Cattive traduzioniGiù le mani dal neoliberismo, ammesso che esista

L’ultimo a prendersela con il più facile dei capri espiatori è il presidente messicano Obrador, per giustificare l’ennesimo omicidio nel suo Paese. Anche i politici italiani fanno confusione tra liberismo e liberalismo pur di avere un falso nemico da attaccare

PEDRO PARDO / AFP

Giù le mani dal neo-liberalismo! La curiosa rivolta dei Social messicani contro il presidente Andrés Manuel López Obrador risponde a una logica molto locale, ma di fatto ha molto a che fare con quel curioso dibattito italiano secondo cui «è tutta colpa del neo-liberalismo», o «del neo-liberismo». Riepiloghiamo. Da una parte, il Pd ha appena nominato proprio responsabile economico Emanuele Felice: storico dell’economia dell’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara, che appunto accusa il neo-liberalismo di «fallimento storico». Dall’altra la Lega ha come proprio massimo ideologo quell’Alberto Bagnai che pure insegna a Pescara, e che a sua volta considera il neo-liberalismo la causa di tutti i mali: «Un’ideologia che nega di esserlo», «un apostrofo nero fra le parole Lucrezio e Soylent green», etc. Dall’altra ancora per Di Battista il «neoliberismo» è un sistema che produce «nefandezze». E naturalmente tutti a darsi del «neoliberista» a vicenda: i sovranisti ai Cinque Stelle; la sinistra ai sovranisti; i Cinque Stelle al Pd. Il gioco delle Tre Carte.

Appunto. «Tutta colpa de neo-liberalismo» ha detto pure il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, per spiegare l’omicidio di Fátima Aldrighett: una bambina di sette anni il cui cadavere è stato ritrovato in un quartiere popolare a sud-est di Città del Messico dentro a un sacchetto di plastica, e con atroci segni di torture. Secondo ufficiali in Messico vengono assassinate almeno 10 donne al giorno, e l’assassinio di Fátima Aldrighett è venuto a ruota di quello di Ingrid Escamilla: una 25enne il cui compagno dopo averla massacrata la ha scuoiata e sventrata, e le cui immagini sono state poi passate da poliziotti a media che le hanno pubblicate con titoli tipo «È stata colpa di Cupido».

Troppo, anche per un Paese in cui la strage di donne a Ciudad Juárez è diventata un tale scandalo internazionale da ispirare 2666: romanzo fiume in ben cinque tomi che è stato l’ultimo di Roberto Bolaño e la prima grande opera letteraria del XXI secolo. Una tragica epopea in cui la strage di donne di Ciudad Juárez diventa il punto di convergenza di tutte le tragedie del XX secolo: dalla Shoá al Gulag e ai desaparecidos. Tra l’altro, il Procuratore Generale Alejandro Gertz aveva appena proposto di abolire il reato di femminicidio per farlo ridiventare una semplice aggravante di omicidio, spiegando che «complica le indagini».

Grandi manifestazioni erano dunque già in corso quando il cadavere della bambina è stato ritrovato, e altre grandi manifestazioni sono seguite. Nell’occhio del ciclone il presidente Andrés Manuel López Obrador, detto per brevità Amlo, dalle iniziali del cognome: presidente di sinistra e populista, eletto al terzo tentativo con un ampio programma di rinnovamento. Un leader che tutto sommato è riuscito a tenere testa alle sparate di Trump, ma non alla sfida di narcos e delinquenza, tant’è che nel 2019 il suo primo anno di presidenza ha coinciso con un record di omicidi: 34.582, con un aumento del 2,5% rispetto al 2018.

È anche complessivamente peggiorata l’economia, è cresciuta la disoccupazione ed è diminuita la fiducia degli investitori. Ma è l’aumento della violenza che fa più impressione. Le cause, ovviamente, sono complesse. Ma evidentemente se la situazione in un anno è peggiorata, un minimo di responsabilità il governo in carica lo deve avere. Invece Amlo ripete comunque il mantra che «la colpa è dei passati governi neoliberali», «la colpa è del neo-liberalismo». «La colpa è del passato neo-liberale», ha twittato anche sul delitto della piccola Fátima e sui femminicidi in genere. Risultato, una ondata di indignazione popolare. «No, signore, a Fatima non le hanno rubato un portafogli pieno di soldi per mangiare. Non è colpa del modello neoliberale. Non è colpa della povertà. È colpa della disumanizzazione e i suoi commenti non aiutano».

Insomma, è possibile e anche probabile che effettivamente il neo-liberalismo crei problemi. Ma anche per la gente comune diventa un po’ troppo attribuirgli delitti orrendi avvenuti mentre governa un presidente che si definisce “anti-neo-liberale”. A questo punto bisognerebbe però farsi un’altra domanda: ma esiste davvero, poi, una cosa chiamata neo-liberalismo? In effetti, mentre alcune delle citazioni da cui siamo partiti in pratica considerano neo-liberalismo, neo-liberismo, liberalismo e iberismo come sinonimi. Felice ha se non altro il merito di fare una distinzione. Una cosa è il liberalismo, spiega: e sembra dargli un significato positivo: «I grandi ideali dell’umanesimo liberale si ritrovano non certo nei dogmi fallimentari del neo-liberismo, ma nel liberalismo progressista, nella sua naturale evoluzione che porta alla simbiosi con il pensiero socialista e ambientalista». Una altra cosa il neo-liberalismo o neo-liberismo – «è lo stesso» dice – cui dà una valenza pesantemente negativa.

In realtà, in italiano il neo-liberalismo non dovrebbe esistere. Meno che mai il neo-liberismo. La distinzione cui infatti Felice fa riferimento è infatti quella tra il liberalismo come dottrina politica generale ispiratrice di partiti, e il liberismo come pratica di governo basata sul minor intervento possibile dello Stato nella gestione dell’economia. Che è poi un concetto astratto, da tradurre volte per volta in termini concreti. Ad esempio: la Brexit è liberista nel senso che toglie di mezzo le normative europee, o è anti-liberista nel senso che frappone al libero commercio nuove barriere doganali? Sicuramente i simpatizzanti della Brexit sono stati soprattutto anti-liberisti, sicuramente Boris Johnson con quella battuta che il Regno Unito diventerà il «Superman del libero commercio» vuole ora girarla in chiave liberista, ma evidentemente tutto è ancora da vedere.

In concreto il liberismo è un aspetto del liberalismo: non il solo, visto che oltre alla libertà di azione economica ci sono anche la libertà di azione politica, la libertà di coscienza, più in generale la difesa dell’autonomia dell’individuo rispetto allo Stato. Storicamente i partiti e i governi liberali storici hanno però spesso preso posizioni che comportavano invece un intervento dello Stato: dai liberali britannici che a inizio ‘900 sposarono quella battaglia di Henry George per la tassa unica sulla terra ancora ricordata nell’inno del partito; a Giolitti che promosse la nazionalizzazione di ferrovie e assicurazioni sulla vita.

Benedetto Croce fu un grande teorico del liberalismo italiano che dopo essere stato ministro di Giolitti ne difese l’operato nei suoi libri di Storia. Luigi Einaudi fu un altro grande teorico del liberalismo italiano che invece rispetto allo statalismo giolittiano era critico, pur se poi alla Costituente propose l’intervento dello Stato con un sistema di anti-trust, appunto per tutelare la concorrenza contro la formazione di monopoli. Per Croce il liberalismo poteva essere separato dal liberismo: nel senso che il liberalismo era per lui un metodo di governo volto alla ricerca della libertà, e che volta per volta per difendere la libertà poteva anche essere necessario far intervenire lo Stato in economia. Einaudi ribatteva che senza pluralismo economico il pluralismo politico diventa impossibile. Considerazione sempre valida, anche se la condizione necessaria può non essere sufficiente, come dimostra la recente voga di governi autoritari e liberisti allo stesso tempo: dal Cile di Pinochet alla Cina. O, per lo meno, con immagine di liberisti.

Se ricordiamo ancora che per Einaudi lo Stato poteva benissimo intervenire proprio per difendere il pluralismo economico, ci accorgiamo che in realtà le due posizioni non sono contrapposte in modo così radicale. Il famoso dibattito partì nel 1928 con una recensione di Einaudi ad alcuni scritti di Croce, e dunque acquisì un tono larvatamente polemico. Ma i due comunque si stimavano, erano in contatto epistolare intenso, e dopo il fascismo sarebbero stati entrambi tra i promotori del ricostituito Partito Liberale Italiano. I rapporti tra i due sono stati analizzati in dettaglio in un recente libro di Giancristiano Desiderio: Croce ed Einaudi. Teoria e pratica del liberalismo. Appunto Desiderio ci ricorda che «La divergenza tra il filosofo e l’economista sulla relazione tra liberismo e liberalismo o, meglio, tra economia e libertà è meno radicale di quanto non si creda e, soprattutto, la diversità – essendo in definitiva un rapporto dialettico – non divide o separa o, addirittura, contrappone i due liberalismi bensì li integra, li lega e mostra come l’uno richiami l’altro, proprio come chi sa che nelle difficoltà può confidare in suo fratello».

Ma il punto qua è un altro. Quando è che il liberismo è diventato “neo”? Una possibile risposta è: mai. Un’altra: da quando è comparso il Subcomandante Marcos. In realtà, la stessa distinzione logica che la lingua italiana ha espresso con la coppia di termini liberalismo-liberismo altre lingue la hanno espressa con altre coppie di termini. In inglese. ad esempio, il liberal è un liberale in senso crociano. Se si vuole specificare liberista si deve aggiungere: classical liberal, o free market liberal. In spagnolo, e specie in America Latina, i partiti liberali storici erano caratterizzati dall’anticlericalismo, dalla lotta per la democrazia e anche da richieste di ridistribuzione, più che dal liberismo. Chi ha letto Cent’anni di solitudine ricorderà che i tre punti per cui combattevano i liberali di Aureliano Buendía nella guerra civile colombiana erano riforma agraria, separazione tra Stato e Chiesa, pari diritti tra figli legittimi e naturali. Per questo il nuovo liberalismo di provenienza europea e nord-americana che sull’onda della Scuola di Chicago e della Scuola Austriaca insisteva sulla lotta allo statalismo fu definito neo-liberalismo.

Insomma, “neo-liberalismo” dallo spagnolo in italiano si dovrebbe tradurre liberismo. Per lo stesso motivo per cui dall’inglese House of Commons diventa “Camera dei Comuni” e non “Casa dei Comuni”, e per cui dal francese Hôtel de Ville lo traduci “Municipio” e non “Ostel di Città”: a meno che non sia una poesia sulla Rivoluzione Francese di Giosué Carducci, che comunque essendo un grande poeta si poteva prendere delle licenze poetiche. Neo-liberismo è poi particolarmente assurdo: sarebbe come “Camera della Casa dei Comuni”. Come mai invece di usare la terminologia storica dell’italiano si sono iniziate a introdurre cattive traduzioni? Ipotesi numero uno: perché a un certo punto nella polemica politica una leva di gente che aveva studiato sui testi del Subcomandante Marcos ha preso il sopravvento su chi si era formato dai testi di Einaudi? Ipotesi numero due: sarà per questo che il tono della nostra polemica politica sta diventando sempre più latino-americano?

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