Nemici amiciErdogan e Putin, la strana coppia che vuole dividersi la Libia (mentre Conte e Di Maio giocano)

Nonostante sostengano fazioni differenti, il presidente turco e il leader russo hanno chiesto il cessate il fuoco tra le milizie di Haftar e Al-Sarrāj. Il Gas e il petrolio spingono Mosca ed Ankara a dominare nell’area, anche grazie all’imperizia del governo italiano

ALEXEY DRUZHININ / SPUTNIK / AFP

Ci sono quattro attori e uno spettatore nella lotta per l’egemonia del Medio Oriente. Stati Uniti e Iran hanno deciso di alzare la tensione in Iraq, attaccandosi con droni e missili. Gli altri due protagonisti, Russia e Turchia, nonostante le grandi differenze hanno scelto invece il dialogo e gli affari per arginare il caos in Libia, assegnarsi il ruolo di mediatori e spartirsi le zone d’influenza. Mentre l’Unione europea rimane a guardare lo spettacolo della Realpolitik nell’era del multilateralismo.

L’8 gennaio a Istanbul Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan si sono incontrati per chiedere il cessate il fuoco in Libia a partire dal 12 gennaio. Da una parte ci sono le milizie di Fāyez al-Sarrāj, il leader di Tripoli appoggiato dalla Turchia e riconosciuto dalla comunità internazionale. Dall’altra c’è il generale Khalīfa Ḥaftar sostenuto da Putin, Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti che grazie a oltre 500 mercenari russi del gruppo Wagner controlla le città di Bengasi, Sirte e l’est del Paese, la Cirenaica.

L’accordo è il tentativo non riuscito di replicare quanto accaduto a ottobre, quando Ankara ha ottenuto il controllo dell’area di 30 km a nord della Siria in cui abitano i curdi, e Mosca ha consolidato la sua influenza sulla zona meridionale del Paese controllata da Assad. Al-Sarrāj ha già accettato, mentre Haftar ha rifiutato. «Ringraziamo la Russia per il suo sostegno ma non possiamo smettere di combattere il terrorismo», avrebbe detto Ahmed Al-Mismari, sedicente portavoce dell’Esercito nazionale libico.

Il no di Haftar, non cambia comunque i rapporti di forza in Libia. Mentre continuano le schermaglie tra Stati Uniti e Iran, Turchia e Russia rimangono i due attori più influenti. Erdoğan ha mandato un contingente di 35 soldati per supportare Al-Sarrāj. Non combatteranno, ma avranno un ruolo di coordinamento con le milizie libiche e forse controlleranno anche le truppe di ribelli siriani appoggiate da Ankara che potrebbero essere inviati nel Paese.

Per Erdoğan è decisiva la sopravvivenza di Al-Sarrāj visto che a dicembre ha siglato con Tripoli un accordo sui confini marittimi che concede ad Ankara di estrarre gas e petrolio in un’area strategica controllata dal governo libico. Come si è visto dal no di Haftar, Putin non controlla il generale libico come il suo protetto Assad in Siria e i mercenari russi del gruppo Wagner che combattono con il generale non sono riconosciuti ufficialmente dal governo russo. Ma questo non impedirà a Putin di continuare a creare tensione nella regione, magari cedendo alla Turchia zone d’influenza per avere in cambio più raggio d’azione in Siria. Come ha ricordato, Khaled Mishri, presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico in un’intervista a Repubblica, i russi avrebbero consegnato ad Haftar altri 5 miliardi di dinari in banconote a dicembre. E non smetterà certo ora.

La dichiarazione congiunta di Istanbul è l’ultima mossa di una strana coppia geopolitica che non ha mai smesso di scontrarsi in politica estera, dalla Siria alla Libia, dalla guerra del Kosovo negli anni Novanta alla disputa tra Azerbaigian (appoggiata dalla Turchia) e l’Armenia (supportata dalla Russia) per il controllo del Nagorno-Karabakh negli anni Dieci. Ma i due leader hanno sempre avuto il fiuto di non aumentare la tensione per continuare a fare affari. E soprattutto non farsi del male. Eppure ne hanno avute di occasioni per scontrarsi. Per esempio nel 2015 quando al confine con la Siria due F-16 turchi colpirono un Su-24 di Mosca, il primo abbattimento di un aereo russo da parte di un paese della Nato dal 1952. Oppure l’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrei Karlov, nel dicembre 2016. Due eventi che in altri tempi e altre latitudini avrebbero scatenato una guerra sono passati sottotraccia. In un modo o nell’altro Putin ed Erdoğan sono riusciti a normalizzare i rapporti.

Cosa spinge Russia e Turchia a non alzare la tensione? La risposta sta nel motivo dell’incontro dell’8 gennaio a Istanbul: l’inaugurazione del TurkStream, il terzo gasdotto che unisce i due Paesi. Dagli anni Novanta Mosca è diventata il principale fornitore di energia della Turchia. Non solo gas. Erdoğan ha fatto acquistare il sistema di difesa aerea russo S-400 creando un momento d’imbarazzo istituzionale con gli Stati Uniti e gli altri Paesi Nato nella riunione del Patto Atlantico, svoltasi a dicembre a Londra.

Il no di Haftar potrebbe rimettere in gioco Stai Uniti e Unione europea ma la dichiarazione congiunta di Erdoğan e Putin è il segnale che se l’Occidente abbasserà la guardia, gli altri attori della regione non si faranno problemi a occupare spazio. In politica estera non esiste il vuoto. Turchia e Russia non hanno mai voluto esportare la democrazia. E come potrebbero i due campioni dell’autoritarismo? Nessuno dei due leader vuole la riunificazione della Libia, ma entrambi apprezzerebbero un armistizio che divida in due il Paese, permettendo a ognuno di coltivare la propria sfera d’influenza. E perché no, sfruttare i giacimenti di idrocarburi della regione. In attesa della mossa successiva. In fondo la Realpolitik è l’arte di fare un compromesso alla volta.

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