Contro lo scenario OrbanUn patto trasversale per salvare lo Stato di diritto (anche con Salvini)

Fermare il giustizialismo e salvaguardare la politica è nell’interesse di tutti, anche del leader della Lega se non vuole essere il prossimo a salire sulla giostra. Ma i diritti devono valere per tutti, immigrati compresi, o non valgono niente

Partiamo dall’ipotesi più favorevole per tutti gli accusatori di Matteo Renzi, e cioè che lui e quelli che collaborano con lui siano colpevoli, che la fondazione Open e ogni altra forma di raccolta di risorse da loro organizzata non sia stata altro che la copertura di un giro di tangenti. Se anche così fosse, e domani o dopodomani venisse pienamente dimostrato (il che sarebbe comunque una bella novità rispetto ai tanti casi che negli ultimi anni hanno fatto cadere ministri e interi governi senza dimostrare alcunché), non cambierebbero di una virgola i termini generali del problema politico sollevato da Renzi nel suo discorso di giovedì in Senato.

Sarebbe accettabile che sulla base della semplice ipotesi che i finanziamenti a un politico siano in realtà finalizzati a uno scambio (ipotesi, attenzione, che è sempre plausibile), i magistrati sequestrassero carte e telefonini di centinaia di persone con l’unico torto di aver finanziato il politico in questione, e da quel momento in poi cominciassero a spulciarli in cerca non già delle prove, ma del reato?

E che i frutti di questa attenta cernita filtrassero regolarmente sui giornali, colpendo quindi la reputazione tanto dei finanziatori quanto del politico, con l’ovvia conseguenza di distruggerne ogni possibilità di raccogliere risorse? E se non è esattamente questo che sta accadendo, che cosa abbiamo letto e di cosa si sta discutendo da una settimana sui giornali?

E se questi sono i capi d’imputazione, ebbene, non c’è un solo partito che non sia un’associazione a delinquere, ma non nell’Italia di oggi: in qualunque parte del mondo e in qualsiasi epoca, dal primo giorno in cui l’uomo inventò il partito politico

Non è – quest’ultima – una domanda retorica. Può darsi infatti che l’inchiesta condotta dai magistrati di Firenze si dimostri col tempo più solida di quello che appare al momento (fermo restando che è difficile immaginare una giustificazione plausibile per l’enormità delle misure adottate nell’acquisizione dei documenti, ma sarà sicuramente un limite della mia immaginazione). Resta il fatto che nel dibattito attualmente in corso, chiamiamolo così, sui giornali e in tv, gli argomenti sono quelli che ho appena esposto. E se questi sono i capi d’imputazione, ebbene, non c’è un solo partito che non sia un’associazione a delinquere, ma non nell’Italia di oggi: in qualunque parte del mondo e in qualsiasi epoca, dal primo giorno in cui l’uomo inventò il partito politico.

Negli Stati Uniti, i maggiori finanziatori del candidato vincente alle presidenziali vengono premiati con la nomina ad ambasciatore nelle sedi più prestigiose. In Italia sarebbero arrestati tutti per traffico d’influenze. In America, un generoso finanziatore di Donald Trump, da lui nominato ambasciatore, poche settimane fa ha testimoniato sull’impeachment, denunciando l’inconfessabile «quid pro quo» tra la concessione di aiuti militari all’Ucraina e l’apertura di un’inchiesta da parte di Kiev contro Hunter Biden, figlio del possibile sfidante di Trump alle prossime elezioni. Perché in America, anche se lo chiamano in latino, hanno ben presente la differenza che c’è tra uno scambio illecito e la semplice natura transazionale della politica. Di conseguenza, a scandalizzare non è il fatto che il presidente abbia nominato ambasciatore un suo finanziatore, ma che abbia minacciato di danneggiare gli alleati, e dunque lo stesso interesse nazionale, in cambio di un illecito vantaggio sui suoi avversari interni. In altre parole, non il presunto traffico d’influenze per ottenere sostegno in campagna elettorale, ma l’abuso di potere.

Esattamente il contrario di quanto avvenuto in Italia durante il governo gialloverde, quando alla retorica e alla legislazione giustizialista si è unita la copertura del comportamento del ministro Salvini sul caso Diciotti da parte dell’intera maggioranza, permettendogli così di sottrarsi al processo. E arrivando persino a teorizzare in Parlamento che l’eventuale reato – sequestro di persona, non finanziamento illecito – non era perseguibile in quanto conseguenza di una decisione del governo. Proprio ciò che, in una democrazia ancora dotata del minimo istinto di sopravvivenza, avrebbe dovuto costituire la peggiore delle aggravanti, e il primissimo motivo di allarme per un’opinione pubblica non drogata da decenni di populismo e di antipolitica.

Per evitare questa china occorre dunque che le forze politiche approfittino del tempo a disposizione, prima che la situazione precipiti verso una nuova campagna elettorale, per mettere in sicurezza lo Stato di diritto

Questa dunque è la situazione in cui ci troviamo oggi. Una situazione che, a meno di un sussulto di lucidità da parte del Parlamento, ha solo due possibili sbocchi. Uno pessimo e uno molto peggiore. Il primo è che l’ascesa di Salvini e del centrodestra segua la stessa parabola di tutti i governi e di tutti i leader politici degli ultimi anni, spingendo l’opposizione a dare battaglia sul terreno giudiziario e così alimentando ulteriormente la deriva populista dell’intero sistema. Il secondo è che, per sfuggire a questo esito, il centrodestra tenti quella spallata che non è mai riuscita nemmeno a Silvio Berlusconi, e punti quindi a fare cappotto, magari grazie all’aiuto di qualche ingenuo sostenitore del maggioritario anche in area di centrosinistra, al taglio dei parlamentari e alla conseguente possibilità di ridisegnare l’intero equilibrio dei poteri (Quirinale, Consulta, Csm e così via). Nel primo caso finiremmo in una riedizione più truce del ventennio berlusconiano. Nel secondo caso in una riedizione più dolce, e tecnologicamente avanzata, del ventennio mussoliniano. O comunque, come minimo, nell’Ungheria di Viktor Orbán.

Per evitare questa china occorre dunque che le forze politiche approfittino del tempo a disposizione, prima che la situazione precipiti verso una nuova campagna elettorale, per mettere in sicurezza lo Stato di diritto e la divisione dei poteri. Una strategia che può passare solo attraverso un patto trasversale agli schieramenti, senza vincoli di maggioranza (né di opposizione). Se necessario, anche a costo di mettere a rischio il governo, e pronti nel caso a formarne un altro, al solo scopo di bonificare il terreno di gioco prima di riprendere lo scontro. Dunque rivedendo radicalmente – tanto per cominciare – l’intera legislazione che ha prodotto simultaneamente la sostanziale abolizione del finanziamento pubblico e la criminalizzazione del finanziamento privato ai partiti.

Se i probabili vincitori delle prossime elezioni avessero un minimo di lungimiranza, non dovrebbero faticare a capire che una simile svolta è nel loro interesse. Proprio per questo, però, l’offerta andrebbe formulata in termini molto netti, chiarendo sin dall’inizio che lo Stato di diritto o vale per tutti o non vale per nessuno; che non può esistere un habeas corpus per i politici e un altro per i semplici cittadini; che le garanzie costituzionali o si applicano a tutti – leggere il labiale: immigrati compresi – o non valgono niente.

Dite che è un’ipotesi irrealizzabile, velleitaria, assolutamente implausibile? Non lo nego. Ma non ne vedo di migliori.

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