Pop cultureL’arte non è solo accademia, in Inghilterra lo hanno capito (e funziona)

Alto, basso, conservazione, innovazione, moderno e contemporaneo. In Gran Bretagna, per esempio nelle mostre come quelle del Victoria & Albert Museum, hanno capito meglio che in Italia cos’è la varietas

Photo by Igor Miske on Unsplash

Prigionieri del nostro illustre passato, preoccupati di conservare la memoria, attaccati in maniera spasmodica a tutto ciò che sa di antico, noi italiani dovremmo imparare dagli inglesi quanto la cultura della modernità sia ricca di spunti di riflessione, straordinaria possibilità di mescolare le carte, attraversare i linguaggi e (parlando di mostre) moltiplicare i pubblici. Per capire il tempo che stiamo vivendo l’arte in senso accademico non basta. Moda, design e soprattutto musica offrono le chiavi di volta e dunque nei musei di Londra è sempre più frequente trovare esposizioni dall’alto grado scientifico e altrettanto spettacolari, che nessun filologo british si sognerebbe di obiettare davanti a un’emozione.

Negli anni scorsi David Bowie, Beatles di Revolution e Pink Floyd furono oggetto di accurati studi e ricerche. Le tre mostre, promosse dal Victoria & Albert Museum, arrivarono anche in Italia (Bologna, Milano e Roma) con non eccellenti risultati, perché da noi si preferisce pur sempre un Caravaggio, un Bernini o un impressionista d’importazione. I curatori del più importante museo di arts and crafts del mondo predicano per statuto la commistione linguistica tra alto e basso, in netto anticipo sul postmoderno. E attraverso la pop culture l’Inghilterra celebra se stessa, nazione guida ancor più dell’America (sì, perché lo sguardo è più caustico, critico, analitico) nel passaggio tra moderno e contemporaneo.

Quarant’anni fa i Clash pubblicarono London Calling, uno degli album più importanti dei ’70, una rivoluzione sonora e iconografica, superato il punk, che oggi il Museum of London celebra con una retrospettiva a ingresso gratuito fino al prossimo aprile. A partire dalla copertina del disco, in cui la grafica riprende quella storica del primo 33 giri di Elvis Presley, e la fotografia (rubata) di Pennie Smith mentre Paul Simonon distrugge il basso al termine del concerto al Palladium di New York (esposto in mostra), materiali, video, feticci, fotografie e suoni concorrono a raccontare la storia di quella che a ben vedere possiamo identificare come l’ultima avanguardia del ‘900.

E forse non ce ne sarà più un’altra. Ecco i taccuini di Joe Strummer con schizzi, testi, annotazioni; le tracklist dei concerti compilate da Mick Jones; i drum stick di Topper Headon. Materiali provenienti dagli archivi privati dei musicisti, da collezionisti privati e dai fan del gruppo. A Londra sono bravissimi a prelevare l’anima indie e sperimentale per trasformarla in mainstream, o comunque in una lingua adatta a un pubblico trasversale, così il rock diventa patrimonio museale quanto un’installazione di Damien Hirst o un dipinto di David Hockney.

Come sanno fare gli inglesi le mostre davvero non ce n’è per nessuno, in Italia non abbiamo ancora imparato e forse non impareremo mai, settoriali come siamo

Tornando al V&A – anche senza aver fatto il programma, senza neppure sapere che c’è una visita a questo fantastico museo è sempre scelta giusta – da alcuni mesi è di scena Mary Quant, la stilista sixtie che molti conoscono come l’inventrice della minigonna ma che ha compiuto una vera e propria rivoluzione nella moda proponendo una diversa immagine della donna, quando la moda stessa assumeva un ruolo sociale molto più evidente rispetto al presente, nella Londra che sperimentava nuovi usi e costumi a partire dalla lettura del corpo.

L’epoca è la stessa raccontata nella terza stagione di The Crown e per certi versi, pur essendo passato oltre mezzo secolo, sembra davvero incredibile il mantenimento di questo straordinario equilibrio tra conservazione e innovazione. Anzi, più l’Inghilterra risulta politicamente conservatrice, più le spinte a osare e sovvertire tutto appaiono indispensabili.

Come fanno loro le mostre davvero non ce n’è per nessuno. Come accostano cose diverse tra di loro, azzardando scenari imprevisti e salti di temi e argomenti, in Italia non abbiamo ancora imparato e forse non impareremo mai, settoriali come siamo. La terza mostra da non perdere è sempre al V&A: Cars, ovvero l’automobile come strumento per viaggiare nella modernità. Non è una rassegna di auto d’epoca ma un ragionamento articolato e divertente sul passaggio dall’enfasi tecnologica del primo ‘900 alla crisi degli anni ’70 al rigetto attuale verso i carburanti inquinanti. Insieme alle macchine è cambiato il mondo e non è affatto detto che quello di oggi sia migliore, soprattutto se prendiamo in esame lo stile e l’eleganza, andati perduti.

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