Pigneto goes globalIl New York Times celebra la nuova scena letteraria femminile e italiana

Merito del cosiddetto Ferrante Effect? Di sicuro, a dispetto della critica accademica più conservatrice, da qualche anno le autrici ricevono più spazio, attenzione e soprattutto riconoscimento. Tanto che diverse loro opere, tradotte in inglese, hanno incontrato un successo internazionale

GABRIEL BOUYS / AFP

Le cose stanno cambiando. Da tempo avviene nella realtà, adesso anche nella letteratura contemporanea italiana: le donne stanno guadagnando posizioni. Nuove scrittrici nascono, si fanno conoscere, incontrano il successo e diventano delle icone. È un fatto. Ma – va notato – per ottenere il meritato riconoscimento serve loro un passo in più: essere tradotte e poi sbarcare in America. È da lì che, alla fine, vengono notate ancora da una classe intellettuale troppo conservatrice.

Si pensi al caso di Elena Ferrante, nom de plume sotto al quale – si dice – si nasconderebbe Anita Raja, traduttrice e moglie dello scrittore Domenico Starnone. Non sono bastate le copie vendute, il successo evidente, l’amore dei lettori. Per convincere una certa critica (che la definiva “narratrice” ma non “scrittrice”, perché ci sono status e status) è dovuta arrivare la traduzione in inglese, la glorificazione da parte degli esperti anglosassoni e la serie televisiva firmata da Hbo.

È stato un passaggio importante, oltre che una rivincita: oltre a esaltare una scrittrice (o narratrice?) ha sdoganato un mondo fino a quel momento marginale (o, per dirla sempre con Elena Ferrante, la “smarginatura”) anche se di valore, e riconosciuto perfino: le donne. Spazzando via una antica traccia di maschilismo che sopravviveva ai piani alti della critica e dell’accademia. Traccia inespressa e per questo più pericolosa: le opere letterarie femminili dovevano essere, salvo eccezioni, un po’ meno letterarie delle altre.

Ma le cose, per fortuna, stanno cambiando. E adesso arriva anche il New York Times, con un articolo a firma Anna Momigliano, a sancirlo. La nuova leva di scrittrici (non narratrici), brave, autorevoli è arrivata per restare. I nomi sono ormai famosi: c’è Veronica Raimo, autrice di Miden (in inglese sarà tradotto come The Girl at the Door), complesso romanzo che intreccia esplorazioni della vita matrimoniale e della gravidanza sullo sfondo di una violenza sessuale sottaciuta. O Helena Janeczek, che dopo una lunga carriera come editor, costellata da successi importanti come la scoperta del giovane Roberto Saviano, ha ottenuto il premio Strega nel 2018 con il libro La ragazza con la Leica (in inglese: The Girl with the Leica), sulla fotografa Gerda Taro morta durante la guerra civile di Spagna. Erano 15 anni che non vinceva una donna. «Un bel po’ di tempo, no?», scherza l’autrice con il giornale americano. «Ma era arrivato il momento: le cose stanno cambiando».

Le donne tendono a essere meno autoreferenziali perché sono meno abituate a mettersi al centro del mondo

È una sensazione comune. La condivide la stessa Raimo, che spiega come fino a poco tempo fa «ci fosse l’idea che un romanzo scritto da una donna, o su una donna, non potesse essere universale». E non è più così».

Anzi, metà dei 20 top best-seller della fiction italiana sono opere femminili. E anche i temi si impongono: ad esempio il rapporto madre-figlia, ora considerato dalla critica e indagato in opere di qualità come l’Arminuta di Donatella di Pietrantonio (in inglese A Girl, Returned), o La straniera di Claudia Durastanti, sulla sua famiglia disfunzionale divisa tra Brooklyn e l’Abruzzo, o ancora il romanzo di Nadia Terranova Addio fantasmi, in cui si racconta il doloroso viaggio verso casa per trovare la madre di una donna ormai trentenne. Il loro successo, oltre che per i meriti impliciti, è attribuito alla maggiore apertura dei lettori giovani, per i quali è normale considerate autorevoli «scrittrici come Jennifer Egan o Zadie Smith». Loro – sembra suggerire il New York Times, ma non è l’unico – ne sarebbero le omologhe italiane.

Insomma, può essere tutto merito di Elena Ferrante e del suo dirompente successo (quello che gli americani chiamano Ferrante Effect), oppure dipendere da un cambiamento più profondo della società, come suggerisce Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, autrice di Oltre Babilonia (in inglese Beyond Babylon), fatto sta che la letteratura femminile sta venendo scoperta, o riscoperta. Insieme alla new wave delle nuove scrittrici, riemerge anche quella old, cioè le classiche: ed ecco edizioni tradotte di Natalia Ginzburg, come quella del 2017 di Lessico Famigliare (Family Lexicon) e quella nuovissima dell’Isola di Arturo, di Elsa Morante (cui dice di ispirarsi Elena Ferrante), che diventa Arturo’s Island.

In tutto questo, oltre al nuovo stile, chiaro e lontano dall’autoreferenzialità di certe opere letterarie considerate alte, fa notare Elisa Gambaro, studiosa di Letteratura all’Università di Milano, c’è anche il successo commerciale. Da un lato, la prova definitiva del valore dei libri scritti. Dall’altro, almeno per certa critica, il segno di una qualità popolare e bassa. Eppure «le donne tendono a essere meno autoreferenziali perché sono meno abituate a mettersi al centro del mondo», spiega al Nyt la professoressa di Letteratura Contemporanea all’Università per Stranieri di Siena Daniela Brogi. E hanno sviluppato un tipo di linguaggio che le renda più comprensibili – che è anche più semplice da tradurre – proprio perché sono sempre ignorate.

Questo spiega la novità. Questo spiega il successo. E, come fa da un po’ di tempo, spiega anche il cambiamento.

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