Mayor Pete, Bernie e la contesa sentimentale
Lezioni dall’Iowa per la sinistra italiana: meglio non fidarsi di un’app

Il caos dei caucus americani non è una novità, anche se stavolta di mezzo c’è il fallimento della democrazia digitale. La questione però è la solita, anche da noi: liberali o socialisti, Buttigieg o Sanders, moderati o radicali, Silicon Valley o Rousseau?

CHIP SOMODEVILLA / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Un’app non funzionante tipo Rousseau ha gettato nel caos il favoloso processo elettorale del più grande paese democratico del mondo che però va in tilt regolarmente ogni quattro anni, anche senza app. Ma è esattamente questo il bello dei caucus, l’incrocio tra la democrazia degli algoritmi e le riunioni di condominio dove si decide per alzata di mano e senza intelligenza artificiale. Il sistema era andato a carte quarantotto anche nel 2016 con la vittoria di misura di Hillary Clinton su Bernie Sanders contestata per settimane dal senatore socialista, uno dei più grandi “sore losers” della storia politica americana, ma anche nel ciclo precedente tra i repubblicani Rick Santorum e Mitt Romney, con la vittoria assegnata prima a Romney e tre settimane dopo a Santorum.
In entrambi i casi non è successo niente di irreparabile perché i caucus dell’Iowa sono l’evento politico più importante del processo elettorale americano fino, be’, fino ai caucus dell’Iowa: un minuto dopo contano meno di zero.

Certo l’idea di portare il ventunesimo secolo ai “precint captains” e ai militanti delle praterie nelle palestre, nelle scuole, nelle caffetterie, nei diners e nelle chiese, tra i campi di grano innevati e i ponti di Madison County dove spesso non prende nemmeno il telefono, figuriamoci Internet, era una sciocchezza che poteva venire in mente soltanto ai fanatici della democrazia digitale che ci sono di qua e di là dell’Atlantico.

Pete Buttigieg e Bernie Sanders, dunque. Il giovane e il vecchio. Il moderato e il radicale. Il volontario in Afghanistan e l’antimilitarista filo sandinista. Il millennial gay, sposato con un uomo e amico della Silicon Valley e il simpatico burbero ebreo socialista di Brooklyn che piace alle star e detesta le corporation. Buttigieg è riformista, Sanders vuole tutto e subito. Ex sindaco l’uno, ex sindaco l’altro. La sfida non è ancora tra loro due, ma è da tempo tra due visioni del mondo progressista.

Archiviato l’Iowa, anche senza i dati definitivi, ora pensano tutti al New Hampshire (11 febbraio) e poi agli altri appuntamenti fino al Super Tuesday (3 marzo) ma anche oltre, magari fino alla Convention aperta di Milwaukee di metà luglio. Nel frattempo tutti avranno ancora la chance di conquistare la nomination per sfidare a novembre Donald Trump, sia Joe Biden sia Elizabeth Warren, ma anche Amy Klobuchar e ovviamente l’altro sindaco Mike Bloomberg il quale rappresenta il paracadute del fronte moderato nel caso Biden e Buttigieg e Klobuchar dovessero dimostrarsi inadeguati.

Di nuovo, progressisti moderati da una parte contro progressisti radicali dall’altra: la partita, insomma, è la stessa che si gioca altrove, proprio perché nessuno ha ancora trovato la formula politica del nostro tempo, dove non basta più ricordare che alle elezioni generali la sinistra vince solo se è moderata e immancabilmente perde se è radicale.

Al momento però è una contesa sentimentale, ancora più che ideologica: a chi affidarsi, in questi tempi impazziti di populismo e di demagogia, al riformatore innovatore o al caro socialista di una volta?

Lo schema vale anche per noi: neo liberali contro neo, ex post socialisti, anche se complicata dal fatto che una delle due parti vuole allearsi strategicamente a un’app.

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