Memoria collettiva“I padri e i vinti”, tutto il Novecento in una storia di famiglia

Dalla guerra fino agli anni ’70, tra passaggi tragici e atti di generosità. Lo scrittore e documentarista Giovanni Mastrangelo racconta tre generazioni, che incrociano i grandi momenti del secolo breve

AFP

Oggi la scelta non è più essere fascisti o antifascisti. Per me, del resto, non è mai stata una scelta, neanche prima quando a Roma c’era il duce. Mio padre non è mai stato fascista, mia madre di conseguenza neanche. I miei tre fratelli non sono mai stati fascisti e uno dei loro figli adesso è in montagna coi partigiani di Giustizia e Libertà. Mi chiamo Flora e quando mi sono sposata nel ’22 mio marito non era ancora diventato fascista.

Lo è diventato qualche anno dopo, quando è nata nostra figlia Vera. Pietro era entusiasta delle idee del duce e certe volte, quando me ne parlava, gli vedevo brillare gli occhi. Fascista lui, fascista anch’io di conseguenza. Poi è nato Alberto e da Venezia siamo andati a vivere a Milano in una grande casa coi balconi che davano proprio su corso Magenta. Eravamo felici – felici di tutto, della nostra vita, dei figli, di come passavano quegli anni che a noi, come a tanti altri italiani, sembravano dorati.

Insomma essere fascista non è stata una mia scelta, è stata una conseguenza naturale delle cose. Sono passati vent’anni. Poi è venuta la guerra. L’anno scorso in agosto gli inglesi hanno bombardato Milano. La nostra casa è stata sventrata da una bomba che si è infilata dentro al cunicolo dell’ascensore e l’ha colpita proprio nelle fondamenta. Quando è cessato l’allarme e siamo usciti dal rifugio non c’era più. Dalla strada vedevamo la sala e la cucina divise in due, coi muri anneriti ancora fumanti. Pietro stava lì e piangeva. Alberto e Vera per fortuna non erano con noi e non l’hanno visto – è un uomo grande mio marito, alto, forte, con gli occhi chiari. Piangeva come un bambino, come se gli fosse cascato tutto addosso in quella notte: il fascismo e la disfatta.

Oltre al dolore e alla paura, era come se all’improvviso si vergognasse. In ogni caso il problema non è più il fascismo – essere o non essere fascisti. Lo dice sempre anche Pietro: lo siamo stati tutti, o almeno quasi tutti. Il problema è un altro, soprattutto adesso che abbiamo già perso la guerra. L’unico vero problema di coscienza è la fedeltà ai principi. Quando mi sono sposata ho giurato in chiesa che sarei stata fedele a mio marito. A lui sono sempre stata fedele, non al fascismo. La politica non la capisco e non l’ho mai capita – è qualcosa che ti piove sulla testa, una mattina ti svegli e c’è la guerra e il duce non comanda più. A Salò o a Milano sotto le bombe, oppure sfollati su queste montagne, per noi madri di famiglia non cambia mai nulla.

I mariti possono anche parlarne con noi mogli, ma sono loro che decidono quello che sarà meglio fare d’ora in poi, ciò in cui dovremo credere quando la guerra sarà finita. Decidono i mariti, i padri di famiglia, gli uomini che amiamo. Così deve essere. L’unica cosa in cui credo in questi giorni di sconfitta, l’unico valore che conta di fronte alle bombe e di fronte alla morte, l’unica speranza che ci resta è la famiglia. La mia famiglia.

da I padri e i vinti, di Giovanni Mastrangelo, La Nave di Teseo, 2020

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