I due PapiEcco perché Francesco ha congedato Padre Georg (c’entra di nuovo il libro di Sarah e Ratzinger)

Il prefetto della Casa Pontificia è stato allontanato da Bergoglio, malgrado la Santa Sede non confermi. Ad aver fatto traboccare il vaso proprio il fatto di non aver “sorvegliato” a dovere l’Emerito, lasciando che si facesse manipolare dagli ultraconservatori

Andreas SOLARO / AFP

Congedo a tempo indeterminato per l’arcivescovo Georg Gänswein, che, pur mantenendo momentaneamente l’incarico di prefetto della Casa Pontificia, potrà così dedicare più tempo a Benedetto XVI.

A far esplodere l’ennesima bomba al di là del Tevere è stato Die Tagespot. L’autorevole giornale cattolico conservatore, collegato all’Opus Dei, ha anche ricordato come il presule, in ragione del suo ruolo, fosse apparso l’ultima volta accanto a Papa Francesco durante l’udienza generale del 15 gennaio. Poi sempre sostituito da monsignor Leonardo Sapienza, reggente o numero due della Casa Pontificia, come successo all’udienza generale dell’altro ieri o a quelle private al Palazzo Apostolico negli ultimi giorni.

Come da copione è arrivata, nelle ore successive, la smentita (che poi tale non è) del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, e, per giunta, non attraverso un comunicato ufficiale ma con dichiarazioni alle agenzie, rilanciate ufficialmente dal quotidiano della Cei, L’Avvenire.
«Nessuna sospensione – così Bruni – Non ci sono informazioni in tal senso. L’assenza di monsignor Gänswein, durante determinate udienze nelle ultime settimane, è dovuta a una ordinaria ridistribuzione dei vari impegni e funzioni del prefetto della Casa Pontificia, che ricopre anche il ruolo di segretario particolare del Papa emerito».

In quell’«ordinaria ridistribuzione dei vari impegni e funzioni» è da leggersi la conferma e l’annuncio della prossima conclusione del mandato di Gänswein come prefetto che, iniziato nel 2012 sotto il pontificato di Benedetto XVI, è poi durato sotto quello di Francesco. Con il doppio ruolo, primo nella storia di Oltretevere, di responsabile del servizio d’anticamera, degli spostamenti a Roma o in Italia, delle udienze del Papa regnante e di segretario particolare di quello emerito.

A decretare la fine di un rapporto non certo idilliaco tra Bergoglio e Gänswein la questione del libro sul celibato ecclesiastico Des profondeurs de nos coeurs, che fino al 14 gennaio recava la doppia firma di Benedetto XVI e del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti. Un’operazione che fin dalle prime anticipazioni de Le Figaro era apparsa come contrappositiva tra Francesco e Benedetto in materia di celibato. Non perché Bergoglio abbia una visione sostanzialmente diversa sul tema. Ma per il semplice fatto che le richieste di una revisione della normativa per motivi pastorali e della conseguente possibilità localistica di ordinare uomini sposati sono venute dal Sinodo panamazzonico. E sulla quale dovrà appunto esprimersi Francesco nella prossima Esortazione post-sinodale.

Nonostante il 14 gennaio Gänswein fosse corso ai ripari annunciando il ritiro della firma del Papa emerito dal libro come co-autore nonché dall’introduzione e dalle conclusioni dello stesso – facendo fra l’altro ricadere la colpa sul cardinale Sarah sia pur sotto forma di malinteso – la frittata oramai era fatta e, per giunta, enorme. Il presule si è rivelato di non essere di fatto – o forse di non esserlo mai volontariamente stato – un filtro efficace tra l’ultranonagenario Ratzinger e una schiera di conservatori nostalgici dello stesso, spesso tirato in ballo, volente o no, in operazioni antagonistiche agli indirizzi magisteriali e pastorali di Francesco.

Il Papa difficilmente avrà dimenticato, anche perché rivelatrici del navigare su due acque del prefetto dal doppio ruolo, le parole che lo stesso pronunciò il 20 maggio 2016 alla Pontificia Università Gregoriana. «Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco, il 13 marzo 2013 – disse allora Gänswein – non ci sono due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora Santità».

Parole che, strumentalizzate da gruppi conservatori e da politici di destra, hanno contribuito a ingenerare confusione e a portare alla tesi di un Benedetto XVI quale Papa ancora legittimamente in carica.

D’altra parte, il prefetto della Casa Pontificia ha sempre espresso quanto di più antitetico possa esistere allo stile e all’insegnamento di Francesco. Legato agli ambienti opusdeiani, nostalgico della liturgia tridentina, frequentatore dei salotti del patriziato nero, Gänswein è esponente di quella che è conosciuta come Regensburger Netzwerk (Rete di Ratisbona, ndr) e che annovera il meglio dell’ultraconservatorismo tedesco come la principessa Gloria von Thurn und Taxis, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, il sacerdote Wilhelm Imkamp e il fratello del Papa emerito, Georg Ratzinger. Strettamente collegato a questa rete anche il cardinale Sarah, la cui edizione tedesca (Gott oder nichts) del libro Dieu ou rien, scritto con l’inseparabile Nicolas Diat, è stata appunto prefata nel 2015 da Gänswein.

Ma, questa volta, il nuovo volume del porporato guineiano, quello della doppia firma con Benedetto XVI, ha portato male al presule tedesco. Tanto da far ripensare alle parole che Sean Connery, interpretando Guglielmo da Baskerville, dice ne Il nome della rosa: «Un libro che uccide». Nel caso specifico, non la persona ma la carriera.

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