Tra il Medio Oriente e la Casa Bianca
In un colpo solo Trump ha eliminato un nemico e si è scelto l’avversario alle presidenziali (almeno crede)

Il mondo senza Soleimani e i sanguinari come lui è un posto migliore, ma il problema è un capo della Casa Bianca senza strategia se non quella di promuovere se stesso ed essere rieletto. Speriamo che gli iraniani ci caschino e che i Democratici invece no

JOE RAEDLE / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

La dinamica della campagna elettorale americana è cambiata improvvisamente dopo l’uccisione di Qassem Soleimani ordinata da Donald Trump. Si può dire che in un solo colpo il presidente ha eliminato uno dei nemici principali in Medio Oriente e si è anche scelto l’avversario di novembre, radicalizzando le primarie democratiche e quindi consegnando anticipatamente la nomination a Bernie Sanders, il più radicale e quindi il più battibile degli sfidanti nei quattro o cinque Stati in bilico che decideranno le elezioni.

Si può anche sostenere il contrario, in realtà, cioè che l’avvio di una probabile stagione di tensione, se non di conflitti armati internazionali, farà emergere la necessità di affidarsi a gente esperta di politica estera e affidabile sulla sicurezza nazionale come Joe Biden.

Sia la tesi della radicalizzazione delle primarie sia quella della razionalità dell’elettore hanno aspetti convincenti, e altri meno, ma certamente la prima reazione dei candidati democratici si è espressa su questa linea, con Sanders l’unico candidato a condannare apertamente l’assassinio di Soleimanie quindi a occupare la posizione di candidato pacifista e gli altri, Biden, Mike Bloomberg, Pete Buttigieg e anche Elizabeth Warren, a premettere che il generale iraniano era un farabutto, ad aggiungere che Trump non sembra avere un piano per affrontare le conseguenze della sua azione e a concludere che non permetteranno un’altra guerra senza fine in Medio Oriente. Elizabeth Warren, impegnata a contendere a Sanders i voti dell’ala sinistra del partito, è stata costretta a una mezza marcia indietro, inviando una seconda serie di tweet più vicini alla posizione pacifista del senatore socialista del Vermont, questa volta senza riferimenti al cattivo generale iraniano, confermando come nelle ultime settimane la senatrice del Massachusetts abbia perso lo smalto iniziale.

La questione, dunque, non è Soleimani, ​la questione come sempre è Trump. La questione non è la guerra con l’Iran, perché la guerra con l’Iran è in corso dal 1979, a intensità ridotta solo negli anni di Obama grazie all’accordo sul nucleare e al momentaneo avversario comune Isis. Negli ultimi due decenni a guidarla è stato proprio Soleimani, il quale anche negli anni di Obama non aveva come obiettivo principale cacciare l’Isis, ma scongiurare uno Stato iracheno autonomo, cacciare gli americani dalla regione e costruire una sanguinaria via iraniana della seta per far muovere velocemente uomini e armi da Teheran al Libano, passando dall’Iraq e dalla Siria, con destinazione finale Israele.

Il Medio Oriente senza Qassem Soleimani​, gran capo dei pasdaran iraniani, senza Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dello Stato islamico, senza Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda, senza Muhammar Gheddafi, dittatore della Libia, e senza Saddam Hussein, rais dell’Iraq, è un posto migliore. E non sarebbe male se al potere non ci fossero più nemmeno Bashar Assad, macellaio della Siria, Ali Khamenei, Grande Ayatollah a Teheran, Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah in Libano, i wahabiti in Arabia Saudita e l’infinita lista di despoti, di islamofascisti, di fanatici, di apocalittici e di miliziani che popolano la regione dalla fine del colonialismo europeo (anche a causa di esso) e poi usati come pedine geopolitiche negli anni della Guerra Fredda tra mondo libero e comunismo.

L’attacco contro Soleimani e le sue Guardie repubblicane iraniane, ovvero contro il principale fattore di instabilità nella regione degli ultimi 40 anni, non è preoccupante perché sentiremo la mancanza del sabotatore dell’invasione angloamericana dell’Iraq, dell’assediatore di Aleppo, del burattinaio della Siria in combutta con Putin, del minacciatore di Israele, dell’assassino di americani, israeliani, iracheni, libanesi e yemeniti e del massacratore di suoi stessi concittadini, mille soltanto negli ultimi mesi per sedare le proteste contro il regime teocratico di Teheran, ma perché sembra essere stato deciso d’impulso, con la leggerezza con cui si invia un tweet, senza una strategia, senza immaginare che cosa potrebbe accadere subito dopo e senza un piano realistico nel caso gli iraniani, presenti massicciamente in tutta la regione, dovessero rispondere all’uccisione del loro capo militare.

Nel 2003, dietro l’invasione dell’Iraq, c’era la volontà di reagire subito alle stragi di New York e Washington, ma anche una grande strategia democratica contro la cultura dell’odio che i despoti mediorientali allo stesso tempo coltivavano e contenevano per spaventare l’Occidente, farsi riempire di soldi e sottomettere i propri sudditi. Il progetto non ha funzionato per molte ragioni e altrettanti errori e ingenuità, ma soprattutto perché ha sottovalutato la forza del radicamento del pensiero politico sunnita e perché gli sciiti di Soleimani si sono messi di mezzo per far fallire l’Iraq ed evitare un pericoloso contagio in Iran.

Come Obama, Trump non cerca di cambiare i regimi. A differenza di Obama, non si fida degli Ayatollah. E al contrario di Bush e di Obama, dimostra di non avere problemi a colpire il capo militare della Repubblica Islamica. Trump ristabilisce le linee rosse da non oltrepassare. Fa il bullo di strada, forse bluffa, magari spera che gli iraniani si spaventino. Ma a spaventare tutti è proprio l’idea che alla Casa Bianca ci sia un presidente irrazionale capace di tutto.