L’arrampicatore capace di tuttoL’arte di Ai Weiwei è spararla grossa e le sue provocazioni non valgono niente

Diventato celebre come perseguitato politico, ha fatto dell’abilità di “épater les bourgeois” il suo marchio di fabbrica. Inviti a boicottarlo da Sorrentino a Vezzoli per le sue battute sul virus e sulla pasta. Scandalizza per non farsi dimenticare, visto che nessuno ricorda le sue opere

INA FASSBENDER / AFP

Sorrido quando sento parlare, nel 2020, di arte come provocazione. Una stagione finita almeno in occidente qualche decennio fa, con i performer più estremi che usavano il proprio di corpo per andare contro la morale comune, il benpensantismo, il potere. Già ci tocca sopportare figlioletti e nipotini di Duchamp incapaci di capire che lo sberleffo del maestro data 1917, eppure continuano a voler stupire con cessi e sanitari vari. A sostituire l’arte militante, l’arte politica, ci si è messa quella forma ibrida nata su internet che non ragiona più in termini di forma e sostanza, ma fa la gara a chi la spara più grossa.

Riconosciuto come una delle ultime star del XXI secolo, Ai Weiwei si è costruito un personaggio perfetto per il magico mondo dei social: una biografia tormentata, censurato e arrestato dal regime, da quando è tornato a essere un uomo libero può permettersi di tutto, un cinico che si guarda intorno alla spasmodica ricerca di qualche disgrazia su cui fare economia. Una buona fetta del mondo dell’arte lo ha trasformato in un simbolo, un’altra metà non lo sopporta, ad esempio Francesco Bonami che lo ha definito «un arrampicatore stratega furbissimo che pur di diventare famoso avrebbe fatto di tutto».

E pensare che il suo rapporto con i comunisti era cominciato bene. Ai Weiwei è stato tra i progettisti, insieme agli architetti svizzeri Herzog & De Meuron, del nuovo stadio di Pechino costruito per le olimpiadi del 2008. Intanto però il suo popolare blog era arrivato a oltre 17 milioni di interlocutori con più di 100 mila contatti al giorno, utilizzato troppo liberamente come uno strumento di controinformazione. E questo in Cina non è possibile. Nel 2009 il blog viene chiuso dopo che l’artista aveva caricato alcune opere ispirate alla tragedia del terremoto del Sichuan del 2008, dove il regime cercò di nascondere i gravi problemi strutturali di scuole e ospedali crollati provocando la strage. Ai Weiwei aveva pubblicato i nomi degli oltre seimila bambini morti sotto le macerie di edifici da lui stesso definiti «costruzioni di tofu».

Nel 2011 è stato rinchiuso per ottantun giorni nel carcere di una località ignota e successivamente costretto agli arresti domiciliari con una multa da pagare di quasi due milioni e mezzo di dollari. Accusato di evasione fiscale, pornografia e insulti al Partito, ha rivelato di essere stato picchiato a sangue e che il suo studio era stato raso al suolo dalla ruspe comuniste.

Durante la prigionia è però riuscito a progettare alcune delle opere più famose che ha in seguito prodotto, mentre la potente campagna internazionale Free Ai Weiwei, sostenuta da manifestazioni di Street Art, mostre e produzione di oggetti come le borsette che tutti sfoggiavano alla Biennale di Venezia del 2011, costrinse in qualche modo il governo di Pechino a ritirare le denunce. Troppo scomodo e troppo conosciuto per rimanere in Cina, gli è stato alfine permesso di trasferirsi a Berlino.

E da lì il corpulento Ai ha pensato che avrebbe trovato molto vantaggio a cavalcare qualsiasi disgrazia per far parlare di sé ininterrottamente. Le sue installazioni sono brutte, come la parete di Palazzo Strozzi a Firenze riempita di gommoni per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema migranti. Il suo film hollywoodiano Human Flow una tirata insopportabile perché falsa e artificiosa.

Il culmine l’ha raggiunto nel 2016, facendosi fotografare, lui ricco, grasso e sgraziato, supino sulla spiaggia nella stessa posizione in cui fu ritrovato il povero bambino siriano sull’isola di Lesbo. E ancora si perita di dire la sua sulle politiche internazionali, forte dei 500mila followers più importanti, secondo la sua logica, delle sue stesse opere.

Che non hanno nulla di particolare, infatti stentiamo a ricordarle, se non che risultano facilmente instagrammabili. Un po’ come le sue battute di spirito. Ma l’ultima l’ha fatta davvero fuori dal vaso (mi fa talmente schifo che la ripeto solo per dovere di cronaca, «il coronavirus è come la pasta. I cinesi lo hanno inventato, ma gli italiani lo diffonderanno in tutto il mondo»). È solo un perfetto idiota o si è inventato l’ennesimo meccanismo di autoproduzione.

Solo che stavolta non è passata inosservata. L’artista Francesco Vezzoli ha dichiarato che «forse questo signore è alimentato dall’astio contro sé stesso, perché è una frase che non rende onore né ai morti della sua nazione, né ai morti della nostra…non riesco a capire, forse ha del nero dentro di suo». Il regista Paolo Sorrentino ha caricato un post molto semplice in cui invita al boicottare Ai Weiwei. Persino il mondo dell’arte più radical chic avvezzo alle provocazioni non ha per niente gradito. Lui, da Roma, sul palcoscenico della Turandot che peraltro sarà rinviata, non ha neppure chiesto scusa.

Ecco, quando tutto questo sarà finito, quando l’emergenza passerà e ripartiremo – come sempre siamo ripartiti – con nuove regole, la prima utile potrebbe essere quella di ospitare nel nostro Paese artisti migliori e smettere di dar credito a cupi individui, soprattutto quando il loro regime alimentare desta più di un sospetto e magari provoca diversi guai.

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