Ieri e oggiEffetto nostalgia, perché la politica italiana rincorre i bei tempi della Democrazia Cristiana

Il libro di Marco Follini racconta le ragioni dietro il successo di un partito che ha segnato una stagione storica ormai conclusa. Eppure c'è ancora un'eredità di fondo che anche uomini come Renzi, Salvini, Conte e Di Maio non possono ignorare

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Però, com’era bella nostra Ddr…”, dice malinconicamente il burocrate tedesco orientale nel gran film “La vita degli altri”. Il Muro era crollato, e con esso anche la vita interiore di Berlino est. Il ricordo, quello restava. Il ricordo, proustianamente: cioè il rimpianto di un susseguirsi di attimi. In italiano la cosa si declina in altro modo: com’era bella la Prima Repubblica, prima che cadesse il Muro dei partiti intesi come “democrazia che si organizza”, prima di Seconde e Terze repubbliche costruite davanti al popolo più che nel popolo, finendo talvolta per finire in un accrocchio scivoloso, e facendo sembrare la “bella politica” più quella di ieri che quella che si prepara per domani.

C’è in giro molta nostalgia, in effetti. La velocità ingoia il nuovismo mentre si parano innanzi le imitazioni, spesso penose, talvolta ambiziose. Giuseppe Conte forlaneggia, Zingaretti ha tattiche da Ditta, Renzi fa il Ghino di Tacco, la Meloni la nipotina di Almirante, persino Di Maio scopre le convenienze del doroteismo. Salvini no, lui punta direttamente allo scimmiottamento delle movenze da primo dopoguerra. Ma a suo modo anche lui fa rimpiangere una certa mitezza di quei tempi là.

Capire che cosa ha fatto l’enorme fortuna politica di un partito sorto con una certa dose di improvvisazione e subito balzato al vertice del Paese, ecco, capire il miracolo di questo trionfo è tuttora impresa aperta

Nel ricordo non tutto si staglia con chiarezza. Dal fumo del tempo esalano le domande di carattere prettamente storico: ma cos’è stata, davvero, la Democrazia Cristiana? In fondo fu non solo il partito che comandò per 50 anni – record destinato a restare imbattuto, visti i chiari di luna odierni – ma fu anche la “mamma” degli italiani, che la votavano come si obbedisce al genitore che raccomanda di non prendere freddo e di lavarsi le mani prima di mettersi a tavola. Anche con un po’ di fastidio, quindi. Eppure, la votavano. Non tutta l’Italia, certo. Ma quanto bastava a preservare una forma casareccia di egemonia.

Dunque scavare nel ricordo è compito riservato a chi c’era, a chi può raccontare. A chi sa compiere un’introspezione psicologica oltre che storico-politica. Già, com’eravamo, noi democristiani? Come abbiamo fatto a dirigere il Paese per mezzo secolo, come è stato possibile? Gli interrogativi, posti da un democristiano che a differenza di tanti parvenu della politica non ha smesso di sentirsi tale, sono assillanti, persino angosciosi. Va colta, questo flusso di coscienza, nel libro di Marco Follini (Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito, Sellerio), una lunga disamina “raccontata” come si narra una storia fantastica – eppure realissima.

La forma-racconto in effetti si presta perché la Dc è stata come un lungo sogno, come un tendone da circo – avrebbe detto Fellini, che di sogni s’intendeva – che appare d’incanto una mattina e misteriosamente scompare una notte. E capire che cosa ha fatto l’enorme fortuna politica di un partito sorto con una certa dose di improvvisazione (i comunisti, per dire, si erano temprati in carcere e in montagna) e subito balzato al vertice del Paese, ecco, capire il miracolo di questo trionfo è tuttora impresa aperta, anche in sede più propriamente storiografica.

Cosa rimane della lunga festa democristiana? Assolutamente nulla. Molto resta, invece, se si guarda al rapporto tra la società italiana e la politica

E allora Follini indaga, guardando dentro se stesso, sullo “spirito” della Dc, scrutandone tic, movenze, vizi e virtù: la proverbiale mitezza, la naturale attitudine al compromesso, l’aderenza al carattere di un popolo che chiede promozione, anche nella versione discutibilissima dei favori, ma che in fondo non vuole essere disturbato più di tanto. «La Dc fu il governo. Fu il centro. Fu il pluralismo. Fu la mediazione. Fu l’interclassismo. Furono i corpi intermedi. Fu l’anticomunismo. Fu la spesa pubblica. Fu l’unità dei cattolici. Fu, infine e soprattutto, la complicata convivenza tra tutte queste cose e molte altre ancora», scrive Follini. Manzonianamente- diciamo noi – fu insieme Don Abbondio e il Conte zio e Renzo Tramaglino. Per qualcuno (l’autore sorvola un po’ sulle pagine scure) fu anche Don Rodrigo e i suoi bravacci. Insomma, un partito-tutto, um catch all party, direbbe un moderno politologo. E anche un discreto trambusto al suo interno durato quattro generazioni di gruppi dirigenti (De Gasperi; Fanfani-Moro-Andreotti-; dorotei-sinistra; De Mita), un valzer di personalità e personaggi di vario tipo durato un cinquantennio, un bailamme di dialetti e posture, un carnevale di maschere ridanciane oppure compunte, un abbraccio di padroni e servitori sempre all’ombra di quelle che Sciascia chiamava le ragnatele del potere.

Cosa rimane della lunga festa democristiana? Assolutamente nulla, nel concreto della storia politica successiva, a parte se qualche pallido tentativo di imitazione presto evaporato nel tumulto dei fatti politici. Molto resta, invece – seppure inconsapevolmente – se si guarda al rapporto tra la società italiana e la politica, nel senso di un bisogno di quell’equilibrio che la Dc, alla sua maniera, assicurava e di cui i partiti attuali per un verso o per l’altro difettano, e non poco. Certo, l’Italia di oggi è nevrastenica, e la politica la asseconda. Quell’Italia, come scrisse Pietro Citati ricordato da Follini, aveva «il profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne che intride gli ambienti ecclesiastici», così contigui, specie agli inizi, allo Scudo crociato. Ecco, l’odore del Paese era l’odore della Dc. Fino a che “i calcinacci del Muro” – e tante altre cose – non rovinarono su piazza del Gesù, calando il sipario ma non l’oblio.

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