MonologrammiParliamoci chiaro, ossia non parliamoci affatto

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

Photo by Kobu Agency on Unsplash

Ti parlerei di niente, sì, di niente, solo di niente (che poi non è facilissimo), questo vorrei. Parlarti (o scrivere, come qui, di parlarti di niente) è tradurre in parole, è una presunzione, un egotismo, è amor di me autore prima che amor di te, sarebbe solipsismo, tu esisteresti soltanto perché ti parlo o scrivo, capisci? Sarebbe praticità, agirei solo io, e il mio sarebbe interesse individuale d’agente, in funzione di aggettivo, anche partecipe ma in quanto participio a te presente, per provocare in te un effetto affettivo. Ma, se devo essere agente, allora voglio essere segreto, voglio segretamente conoscere questo: che nel non aver nulla da scriverti o dirti, anzi nel dirti di non aver nulla da dirti (e scriverlo pure), sento quello che non è né suono né rumore e che non è fruscio, e che non c’è la parola per dirlo o per dirla l’indicibile toccata, diciamo (senza dirla) l’aderenza, lo sfioramento, la radenza di pelle sulla pelle, il combacio e, anche, sì, l’accavallamento, ecco, non c’è la parola, benissimo, meglio, così mi risparmio di continuare a sproloquiare.

E noi saremo le nostre spie (da noi smascherate) al momento dello scambio, quando, incrociandoci, non proseguiamo ovvero proseguiamo ma non di lato, bensì una a petto dell’altro compattandoci addosso, e il noi non è più noi ma è un tu per tutti e due, tu sono io e sei tu, tu sei tu e son io. Dicendo tu a te dico tutto di me, tu tutto di te dicendo tu a me. Parliamoci chiaro, ossia non parliamoci affatto perché questa è chiarezza: non dir nulla, restare abbacinato io per primo dalla chiarezza, a bocca aperta e muta. Sennò dovrei trovare le parole, capisci? Trovarle. Mettermi a cercarle, e questo mi distoglierebbe da te. Mi sentirei come un ladro in un racconto di Stevenson, col pennino di Stevenson che mi pungola, che mi punge la nuca. Dovrei, poi, usarle le parole, usarle, capisci? Farle fruttare, come un usuraio sempre in un racconto di Stevenson. Mi sono mai preoccupato di dar loro, alle parole, da mangiare e da bere e un luogo dove poi dormire bene, mi chiedo in un racconto di Dickens? Da mangiare che? Nemmeno so che. Magari le costringo a lavare fiaschi fino alla limpidezza, fiaschi da abboffare.

Ora so che le parole, le più sontuose e le più misere sono magre uguale, un po’ di pelle tipografica e un ossicino fragile, una lisca, forse solo una spina spuntata, e dormono male, malissimo, tra loro, sulle loro stesse spine, e noi le traiamo dai loro sogni allarmati e le sbattiamo su questi convogli di frasi, poi anche le cancelliamo, talune, senza ringraziamenti, o le torciamo e le facciamo girare da prima a dopo un verbo e, si sa, i verbi sono rulli da grattugia. Siamo noi che soffiamo in quella pelle e la gonfiamo come una zampogna. Non hanno forse, spesso, quel suono nasale di zampogna a varie cannucce e pifferi, le parole, anche leggendole? Sono aerofone le parole, sono fatte d’aria soffiata da noi, attraverso un ancia a spina (ecco la spina, alla quale facciamo la punta come si fa alle matite, eccola la punta di spillo che fa i puntini organizzati dal computer per fare le lettere), e quella punta spesso buca l’otre e la parola scoppia e s’affloscia con un belato da ciaramella abbandonata. Ma senza le parole, cos’è il significato, che razza di roba è? Non mi rispondo perché sarei impreciso e, tra l’altro, la risposta approssimativa a questa domanda, il tentativo di una certa quale risposta è in tutti i libri messi assieme e in tutte le parole dette da sempre, pensa un po’, e ancora ce ne saranno, di parole scritte e di parole dette, che avanzano come lave e fanghiglie, disseccate, indurite, tiepide le più recenti, infocate le recentissime e di precipitosa presunzione, accavallate, schiumose, bulicanti, che fanno la ressa, che fanno la fila, che fanno il rigo, le righe significanti, servili, striscianti, volubili e duttili e malleabili, illuse di somiglianze con l’oro: il significato sceglie alti modelli luccicanti, inebrianti, pericolosi, facili agli scambi convenienti, ondeggianti a seconda dei venti, è di valore variabile e, allo stesso tempo, si offre come fermo e intransigente bene rifugio chiuso e ottuso.

Ma cos’è il significato? Ma, secondo te, le parole lo sanno cosa mai sia il significato? O, al contrario, le piante, i fiori, le stelle, tutti i corpi celesti, per dir poco, conoscono i nomi che li designano, quindi li significano? No, né propri, né comuni, né collettivi. Il senso, invece, è semplice a non dirlo perché non è linguistico, lo senti ma non a parole. Dirlo a parole è un tentativo (un altro), solo un tentativo complicato, complesso, così che il senso non è più quel senso se lo dici. Gradisce il silenzio, il senso. Non lo ama ma lo conquista e lo sottomette ossia lo sovrappone a sé. Scegliere di dire che senso ha il senso in te, è una disfatta, anche ridicola, si diventa una propria caricatura. Magari ti vengono fuori anche belle frasi. Ma che cosa sono le belle frasi? Prima di tutto non sono cose. Sono quello che sono, belle frasi, caricature anch’esse. Di che? Della bellezza, caricature di bellezza, della bellezza che non può essere detta (anche perché, se vogliamo svelare un segreto, nemmeno esiste tanto è bella, e per questo è bella). Puoi dire solo come è (ossia che è anche brutta, per come spesso l’ho sentita dire con repellenti parole). Il come non è il che, ecco.

Ecco, i miei sensi – uniti in un solo senso, il senso di te – prendono in me il potere per poi offrire a te la loro resa muta. O è così o non è, o è così o non ha senso quel che dico. Come qui, vedi? Questa pagina è una strage di parole disfatte dopo la mia battaglia col significato rumoroso e con il silenzioso senso. Ho perso. Non ho niente da dirti, avvincimi. Fa’ di me quel che vuoi.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta