L’Italia di DanteVedi Napoli e poi capisci la “Commedia”. Le storie dantesche di Giulio Ferroni

Nonostante la città partenopea figuri poche volte nell’opera del poeta fiorentino è lì che riposa Virgilio, colui che gli fece da guida e che ne formò la coscienza poetica

da Wikimedia Commons

Perché cominciare da Napoli, città in fondo così poco presente nell’esperienza e nell’opera di Dante? È vero che non vi mancano richiami geografici, storici, linguistici al regno di cui Napoli era capitale: ma alla città si allude solo nel De vulgari eloquentia I ix 4, menzionando napoletani e caietani (abitanti di Gaeta) come esempio di diversità di linguaggio tra genti di stirpe affine, nel Convivio IV xxix 3, dove la città Napoli è ricordata in quanto patria di una famiglia di antica nobiltà (i Piscicelli), mentre nella Commedia viene nominata un’unica volta, in questo richiamo di Virgilio alla propria sepoltura. Virgilio, appunto, “maestro” e “autore” di Dante, prima apparizione, primo determinante incontro di tutto il poema, guida morale e modello letterario assoluto.

Nel segno di Virgilio prende avvio e si svolge la scrittura del poema, in quella “classica” continuità su cui nel secolo scorso tanto hanno insistito Ernst Robert Curtius e Thomas Stearns Eliot. Per questo cominciamo da Napoli e da quel sepolcro di Virgilio su cui tante suggestioni si sono accumulate nei secoli, tra la fama del poeta sapiente e mago e il misterioso richiamo delle grotte e degli antri presso Mergellina, che ha continuato ad agire a lungo, fino a tempi più vicini.

È anche il caso a portarmi a Napoli lunedì 14 aprile 2014, anche per presentare, allo storico Caffè Gambrinus, un libretto, Caffè a Toledo, che raccoglie brevi testi sui caffè napoletani di scrittori napoletani e stranieri: libretto pubblicato da una piccola casa editrice di qui, Compagnia dei Trovatori, di cui si occupa un appassionato amatore di cultura, Piero Antonio Toma. Certo un giorno qualunque questo 14 aprile: ma mentre scorre veloce la FrecciaRossa che di buon’ora mi porta a Napoli mi accorgo che nella data c’è qualcosa di strano: essa mi spinge a un gioco numerologico, forse gratuito, che in questo orizzonte dantesco non riesco a reprimere, forse come ironico antidoto agli eccessi numerologici di certi interpreti della Commedia. In fondo con i numeri si può fare di tutto: e 14-4-2014 mi incanta con gli incastri del 4 e del 14, con la replicata epifania del 4. Se poi vengo a sommare le singole cifre diverse da 4 (1+2+1) ottengo un altro 4; se faccio la somma di tutte le singole cifre (1+4+4+2+0+1+4) mi viene un bel 16, quadrato di 4 che dà un senso di rotondità e di scansione, come lo dà l’esito della successiva moltiplicazione per 4, quel 64, quadrato di 8, che mi fa pensare a libri costruiti in 16 paragrafi distribuiti in 4 capitoli di 4 paragrafi ciascuno, o a poemi/racconti in 64 lasse.

Questa numerologia di struttura autoavvolgente a base binaria è comunque del tutto opposta a quella dantesca, ascensionale a base ternaria, con i suoi 3, i suoi 9 e i suoi 33, le sue diversioni verso il 7, la chiusura risolutiva affidata a 100: è vero però che al di là dell’originario progetto di Dante, almeno il Convivio è rimasto segnato dal 4: ne restano 4 trattati, anche se ancora solo tre sono quelli che commentano le canzoni (ma nel piano originario 15 trattati dovevano commentare proprio 14 canzoni!). La numerologia del 4 e del 16, proiettabile verso il 64, numero delle caselle della scacchiera, che un po’ per gioco ricavo da questo 14-4-2014, ha comunque un sapore tra moderno e postmoderno, sembra richiamare una cultura che si riavvolge su se stessa, su equilibri combinatori, su scarti intertestuali, sull’eterno ritorno dello stesso, sulla definitiva impraticabilità dell’esperienza: e mi vengono in mente la scansione in sessantaquattro caselle, bianche e azzurre, di una tela-scacchiera del pittore americano Ellsworth Kelly, e certi libri del mio amico Franco Cordelli scanditi in 64 lasse o capitoletti.

Arrivato a Napoli, al suo brulicante caos, tralascio le possibili elucubrazioni sull’eventuale passaggio dalla numerologia antica e medievale a quella moderna e postmoderna, scarto ogni rilievo sul peso che il cosiddetto pensiero digitale o computazionale assume nella nostra vita quotidiana (vanità delle teorie e degli infiniti attestati sociologici, semiologici, psicopedagogici, su questa nostra era digitale!), e mi immergo nello splendore primaverile di questo 14 aprile 2014. Un gentile autista, comunque tutto preso da squilli, messaggi, colloqui telefonici, mi porta subito a Mergellina: poi a piedi scantono tra la chiesa di Piedigrotta e la stazione di Mergellina (approdo tante volte in passato di treni chiamati rapidi, che non esistono più, e per me di incontri col grande amico Giancarlo Mazzacurati, che abitava a Posillipo) e mi inoltro solitario a fianco della chiesa sullo stretto marciapiede che passa sotto il viadotto della ferrovia e porta verso la galleria Quattro Giornate: prima della galleria c’è l’ingresso del Parco virgiliano (ma Parco virgiliano viene chiamato anche quello comunemente più noto e frequentato che si trova sulla punta della collina di Posillipo).

Non c’è nessuno: solo il guardiano nella garitta, e qui tutto il brusìo di Napoli sembra attutito, distanziato, sospeso. Si procede subito sul vialetto contornato da varia vegetazione, soprattutto da piante virgiliane: un vero orto botanico, dove le singole piante sono accompagnate da cartigli che alle denominazioni corrente e scientifica aggiungono riferimenti e citazioni dai testi virgiliani.

da L’Italia di Dante. Viaggio nel Paese della Commedia, di Giulio Ferroni, (La Nave di Teseo, 2020)

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