Economia sfericaI droni da selfie saranno pure cool, ma non è questa l’innovazione che ci serve

L’ultima diavoleria sfornata al Consumer Electronics Show di Las Vegas è il dispositivo che manda ufficialmente in pensione il bastoncino allungabile per farsi le foto. Siamo sicuri che avrà grande successo. Ma mentre posiamo per l’ennesimo scatto dovremmo farci qualche domanda seria su noi stessi

Photo by Jared Brashier on Unsplash

Essere entrati negli anni ’20, ci hanno fatto sapere in questi giorni da Las Vegas, significa, tra le tante altre cose, anche saper dire addio al decennio del selfie stick, cioè del bastoncino reggi telefonino che ci siamo abituati a vedere immancabilmente in mano a turisti di tutto il mondo ma anche a semplici flâneurs. Ora, per selfie sempre più performanti, è il turno dei droni.

La compagnia americana che produce quello presentato al CES di Las Vegas pensa a un mercato di riferimento composto da quei consumatori appartenenti alle generazioni Millennial e Z che vogliono ottenere lo scatto perfetto, quello che riesce solo in congiunture astrali particolarmente favorevoli. Insomma, in un mondo in cui ogni giorno ci scattiamo cento milioni di selfie, come ci ha ricordato il direttore generale della compagnia nella presentazione del prodotto, trovare la giusta angolazione per mettere in risalto le nostre doti e le nostre bellezze mentre teniamo la fotocamera da soli può essere difficile, e forse anche deprimente aggiungerei. Perché non affidarsi a un drone che può farlo per noi?

Dal 1967 a oggi, nei primi giorni di gennaio, la più conosciuta città del Nevada ospita il Consumer Electronics Show, la più grande fiera al mondo dell’elettronica di consumo dove vengono presentate tecnologie, idee e invenzioni spesso talmente visionare che non vedranno forse mai la loro realizzazione, ma dove molte di quelle tecnologie davvero finiranno per entrare nelle nostre quotidianità nel giro di qualche anno o addirittura di qualche mese. Cosa che probabilmente accadrà con questo drone da selfie, che in effetti è un dispositivo leggero, compatto, disponibile a poche decine di dollari anche su Amazon, che si alza in volo sino a una altezza di venti metri dal suolo, è gestibile da applicazione, garantisce risoluzione di dodici megapixel, realizza video in Full HD e ha un obiettivo angolare con campo visivo da 70°.

Certo è un device divertente e in tal senso non c’è alcun giudizio morale su di esso, né l’intento di fustigare costumi consolidati, tuttavia lasciatemi dire che non è certo questo quel che ho immaginato e immagino quando dico che è arrivato il tempo di ri-mettere l’uomo al centro. Non è questa l’applicazione pratica di quell’Umanesimo Digitale che ho individuato e ritengo essere lo spazio che si crea al crocevia tra la mia Economia 0.0 e la Tecnologia, intesa questa come la cifra della nostra epoca. Un’epoca in cui le potenzialità di un cambiamento globale non sono più ingabbiate nella classica dicotomia tra rivoluzione ed evoluzione, tra strappo fulmineo ma violento e modificazione democratica ma lenta, e in cui tutti quanti, dai singoli cittadini alle aziende agli Stati alle comunità scientifiche, possono giocarsela su un terreno nuovo: quello della cooperation. Ma a questo punto servi tu!

Una delle parole che più mi emozionano, motivano, guidano, ispirano, è servizio. Una parola che, se incarnata da molti e condivisa per un bene maggiore – perché comune –, potrebbe essere risolutiva.

C’è bisogno della conversione finale di una massa critica di persone che decidano di consacrarsi a qualcosa di maggiore del solo se stessi. Non è assolutamente una questione religiosa e nemmeno spirituale. Si tratta di vita pratica, tremendamente pratica. E perché ciò possa accadere, ho capito in questi anni che c’è un passaggio necessario per un vero e profondo cambiamento: bisogna sottoporsi a uno stato d’obbligo, cioè sottoporsi all’espressione di una visione maggiore della nostra e che ci possa orientare.

Il sistema non vuole il tuo miglioramento, la tua trasformazione. C’è allora un’unica via possibile per ricostruirsi un futuro altrimenti già deciso: guardarsi dentro. Quale è, dunque, quell’addestramento che ponga le proprie abilità, originarie o acquisite che siano, al centro della nostra esistenza, rendendole non più causa per un ennesimo momento di vanità ma facendole divenire dono per me e per gli altri? Come trasformare il bisogno di un costante riconoscimento dall’esterno per cosa si è o si crede di essere, e cosa si dà o si crede di dare, in pura gioia fine a se stessa, liberandosi dal senso di inadeguatezza e dal veleno della recriminazione? Dobbiamo rivalorizzarci guardandoci dentro. Non dall’alto.

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