Sopra le righeE se l’ultima trovata di Salvini in Emilia fosse un boomerang?

La propaganda elettorale del capo leghista sul “processo agli italiani” (che sarebbe il suo, per il caso Gregoretti) sta esondando nel ridicolo. Ma siamo sicuri che l’auto-narrazione vittimista da Silvio Pellico non venga interpretata come una mossa isterica?

ANDREAS SOLARO / AFP

L’ultima trovata denuncia qualche cedimento nervoso, è troppo grottesca per essere reale, sembra una delle famose scuse di John Belushi nei Blues Brothers: solo che al posto dell’invasione delle cavallette qui c’è il processo, un processo politico “al popolo italiano”. Troppo, su. E se Matteo Salvini avesse esagerato con questa carnevalesca immedesimazione con Silvio Pellico? E se fosse una Papeete bis, un altro mojito, insomma una sparata-boomerang, una farneticazione, una vittimistica smargiassata, anche se questo pare un ossimoro, un goffo travestimento da Alfred Dreyfus 2.0, insomma una pubblicità-regresso che alla fine stuccasse i palati normali dei poveri emiliani e romagnoli? Siamo sicuri che funzioni?

Il salvinismo, si è abbondantemente capito, è stare di molto sopra le righe. Ma quando diventa circo equestre, nel senso dei trucchi dell’illusionismo che gli adulti sopportano solo per amore dei figli, ecco che siamo alla ripetizione di vecchi numeri, sempre quelli anche se paiono nuovi. “Mi arrestano, mi arrestano”, piagnucola seppur tuonando il Nostro, ma francamente non si vedono gendarmi con i pennacchi all’orizzonte e neppure è detto che ci sarà mai un processo (chi ci scommette sul sì della Lega in aula a febbraio?), e lui lo sa che è tutta retorica ottima per i comizi finali – purtroppo gli strateghi del Pd ne hanno amplificata l’eco con il tira e molla sulla data – con lo stolido slogan “arrestino gli stupratori, non i ministri”. Ma finito il comizio resta nulla, proprio come i circhi quando smontano e se ne vanno.

Illusione, propaganda. Perché il capitano coraggioso nel precedente identico caso della Diciotti si era barricato dietro il no all’autorizzazione, linea confermata anche all’inizio del caso Gregoretti e poi cambiata guarda caso proprio a ridosso del voto emiliano per andare nei paesini per fare la parte di un San Sebastiano trafitto dalle lance, un azzardo nei confronti della realtà. O di un Mandela, di un Gramsci, o di un Joseph K. incomprensibilmente ma ineluttabilmente votato al Processo, e ivi certamente condannato (lo ha suggestionato la Bongiorno, «ti possono dare 15 anni») proprio come il povero Pellico, che però era contro gli Asburgo e non contro 116 disperati, di cui intende rinnovare l’impresa letteraria (ma le Sue prigioni sarebbero in italiano decente?).

Insomma non è detto che i pragmatici emiliani e romagnoli abbocchino all’amo dell’eventuale carcerato, soprattutto quelli che non hanno ancora deciso se e come votare, ancora poco lucidi fra buongoverno bonacciniano e buonismo sardinista uniti nella lotta e dall’altra parte questa specie di spregiudicato conducator. Non è detto inoltre che se fallisse il colpaccio del 26 gennaio non gli verrebbe imputato – che so, dalla rampantissima Giorgia Meloni – questo imbizzarimento finale in una campagna elettorale che era parsa vincente, della litania vitttimistica contro aguzzini immaginari e contro l’implacabilità della legge.

E già, il “Capitano” fa mostra di gran coraggio denudando immaginariamente il petto (eco di Milano Marittima) scegliendo il patibolo come destino ma la realtà è molto meno eroica, ed è da vedere se il gioco impudente del carta vince-carta perde lo vincerà o se il silviopellichismo di Matteo Salvini verrà ricordato come l’ennesimo spettacolo italiano da quattro soldi.

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