Visione giuridica, militanza politicaVita e opere di Gian Domenico Caiazza, l’avvocato radicale che è diventato la voce del diritto

Ritratto del presidente dell’Unione camere penali che a Piazza Pulita ha battagliato con Davigo sulla riforma Bonafede. Di famiglia democristiana, è stato prima comunista e poi pannelliano. Difensore di Enzo Tortora, ora è la figura che serviva per riequilibrare il discorso pubblico sulla giustizia

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Gian Domenico Caiazza non è un avvocato del popolo. È l’avvocato di tutti, dunque di ciascuno. Nessuno, in Italia, aveva mai sentito parlare un avvocato come ha parlato lui la settimana scorsa a Piazza Pulita, confrontandosi sul tema dell’abolizione della prescrizione con Piercamillo Davigo, il magistrato più intransigente che ci sia. Se l’è guadagnata, la possibilità di sedersi su quella poltrona dello studio di Corrado Formigli, dopo un anno e due mesi di battaglia contro la riforma Bonafede. Ha iniziato subito dopo l’elezione al vertice dei penalisti italiani, nell’ottobre del 2018. Ha detto che il governo gialloverde raccontava «frottole» sulla prescrizione, che si trattava di una «riforma incivile», che i principi di libertà democratica «erano messi sbrigativamente in discussione». Poi, il governo è cambiato, ma lui era già passato ai fatti: uno sciopero contro il “populismo giudiziario” che ha avuto un’adesione quasi unanime, una lettera firmata da 150 accademici al presidente Mattarella, una rumorosa manifestazione al Teatro Manzoni, per finire con una maratona oratoria di una settimana sotto la Cassazione, con astensione dalle udienze e un comizio ininterrotto in cui hanno parlato più di mille avvocati, hanno partecipato politici di quasi tutti i partiti e finanche i giornali e le televisioni si sono accorti che gli avvocati non solo esistono, ma ci sanno fare, richiamati da una iniziativa dallo stile radicale, chiaramente ispirata alla tecnica di militanza pannelliana.

Caiazza – 64 anni, originario di Salerno – si è laureato in giurisprudenza con una tesi sulla lesione dei diritti della personalità con Stefano Rodotà. Marco Pannella l’ha folgorato una sera davanti alla televisione, sul finire degli anni settanta. Lui era comunista. Non nel senso che aveva la tessera del Pci. Frequentava la sezione Palmiro Togliatti di Cinecittà e la domenica distribuiva l’Unità casa per casa. Erano gli anni in cui all’università imperversava l’autonomia operaia, Lotta continua si stava per sciogliere e lui studiava giurisprudenza alla Sapienza di Roma, abitando al collegio degli studenti dei cavalieri del lavoro, nella residenza Lamaro Pozzani. Era comunista nel senso che quando cacciarono Luciano Lama dalla Sapienza, menando le mani e le spranghe contro il servizio d’ordine della Cgil, lui non riusciva a credere che avessero preso a sassate e sputi il capo del più grande sindacato italiano, il segretario dell’organizzazione operaia che funzionava come cinghia di trasmissione tra i lavoratori e il partito. Era comunista nel senso che quando la sorella, tipa dalle frequentazioni parecchio più estremiste delle sue, difendeva i giovani che dicevano che la P38 era una compagna, lui ci litigava furiosamente.

Il Ministro Bonafede era nato più o meno da un paio d’anni. Andava in onda una tribuna elettorale in cui da una parte c’era seduto Marco Pannella, dall’altra Gian Carlo Pajetta, uno degli uomini più importanti del Pci. Pannella attaccò la politica dell’unità nazionale, demolì il compromesso storico, mise in discussione la presunta alterità comunista. E Caiazza, che stava di fronte alla televisione, e già da un po’ non riusciva a capire che diavolo stessero combinando i vertici del Partito comunista, rimase a bocca aperta. Una sera, aveva confessato a un’amica che stava cominciando a dubitare che la libertà del popolo fosse anche la libertà di tutti. Poi, vide Pannella e prese definitivamente un’altra strada.

Certo: Piercamillo Davigo non è Gian Carlo Pajetta e Piazza Pulita non è una tribuna elettorale. Però, l’altra sera, molti sono rimasti folgorati da questo avvocato che in meno di trenta minuti ha preso l’immagine dell’Azzeccagarbugli scolpita da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, l’avvocato depositato nel retropensiero collettivo degli italiani, il personaggio che dice a Renzo: “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”, ha preso questa immagine, dicevamo, e l’ha capovolta. Ha parlato della potestà punitiva dello Stato e della necessità – per le società civili e democratiche – di mettere un limite all’esercizio di questo potere quando la soglia del ragionevole processo viene oltrepassata. È sembrato un avvocato di quelli che si vedono nei film americani, quelli che vengono dalla solida tradizione anglosassone dell’habeas corpus, dove l’avvocato non è colui che trucca le carte, ma quello che difende l’individuo dalla punizione che minaccia di colpirlo ingiustamente.

Quando Piercamillo Davigo ha argomentato che gli avvocati usano tutti gli strumenti a loro disposizione per rallentare l’accertamento della verità e far guadagnare ai loro clienti la prescrizione, a Caiazza dev’essere tornata in mente la volta in cui i magistrati usarono contro di lui tutti i cavilli che avevano a disposizione per impedirgli di andare fino in fondo alla richiesta che gli fece il suo assistito, un certo Enzo Tortora. Dopo essere stato scagionato dalle accuse, Tortora pretese che i magistrati lo risarcissero per la detenzione ingiusta. Caiazza andò da lui gli disse: «Ma quanto gli chiediamo?». Tortora rispose facendo conto che i magistrati gli avevano rovinato la vita, e imitando il Signor Bonaventura delle storie del Corriere dei Piccoli, rispose: «Facciamo cento miliardi». Per non sottoporsi al processo, i magistrati sollevarono la questione di costituzionalità. Un tribunale di Roma la ritenne fondata e la Corte costituzionale la accolse. Per di più, Caiazza e Vincenzo Zeno-Zencovic – l’altro avvocato – si beccarono pure una querela per aver firmato la richiesta di risarcimento che Tortora aveva voluto. Gli sarà tornato in mente, l’altra sera, quando si è messo le mani nei capelli e ha lasciato che Davigo dicesse che sarebbe ora che gli avvocati pagassero personalmente per i loro sbagli. L’ha lasciato concludere. Ha aspettato che si placassero gli applausi. Poi, ha replicato: «Sarà accettabile che gli avvocati rispondano dei propri atti, quando anche i magistrati risponderanno personalmente delle inchieste sbagliate, delle detenzioni ingiuste, delle sentenze scorrette che distruggono le vite delle persone». Applausi ancora più forti.

Non si era mai visto, un avvocato che parla così. Da quando è implosa la Prima Repubblica, la giustizia è sempre stata il terreno privilegiato dello scontro tra la politica e la magistratura. Era impossibile prendere la parola senza salire sulla barricata dell’uno o dell’altro. La voce degli avvocati la sentivamo quando si trattava di parlare del processo di Cogne, del giallo di Avetrana, del delitto di Garlasco. Gli editoriali sui grandi giornali, invece, hanno continuato a scriverli sempre i magistrati. Per questo, è stato un piccolo terremoto dell’immaginario, quello che è successo l’altra sera a Piazza Pulita. Improvvisamente, l’avvocato non è stato più il difensore di un protagonista della cronaca nera: era la voce di una visione del diritto. E il magistrato non era più l’unico e incontestabile custode della legge: era uno che la applica. Né sopra, né sotto quell’altro.

Il padre di Caiazza era un democristiano meridionale e un grecista. Traduceva all’impronta qualsiasi pagina gli mettessero davanti, sia in greco, sia in latino. Era preside del liceo Tasso di Salerno quando gli studenti cominciarono a contestare tutto quello che potevano contestare. Il padre difendeva l’ordine, il figlio lo contestava. L’essere democristiano era per Caiazza junior una cosa così lontana da lui che, quando girò voce nello studentato che c’era un ragazzo che votava per la DC, volle subito incontrarlo per capire cosa diavolo girasse in testa a un ragazzo che aveva preso la stessa strada dei loro padri. Lui, al contrario, quando anche il Partito comunista virò in verso il partito di suo padre, se ne andò al Centro Studi Calamandrei, dove Marco Pannella faceva studiare questioni giuridiche come il danno d’immagine, la tutela dell’identità, la lesione dell’integrità personale, che oggi sono pane quotidiano, ma allora erano piena avanguardia del diritto. Un giorno, Pannella lo portò a pranzo in una trattoria abruzzese dietro Montecitorio e gli propose di candidarsi nel partito radicale. Gli disse che, se avesse accettato, avrebbe smesso di essere un avvocato radicale e sarebbe diventato un radicale avvocato. Prima cioè sarebbe venuto il partito, poi le aule dei tribunali. Caiazza si prese quarantotto ore per riflettere. Poi, entrò nell’ufficio di Pannella a via di Torre Argentina e gli comunicò la scelta: «Resto un avvocato radicale».

Il padre di Caiazza non era un democristiano qualsiasi. Era amico intimo di Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Fiorentino Sullo. Per quanto non ne condividesse le idee, come lui era convinto che la politica è una cosa seria. Infatti, quando gli chiedono come concepisce la sua presidenza degli avvocati italiani, lui risponde che la ritiene un modo di «fare politica». Lo pensava già quando convinse Giuseppe Frigo a creare la figura del portavoce del presidente delle camere penali. Rivestì la carica credendo che l’avvocato dovesse assumere una funzione pubblica nel dibattito italiano, non semplicemente rappresentare i propri assistiti, in privato. Oggi è pure merito della lunga marcia di questa intuizione se un tema per addetti ai lavori come la prescrizione è diventato un tema politico su cui rischia di cadere un governo. Non ha vinto. Però, ha fatto una cosa ancora più importante: ha convinto. Anche questo gliel’ha insegnato Pannella.

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