Mettersi in ascoltoHans Christian Andersen era un grande scrittore. E per capirlo bisogna ascoltare il podcast “Butterflies and Ballerinas”

Nonostante la celebrità delle sue fiabe, pochi al di fuori della Danimarca conoscono la storia, i miracoli e gli struggimenti di un autore incompreso e complicato. In quattro puntate, il conduttore Michele Dalai guida gli ascoltatori alla scoperta di un genio

ODD ANDERSEN / AFP

È stato un grande scrittore, è ancora celebre in tutto il mondo, le sue opere vengono lette da tutti (e chi non le ha lette ne conosce comunque il contenuto). Non solo: sono entrate nell’immaginario collettivo, hanno dato vita a modi di dire e creato paradigmi culturali. Eppure, in una eventuale classifica di autori e libri, pochi si ricorderebbero di lui e delle sue fiabe per l’infanzia. È lo strano e beffardo destino di Hans Christian Andersen, scrittore danese del XIX secolo che, a un primo sguardo, non ha bisogno di presentazioni.

Eppure non è così. Perché tutti conoscono le avventure della Sirenetta (anche grazie al lungometraggio animato Disney), e ricordano la storia della principessa sul pisello, o si sono commossi pensando alla triste fine della piccola fiammiferaia. Ma solo gli studiosi di letteratura danese, o gli abitanti di Odense (la sua città natale) sanno qualcosa di più del suo autore. La sua sfolgorante (e quasi miracolosa) carriera, i dubbi profondi, il senso di rivalsa e la costante, continua sensazione di non vedere riconosciuto il proprio talento rimangono sullo sfondo.

Per fortuna, a colmare questa lacuna interviene – dono fortunato – Butterflies and Ballerinas, podcast in quattro puntate (più o meno 25 minuti ciascuna) di Michele Dalai, realizzato per storielibere.fm. Solo seguendo il filo del viaggio (reale e virtuale) che fa lo scrittore, conduttore e autore radiotelevisivo italiano, si coglie la grandezza, oscurata dalla categoria “per l’infanzia”, di Andersen.

Anche per Dalai racconta nel podcast, quella di Andersen è stata una (ri)scoperta. Chi conosceva la storia, quasi miracolosa, della sua vita? Nato da una famiglia poverissima, con un padre sognatore e amante dei libri e una madre analfabeta (e superstiziosa, poi dedita all’alcol), uno zio rinchiuso in un manicomio, il giovane Andersen si dimostra, fin da subito, divorato dal desiderio di diventare (o di dimostrare di essere?) un artista. Compreso il senso di estraneità nei confronti dei suoi coetanei. Solo a prezzo di durissime fatiche, di uno studio matto e disperatissimo avvenuto in condizioni umilianti, riuscirà a impossessarsi degli strumenti culturali necessari per diventare uno scrittore (ma lui sognava di essere anche cantante, attore, ballerino). E non solo: di diventare uno scrittore di successo.

Il “caso” Andersen, fa notare Dalai, si rispecchia nelle storie che racconta: è lui, in un certo senso, il “brutto anatroccolo”, il diverso, l’emarginato, non collocato e non collocabile, che riesce con la sua propensione nei confronti dell’arte, a trovare una posizione nel mondo – che, almeno per lo scrittore, rimarrà sempre incerta e tormentata. Un narratore infaticabile (oltre alle fiabe, scrisse romanzi, opere teatrali, canzoni, poesie e lettere a non finire) e un pensatore originale (fondendo il pensiero cristiano alla letteratura arriva ad anticipare alcuni spunti freudiani, e ispirare Franz Kafka) che grazie a borse di studio e incoraggiamenti vari di patroni illuminati, riesce a conoscere l’Europa e vagare di città in città. Incontrerà Charles Dickens (ma finirà male), arriverà in Italia (e se ne innamorerà, soprattutto della Scala di Milano) tornerà in patria in gloria.

Il racconto di Butterflies and Ballerinas, titolo bizzarro che sarà spiegato solo nell’ultima puntata, segue il percorso di Dalai e dei suoi due amici/collaboratori lungo le strade di Odense, dove si alternano, con un ritmo mai noioso, studiosi, impersonatori, conoscitori dell’opera di Andersen. Pezzo dopo pezzo, luogo dopo luogo, il ritratto si completa. E la statura letteraria dell’autore danese emerge imponente.

Cosa non da poco: attraverso le descrizioni, i suoni e i rumori del podcast, si entra in contatto con le atmosfere di quel nord luminoso, diradato e accogliente (è la famosa e bonaria hyggelig), dallo spirito semplice e allegro. È quello che spinge i danesi a considerarsi i veneziani della Scandinavia, e che induce i simpatici viandanti del podcast a fermarsi ad assaggiare birra, mettersi addosso coperte per resistere al freddo, indugiare nella luce del sole. Contemplando i luoghi, fiabeschi, di Andersen.

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