Una risata vi seppelliràIl nuovo film di Zalone non è di destra, fa solo ridere (ma la sinistra non capisce che si può ridere e basta)

Salvini e Meloni resteranno delusi, ma chi accusa Tolo Tolo di razzismo e di sessismo continua a non capire la satira. Altro che secondo livello di lettura: nemmeno riusciamo più a cogliere il primo

Screenshot da YouTube

Chissà se in questi giorni Corrado Guzzanti ha telefonato a Luca Medici, per illustrargli quanto scivoloso sia il confine tra essere Mario Bambea ed essere Fabrizio Capoccetti; e chissà se quello gli ha risposto che se n’era accorto.

Luca Medici è il tizio che qualche anno fa ha inventato il personaggio di Checco Zalone, l’ha fatto crescere interpretandolo in un contesto impresentabile quale Zelig, e poi l’ha portato al cinema prodotto da un altrettanto impresentabile (Pietro Valsecchi, che produce roba come Rosy Abate, il mélo con gli spari che riesce a fare ascolti novecenteschi su Canale 5: uno da successi commerciali, che orrore).

Corrado Guzzanti è Corrado Guzzanti, il più talentuoso autore comico degli ultimi decenni ma anche uno con un solido curriculum di presentabilità sociale (Rai 3, Dandini, e altri bollini Chiquita della sinistra). Tre anni fa, assieme a Mattia Torre, Guzzanti s’inventa Dov’è Mario?, serie tv nella quale è Mario Bambea, intellettuale di sinistra con tutto il repertorio di cliché (libri invenduti, apparizioni su Radio 3, erre moscia); dopo un incidente, Bambea è preda d’uno sdoppiamento di personalità. La notte si alza dal letto e si trasforma in Fabrizio Capoccetti, comico greve che si esibisce in un cabaret sotto casa e fa battute come «Gli assorbenti con le ali: ma che, te deve vola’ la fregna?».

Nella primavera del 2016, quando la serie va in onda su Sky, il pubblico di sinistra si trova in una crisi d’identità che neanche ai tempi della Bolognina: com’è che Capoccetti ci fa ridere? È chiaro che sta lì come monito, come orrore, come ciò che non siamo e ciò che non vogliamo, no? (Il più stronzo trucco mai riuscito al diavolo è stato farci credere che la risata sia una questione culturale). Il pubblico (che è sempre assai più scemo di quanto sia prudente ammettere) si chiede: ma Corrado lo sa? Si rende conto che sta legittimando il mostro? Che il secondo livello di lettura non è per tutti? Che è un attimo che, liberàti i Capoccetti, ci ritroviamo a ridere coi Brignano? (Nessuno si senta offeso: sto parlando di me; che, perfino più che vedendo il film di Zalone, di recente ho riso alle lacrime con un monologo su Leopardi che Brignano ha fatto da Fazio. Se volete verificare l’abisso del mio capoccettismo, lo trovate nella puntata del 15 dicembre).

Il grado di separazione tra Dov’è Mario? e Tolo Tolo, il film di Zalone che esce domani e di cui da tre settimane (da quando è uscito il trailer) si delira senza sosta, si chiama Emanuela Fanelli. Era la manager che sfruttava Capoccetti, ed è la moglie che cornifica Zalone con l’immigrato nel trailer per il quale Medici/Zalone è stato accusato d’un po’ di tutto, dal razzismo nel rappresentare l’immigrato al sessismo nel rappresentare appunto la moglie. Fanelli è stata definita – da una polemista improvvisata che ha chiesto scuse «a nome di tutte le donne», delegata non si sa bene da chi – «quella povera donna», ma questo è un dettaglio secondario. Il fatto è che, in questa stagione televisiva, Fanelli è stata la star del programma rivelazione (perdonate i termini) di Rai 2, Battute?. In Battute?, ella dichiarava di fare la parodia d’un «comico romano cinquantaquattrenne». Non importa se fosse Brignano o Maurizio Battista o un altro di quelli che non piacciono alla gente che piace ma riempiono i teatri tenda. Importa che il secondo livello di lettura arriva, appunto, secondo. Al primo livello, la stragrande maggioranza del pubblico che ride non ride di lei: ride con lei. Ride con Fanelli che, inviata a Milano, scopre che i bar non fanno i supplì e chiosa «Machedavéro?»; ride con Fanelli che dice «la rivoluzione d’ottobre non era a ottobre ma che ce frega, mica so’ Corrado Augias». Nello studio televisivo, il pubblico formato dal paese reale la fermava chiedendole dove lei e le sue battute in romanesco andassero in tour. Secondo livello non pervenuto. Se Fanelli avesse fatto un terzo film da 52 milioni d’incasso e un quarto film da 65 milioni d’incasso (cioè: dieci volte di quel che incassa un film italiano considerato di successo), e se tutti aspettassero in riva al fiume gli incassi dell’imminente quinto, ci sarebbero almeno dieci polemisti pronti ad accusarla di connivenza e di vellicare i peggiori istinti del pubblico, disprezzando la cultura, la storia, e pure la produttività del nord. Per fortuna Fanelli in Tolo Tolo non c’è, è solo la povera donna del trailer.

Aspettando con grande entusiasmo le reazioni dei politici di destra (Tolo Tolo è un film che, rispetto all’immigrazione, sta così chiaramente dall’altra parte che pregusto da giorni l’embolo che partirà ad alcuni quando si renderanno conto della figura da pirla che hanno fatto intestandosi Zalone e difendendolo dagli attacchi di sinistra), pare però chiaro che non è tutto Bambea quel che si colloca a sinistra. Quando uscì il trailer, tra le ferme condanne ci fu quella di Baobab, centro d’accoglienza romano per rifugiati che nel twittare il proprio disdegno l’aveva definito «banale spazzatura per il mercato delle festività». Conservo il messaggio d’un amico che aveva visto il film e mi scrisse che, quando poi l’avessero visto, «ai Baobab piacerà moltissimo». Lo conservo per dirgli che, ancora una volta, gli intellettuali non ci avevano capito «un cazzo, ma da mo» (cit.). Perché, se a destra avranno un problema col Capoccetti che fraternizza con gli africani, a sinistra ci terranno troppo a ribadire il loro essere virtuosi per non cavillare su qualunque spunto comico: lo stregone è stereotipo africano, il migrante che dice che tutti abbiamo dentro il fascismo e vien fuori con lo stress e col caldo come la candida è inaccettabile livellamento (tu “fascismo dentro” a me non me lo dici, capitooo), l’africano truffatore è cerchiobottismo. L’unica rappresentazione non contestabile di personaggio alle prese con l’Africa, per il dolente ed erudito spettatore di sinistra, è lo spettatore stesso, ovvero la Véronique che in Carnage stava scrivendo un libro sul Darfur e cui Yasmina Reza faceva strillare «Non spiegarmi l’Africa, io so tutto di come si soffre in Africa!». Qualsiasi lettura a più livelli è bandita, con la scusa che poi i più inattrezzati non capiranno, mica che non capiamo noi.

Intervistato dal Foglio, Paolo Virzì (che ha cosceneggiato Tolo Tolo, e che ventiquattr’anni fa, in Ferie d’agosto, fece dire a Ennio Fantastichini che voi intellettuali «nun ce state a capi’ più un cazzo, ma da mo») ha sconsolatamente riassunto le polemiche sul trailer: «Una canzone che prende per il culo un omino ossessionato dagli immigrati, bruttino, vestito male, col piumino smanicato, una canzone che prende per il culo le sue ossessioni. Non era difficile da capire». Virzì è bollino Chiquita almeno quanto Guzzanti, eppure la sua presenza non è bastata a rassicurare gli avvistatori di Capoccetti pronti a soffocare il riso e trasformarlo in sbuffo pavloviano d’indignazione. Forse il tentativo di conservare la capacità di ridere pur stando dalla parte dei buoni è cosa del passato, ne restano esemplari dismessi nelle soffitte o al Bar Luce, come i telefoni a gettone e i juke-box.

Quasi tutti i grandi comici, da Totò a Villaggio, vengono rivalutati dopo: magari da non ancora morti, ma certo non quando sono all’apice degli incassi. Tuttavia, quando i figli adolescenti del ceto medio riflessivo – educati alla lettura binaria per cui razzista male e immigrato bene, e non alle sfumature, all’ironia, allo sguardo sbieco che serve per capire quel che vedi – si sono trovati davanti il trailer nei cinema natalizi, e se ne sono scandalizzati, una volta avremmo potuto pensare che è perché sono piccoli: non hanno gli strumenti, non sanno cosa sia il secondo livello di lettura, ignorano che si può ridere di tutto, a scuola gli fanno leggere la vecchia imbellettata di Pirandello ma non gli insegnano a vederla traslata nel piumino smanicato. Adesso non me la sento d’essere così ottimista, e di pensare che tra qualche anno capiranno: crescono tra adulti che mica l’hanno saputo decodificare, il piumino smanicato.

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