Beckett

A trent’anni dalla morte e a cinquanta dal premio Nobel, ecco come appare il grande drammaturgo nei racconti di chi lo ha conosciuto: ascetico, elegante e rapace. Come un uccello

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Nel saggio, raccolto in Fuga da Bisanzio e dedicato all’opera di W. H. Auden, Iosif Brodskij ammette qualcosa di tanto ovvio che finiamo con crederlo ‘magico’. L’opera di un artista ha come incipit il suo viso, il viso è la raffigurazione anatomica precisa dell’opera. Se le parole sono autentiche, lavorano nelle ossa, negli occhi, modificano la dentatura, danno orografia alla gola: non a posteriori ma a priori osservando una faccia possiamo designare uno stile. A proposito di Beckett, Brodskij trovava che fosse “terrificante” la corrispondenza tra opera e volto.

Per questo, allo stesso modo, sul “The Observer”, mostrando Another side of Samuel Beckett,Robert McCrum parte dalle fotografie. Sono quelle scattate da Jane Brown al Royal Court Theatre di Londra, “ho solo un minuto”, le disse lo scrittore, cinto, come al solito, in un solido pudore, “eccolo, il ritratto eterno dell’artista imperscrutabile, che mira i tormenti dell’esistere, eccolo ciò che per quelli della mia generazione voleva dire ‘beckettiano’: l’artista solitario, in parte veggente, un po’ eremita, ascetico, angolare, recluso”.

Per dire di Beckett non si può dire che del suo viso, che ne rappresenta l’opera. Questa è la presenza. Più dell’aura – aureola romantica che dice tutto e nulla – è la presenza a distinguere il genio dall’artigiano: la presenza, il carisma del corpo, che non si può celare, neanche volendo.

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