Vecchie fantasie al potereIl campo demopopulista di Zingaretti e la tragedia del Pd che non c’è più

Il segretario si barcamena tra l'idea di un partito laburista alla Corbyn e il corteggiamento dei grillini, con un unico punto fermo: colpire Renzi. L’alternativa è ricostruire una federazione di forze liberali e progressiste, ma non è il suo campo

GABRIEL BOUYS / AFP

Mi ero ripromesso di non scrivere più nulla sul Pd da quando ne sono uscito pochi mesi fa; solo per rispetto ai tanti amici e alla tante amiche con cui ho condiviso un percorso politico negli ultimi quindici anni e che hanno deciso di restare in quel partito che abbiamo contribuito a fondare nel 2008. So, sento, infatti, che condividiamo una visione politica comune e una comune lettura della realtà, che sono più forti delle polemiche e delle contrapposizioni in merito alle scelte, tattiche, di ognuno. Poiché esiste un domani, so che ci troveremo dalla stessa parte al momento opportuno.

O di qua o li là
Ma dopo l’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera dal segretario Nicola Zingaretti francamente non riesco più a tacere, perché costituisce, potremmo dire, la ricapitolazione in poche risposte della cultura politica che pensavamo di esserci lasciati alle spalle con la fondazione del Pd. Una ricapitolazione inoltre che, alla luce di quelli che è accaduto nel regno Unito pochi giorni fa, appare non solo stantia, ma surreale.

Il ragionamento di Zingaretti è racchiuso in un passaggio: quello in cui chiede a Matteo Renzi di decidere in quale campo stare, senza rendersi conto che quello che manca a sinistra è proprio “il campo”, alla cui ricostruzione aveva dedicato la sua candidatura alla leadership di partito. Infatti dal 2018 non c’è più il centrosinistra come lo avevamo conosciuto perché l’affermazione del populismo antipolitico del M5S e il collasso della sinistra radicale lo ha scompaginato. Parallelamente, l’affermazione della Lega salvinizzata ha terremotato il centrodestra.

La vittoria populista del 2018 ha dunque scassato il sistema politico, obbligando tutte le forze politiche fino ad allora maggioritarie a ridefinire progetto e identità. Forza Italia, nata come partito personale – da non confondere con il partito del leader – sta morendo insieme al declino del suo “padrone”, irresoluto e pavido, decidendo, senza deciderlo, di scomparire e di confluire nel sovranismo leghista. Rinuncia così, definitivamente, alle componenti liberali e europeiste della sua identità politica, fino ad allora maggioritarie nel partito, a tal punto che queste per sopravvivere sono costrette a riorganizzarsi all’esterno. La proposta sovranista rapidamente ha rimodellato la destra italiana – area dominata più dagli interessi che dalle passioni – dandole una nuova identità, nazionalista e illiberale, secondo un itinerario che hanno seguito altri partiti e raggruppamenti di stampo liberale in Europa.

Ricostruire la sinistra: un’impresa impossibile
Il Pd inizialmente ha puntato a “ricostruire la sinistra”: il “campo largo” di Zingaretti e Bettini, sostenuto dallo sforzo di rinnegare il progetto riformista renziano, rappresentava il tentativo di declinare anche in Italia il ritorno a sinistra del laburismo britannico guidato da Jeremy Corbyn, che allora appariva sulla cresta dell’onda, aggregando attorno al Pd le forze a sinistra che erano uscite con Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. Su questa proposta avevano vinto al congresso, ma anche favorito la scissione renziana, nella convinzione che senza l’ex segretario il campo largo si sarebbe costruito più rapidamente e meglio dal punto di vista del profilo identitario.

Ma subito il progetto si è rivelato inconsistente: pur buttando a mare lo spirito del Lingotto e promuovendo il ritorno ai Ds l’obbiettivo di ritrovare immense falangi di elettori e militanti che avevano abbandonato il partito diventato di destra si è rivelato fallace. Zingaretti è rimasto con un pugno di mosche in mano, perché, come molti di noi avevano sostenuto, a sinistra non c’era più nulla: né idee, né popolo. C’erano solo frammenti di ceto politico alla ricerca di una improbabile sopravvivenza, con il sostegno della “stampa di regime”, si sarebbe detto un tempo, abbondantemente dispiegato.

Se Corbyn avesse guardato all’Italia prima di scrivere il suo “libretto rosso”, forse avrebbe rinunciato a farlo; o, purtroppo, no, visto che come D’Alema o Zingaretti anch’egli pensa che essere di sinistra sia innanzitutto credere in una ortodossia che ruota intorno alla critica del capitalismo e alla lotta di classe piuttosto che in un metodo politico aperto, che consente di ridisegnare le vie del progresso e della giustizia sociale – mai disgiungibili – in ragione delle trasformazioni costanti dei modi di produzione e della società, determinate anche dai risultati dei conflitti sociali. Nonostante sia passato più di un secolo, la famosa espressione del “revisionista” Bernstein, «il fine è nulla, il movimento è tutto», resta ancora inascoltata e disattesa, ma è il cuore di ogni politica riformista.

Dal “campo largo” al campo populista
Fino alla nascita del governo giallorosso il “campo” non c’è, dunque, Ma dopo il fallimento di quel primo tentativo, Zingaretti si converte a costruire un’ alleanza strategica con il M5S, cioè a costruire un “campo demopopulista” nel quale la sinistra ex comunista, con un drappello di ex democristiani ministerialisti, si allea con un presunto populismo di sinistra rappresentato dal movimento costruito da Beppe Grillo, con il quale cercare di contrastare la forza elettorale della destra sovranista e illiberale.

È un cambiamento di rotta di 180 gradi, del tutto diverso dalla alleanza tattica proposta da Renzi per impedire il default del paese dopo il fallimento del governo gialloverde, perché si fonda sul presupposto di una comune identità programmatica e valoriale tra i due partiti, plausibile solo se si pensa che il Pd sia diventato una forza socialpopulista che al presidio assistenzialista dei lavoratori sindacalizzati, dei pensionati, delle corporazioni degli impiegati pubblici, unisca l’antipolitica mirabilmente sintetizzata dal giustizialismo e dalla soggezione alla repubblica dei magistrati.

Il “campo” nel quale dovrebbero stare Renzi e Italia Viva è dunque questo, costruito sull’intreccio tra Grillo e Fabrizio Barca, tra Luigi Di Maio e Goffredo Bettini, tra Alfonso Bonafede e Gianni Cuperlo. A questa chiamata Renzi ha già risposto con un secco no, rendendo inutile la domanda stessa, perché in quel contesto la sua presenza sarebbe inutile e farebbe presto impallidire le ragioni stesse per le quali ha costruito Italia Viva.

Il campo che non c’è
Ma la risposta di Renzi non potrebbe essere diversa anche perché questo “campo” non esiste, perché il gruppo dirigente del M5S è diviso e perché alla prima prova elettorale in Umbria si è schiantato contro il muro della destra. La foto di Narni è irriproponibile.

Quel “campo” è per ora soltanto il pio desiderio del gruppo dirigente del Pd alla disperata ricerca di una via d’uscita dal cul de sac in cui Zingaretti lo ha messo, nella sua forsennata guerra contro il riformismo renziano. Appena lo propone, Di Maio lo sberleffa, per la semplice ragione che il suo movimento non è di sinistra e resta una forza anti-establishment ondivaga e irrisolta – potremmo dire, oltre il vaffa quasi niente – che non può costruire con una forza di sistema come il Pd un rassemblement politico, capace di durate nel tempo, pena la sua scomparsa. Si può fare un governo d’emergenza, non una coalizione destinata a governare a lungo su un programma condiviso di medio periodo.

La richiesta a Renzi di stare “di qua o di la” dunque è ancora più campata per aria, perché il “di qua” non solo è sbagliato, ma non c’è nemmeno e se le elezioni in Emilia Romagna andranno nella direzione auspicata, forse non ci sarà mai.

L’alternativa al demopopulismo
Ma questa richiesta perentoria nei confronti di Renzi è ancora più grave perche è costruita su una premessa sbagliata: che non abbia alternative.

Se il Pd non avesse dismesso la visione maggioritaria e non avesse deciso di diventare un partito di sinistra costretto ad allearsi con pezzi di populismo per garantire la propria funzione di partito di governo, oggi potrebbe mettersi al centro di un processo di riaggregazione delle forze liberal-progressiste che rappresentano, questa sì, una prateria, per lo smottamento del liberalismo moderato racchiuso in Forza Italia. Invece che mettersi mani e piedi nelle mani di Giuseppe Conte, che rappresenta anche antropologicamente il trasformismo dei vecchi notabili meridionali, cioè una cultura politica e istituzionale collocata storicamente sempre ai margini della democrazia liberale e assai lontana dalla sinistra, il Pd potrebbe ritrovare la sua vocazione di partito della nazione che federa, da Renzi, a Carlo Calenda, a Mara Carfagna, a Emma Bonino, le forze del liberalismo progressista e quelle centriste, laiche e cattoliche, con l’obbiettivo di portarle alla guida del Paese. Potenzialmente questa aggregazione è già più forte dell’alleanza con i 5S, elettoralmente in caduta libera.

Certo, si tratta di una via più impervia politicamente – e forse impossibile – per un gruppo dirigente ammaliato dal populismo, ma è in realtà assai più concreta di quello che si pensi, se solo i riformisti rimasti nel Pd assumessero una iniziativa politica in grado di rendere visibile un percorso politico alternativo e di riaprire giochi dentro e fuori la sinistra.

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