Trattativa Stato-Trump?Conte è il perfetto avvocato di se stesso, ma ha troppa fretta di chiudere il Russiagate

Chiamato davanti al Copasir per fare luce sui due incontri tra il ministro della Giustizia americano ed esponenti dei servizi segreti, il premier non si è scomposto e, alla fine, è stato “assolto”. Ma diversi elementi comunque non tornano

L’impressione è che la politica voglia chiudere il caso. Giuseppe Conte ha convinto il Copasir, non c’è nessun giallo. Nessun irregolarità. I partiti prendono nota e chiudono il libro. O quantomeno sperano di averlo chiuso.

Da parte sua il premier ha imparato che la miglior difesa è l’attacco. E ormai l’unico bersaglio fisso di Conte è Matteo Salvini. Così, per diradare le nubi sul capitolo del Russiagate che riguarda i suoi due governi e i servizi segreti, il premier ha scelto di sparare sull’ex ministro dell’Interno sull’altro capitolo sempre del Russiagate, quello del pasticcio moscovita che coinvolge la Lega: «Salvini dovrebbe chiarire che ci faceva con Gianluca Savoini, con le massime autorità russe, il ministro dell’Interno, il responsabile dell’intelligence russa. Dovrebbe chiarirlo a noi e agli elettori leghisti». In parole povere: io ho chiarito, lui no. E chiedeva pieni poteri, uno così privo di senso istituzionale. Ottima scelta propagandistica.

Dunque, Conte ha convinto il Copasir che tutto si è svolto secondo le regole. «Mai parlato con Trump di questa inchiesta», ha spiegato in lungo e in largo il presidente del Consiglio, più che mai calato nella veste di avvocato (di se stesso) davanti al Comitato parlamentare che voleva fare luce sulla storiaccia del doppio incontro (a Ferragosto e a settembre, dunque con due governi italiani diversi) del ministro della giustizia americano Barr con altissimi esponenti dei nostri servizi segreti, autorizzati dal premier.

«Il presidente Trump non mi ha parlato di questa inchiesta. Questa richiesta non è pervenuta dal presidente Trump ma dal ministro Barr»


Giuseppe Conte

I commissari lo hanno abbastanza torchiato per due ore e mezza – invece dei 90 minuti previsti – ma Conte, a quanto è trapelato, non si è mai scomposto. È parso sicuro di sé, preparato su un dossier che presenta obiettivamente molti punti controversi. Ha risposto a tutte le domande, come dicono gli avvocati dei loro assistiti. E tuttavia perché l’Italia sia finita nel tritacarne di questa stramba guerra fredda non è tuttora chiarissimo. Né, a pensarci bene, poteva esserlo, non fosse altro perché tutto ruota intorno alla misteriosa figura del “professore” Joseph Mifsud, detentore di molti segreti della storiaccia: cosa ne sanno i servizi segreti italiani? Perché l’intelligence americana di fatto indagava in Italia?

Inusualmente il premier ha sentito il bisogno di tenere una conferenza stampa su un’audizione segreta. Per smontare pubblicamente «le ricostruzioni fantasiose» di questi giorni.

«È stato detto che la richiesta americana di uno scambio di informazioni è stata fatta in agosto durante la crisi di governo. Falso, la richiesta risale a giugno – ha chiarito – e non c’è alcun collegamento con il tweet di Donald Trump». Cioè il famoso tweet dell’incoraggiamento a “Giuseppi”, che molti avevano interpretato come una sorta di ringraziamento per l’opera svolta in questa specie di romanzo giallo.

«Il presidente Trump non mi ha parlato di questa inchiesta. Questa richiesta non è pervenuta dal presidente Trump ma dal ministro Barr», che è anche il capo dell’Fbi, ha detto Conte. Questa circostanza è per il premier una buona via d’uscita perché Barr «si occupa di intelligence», ecco perché Conte non investì i ministri della giustizia italiani evitando dunque che la missione americana finisse in territorio politico.

Ma al di là della ricostruzione di Conte persiste comunque una legittima domanda relativa all’operato dei servizi segreti italiani, inopinatamente coinvolti dal presidente americano tramite il suo ministro della giustizia. I due incontri ci sono stati nelle sedi dovute, «non in un bar», ha spiegato il premier, incontri chiesti da Washington a cui Roma non poteva dire di no. Nulla di strano: «La nostra intelligence è estranea in questa vicenda. Abbiamo rassicurato gli interlocutori Usa su questa estraneità e ci è stata riconosciuta. Non hanno elemento di segno contrario».

E per Conte sono fuori misura le critiche al fatto che egli non abbia ritenuto di informare nessun esponente politico, né del primo né del secondo governo da lui presieduto: la responsabilità della politica dell’informazione sulla sicurezza è sua e solo sua. Resta il fatto che nei giorni scorsi ha visto Guerini e Bonafede per non meglio specificati scambi di idee.

Alla fine, tutti più o meno soddisfatti. Ogni partito d’altro canto faceva o fa parte degli esecutivi guidato dall’avvocato Conte. Nessun partito ha interesse che sotto il fumo divampi il fuoco. Che venisse “assolto” non era certo imprevedibile.

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