Already GreatL’economia degli Stati Uniti vola, ma il merito non è di Trump

Il presidente gongola al World Economic Forum di Davos e assicura che «l’America è tornata a vincere di nuovo». Ma dall’occupazione alla crescita The Donald ha ereditato una situazione perfetta. Ha avuto solo il merito (eventuale) di non rovinarla

JIM WATSON / AFP

Donald Trump gongola al World Economic Forum di Davos e assicura che «l’America è tornata a vincere di nuovo». Secondo il presidente degli Stati Uniti il suo Paese è nel bel mezzo di un boom economico, ma il pubblico di economisti, finanzieri, intellettuali e giornalisti venuti ad ascoltarlo non sembrano così convinti. Per lui solo dieci secondi netti di applausi, il minimo indispensabile. La solita élite schizzinosa verso i sovranisti? Forse, ma anche fuori dalla cittadina svizzera che ospita ogni anno il gotha della finanza mondiale, sono in pochi a credere che gli ottimi numeri dell’economia americana siano tutto merito di Trump.

«”È l’economia, stupido”, tranne quando si tratta di Trump. I media fake news odiano parlare di economia e di quanto sia incredibile!» ha twittato con un certo risentimento il presidente degli Stati Uniti, citando lo slogan ideato dallo stratega politico James Carville per la campagna elettorale di Bill Clinton del 1992. Se l’economia è l’unica cosa che conta per gli elettori, Trump dovrebbe vincere agilmente le elezioni di novembre. I numeri sono ottimi in molti campi: in tre anni di mandato ci sono 6,7 milioni di posti di lavoro in più, la disoccupazione è scesa al tasso più basso degli ultimi cinquant’anni: solo il 3,5%. Il reddito medio delle famiglie è aumentato del 2,3%, così come gli stipendi del 2,5%, mentre il tasso di povertà è diminuito dello 0,9% raggiungendo l’11,8%, il dato più basso dal 2001. E il mercato azionario è alle stelle.

Ma quanto di tutto questo è merito delle scelte fatte da Trump? E soprattutto: ha rispettato le promesse fatte in campagna elettorale? A guardar bene, non è tutto oro quello che luccica: nel 2019 l’economia è cresciuta del 2,1%, ma più lentamente di quanto promesso dal presidente degli Stati Uniti in campagna elettorale. Secondo Larry Kudlow, il principale consulente economico della Casa Bianca, il Pil degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere almeno il 3% nel 2020. Ma secondo la previsione del Congressional Budget Office, il prodotto interno lodo reale (cioè al netto dell’inflazione) crescerà solo dell’1,9% nel 2020. Troppo poco per parlare di boom. Eppure nel dicembre del 2017 con l’ottimo dato del Pil in crescita di oltre il 3% Trump aveva promesso davanti alle telecamere: «Nessuno pensava potessimo arrivare al 3%. Penso che arriveremo al 4,5 e forse anche 6%». Non è successo. Solo nel primo trimestre del 2019 è tornato al +3,1%, molto lontano dai picchi raggiunti da Barack Obama che nel secondo trimestre del 2014 aveva portato il Paese a crescere del 5,5%.

Nonostante una buona crescita, il disavanzo federale in tre anni di Trump è aumento di 2,8 trillioni, +1,2 trilioni solo nel 2019, il livello più alto raggiunto in 12 mesi dal 2012. Com’è possibile in un paese vicino al pieno dell’occupazione arrivare a oltre un trilione di deficit in un solo anno? Forse servivano dei soldi per finanziare il suo shock fiscale che ha aumentato il deficit federale detenuto dal governo, +19,3%. Così come Il numero di persone senza assicurazione sanitaria è aumentata di quasi 2 milioni in soli tre anni. Non solo, il Tax Cuts and Jobs Act del novembre 2017 ha privilegiato le grandi multinazionali più che i singoli cittadini. I tagli alle tasse avrebbero dovuto stimolare una nuova ondata di investimenti. Invece, secondo l’economista premio Nobel, Joseph Stiglitz, «hanno solo innescato un record storico di acquisti di azioni (800 miliardi di dollari) nel 2018». Tradotto: i soldi sono rimasti nel mercato e non nell’economia reale. Ecco spiegato il perché dei mercati alle stelle.

In effetti i numeri bisogna guardarli nel contesto. Quando il presidente degli Stati Uniti è entrato in carica, l’economia era al suo ottavo anno di crescita consecutivo. Quanto si può far male da una posizione di partenza così buona? Dire che il tasso di povertà è sceso dello 0,9% in tre anni sembra un ottimo dato. Ma rispetto agli anni precedenti non è così positivo, visto che nel 2015 e nel 2016 è sceso rispettivamente dell’1,3% e 0,8% contro il +0,4% e +0,5% dei primi due anni di mandato di Trump.

Stesso discorso per l’occupazione: 6,7 milioni in più di lavoratori sono tanti. Ma il trend dura dal 2010 ed è iniziato grazie a Barack Obama. Quanto può prendersi il merito Trump di una crescita di due anni e 11 mesi quando i lavoratori sono aumentati ininterrottamente per nove anni prima del suo arrivo? E anche a guardare la media fatta dal sito di debunking FactChek.org, sotto la presidenza Trump i posti di lavoro sono aumentati di 191mila unità al mese, mentre nel secondo mandato di Obama (2012-2016) erano 217mila. E il presidente afroamericano ha ereditato un Paese in cui nel 2009 si perdevano 800mila posti di lavoro al mese.

Il vero successo di Trump riguarda l’aumento medio degli stipendi, mai cresciuti così tanto dal 2001. Né George W. Bush, né Obama ci erano riusciti. Ma «se prendiamo il salario medio di un lavoratore maschio a tempo pieno è inferiore del 3% rispetto agli anni Ottanta», ha spiegato Stigliz. Forse come spiega bene un’analisi di Bloomberg: «L’economia degli Usa è in una posizione migliore rispetto a qualsiasi altro periodo rispetto al 2001, ma questo paragone maschera la stagnazione che c’è stata negli ultimi 20 anni». E poi, secondo alcuni analisti economici l’aumento salariale più rapido è stato tra i lavoratori con basso stipendio. Sarebbe un effetto diretto dell’aumento del salario minimo previsto in numerosi Stati dell’Unione. E per la prima volta dopo tre anni di crescita costante, il 2018 è stato il primo anno in cui non c’è stato un aumento rilevante del reddito delle famiglie americane. Il quarto anno di mandato, sotto questo punto di vista, non si annuncia positivo per il presidente.

Nel 2016, Trump ha vinto promettendo agli elettori di rilanciare le fabbriche e la manifattura. E in effetti nel 2017 e 2018 i lavoratori nel settore sono aumentati di 458mila unità (+3,7%), molto più che nell’era Obama dove i posti di lavoro erano diminuiti in modo considerevole (-193mila). Ma nel 2019 c’è stata una brusca frenata dovuta anche alla politica dei dazi portata avanti da The Donald: solo 46mila unità in più. Un crollo. Il presidente degli Stati Uniti non è riuscito a recuperare il divario di quasi 900mila lavori persi nel settore manifatturiero dalla crisi economica di tredici anni fa. E gran parte del suo bacino elettorale proviene da quegli elettori delusi.

Trump non è il peggior presidente della storia degli Stati Uniti, ma neanche il migliore. I numeri della sua amministrazione sono buoni, ma non così tanto rispetto al passato. Almeno non tali da poter affermare che sia «la migliore economia che abbiamo avuto nel nostro Paese», come ha fatto Trump. Il presidente ha avuto un grande merito: non danneggiare totalmente l’ottima eredità che gli è stata data, e un aiuto importante della Federal Reserve, la banca centrale Usa, che ha ridotto i tassi di interesse. È l’economia, stupido.