Scene da un romanzoTiepido e affettuoso: com’è l’amore fisico quando si è vecchi

Dopo i tempi della passione, dell’abbandono, del vigore dei corpi, rimane un’azione meccanica, accompagnata da preoccupazioni e paranoie. Come racconta Luca Ricci ne “Gli estivi”, somiglia più a un balletto di ossa

da Pixhere

Tornavi soprattutto quando di tanto in tanto io e Ester scopavamo. Eri lì con noi, un’ombra sul letto, per contrasto. Il sesso coniugale passati i cinquanta non aveva avuto poeti disposti a cantarlo. Non era qualcosa che, romanticamente, veniva lasciato tra i risvolti di un gioco di seduzione. Passati i cinquanta la seduzione era finita, ci eravamo già sedotti da un pezzo, perciò il sesso poteva essere richiesto come un bisogno da soddisfare.

Io o Ester potevamo semplicemente chiedere: “Scopiamo?” Un’ora prima, in genere a stomaco vuoto, assumevo dieci milligrammi di Levitra (sì, l’evoluzione del Viagra con cui Lello fantasticava di ammazzarsi). Lo facevamo sempre a letto, impossibile immaginare altri posti: fisici martoriati dalla vita esigevano innanzitutto la comodità, la loro priorità era cercare il comfort. Abolite le eccitazioni legate a luoghi particolari, si dava inizio a questo amplesso ospedaliero sempre prendendo coscienza – come se non lo sapessimo già – di tutta la decadenza del corpo dell’altro. Non c’era vergogna ad ammetterlo: le pance, le rughe, i peli, le macchie, le grinze, le flaccidità appartenevano al corpo dei vecchi. Corpi da curare più che da scopare.

E infatti l’unico vero preliminare che io e Ester ci concedevamo erano lunghe e insistite e a tratti patetiche carezze. Succhiare il cazzo o leccare la fica appartenevano a quelle pratiche del “dare” che richiedevano una reale dedizione e anche un certo impegno (nonché dissipazione d’energia). C’eravamo già dati tutto, poveri noi. Tutto il tempo, tutte le attenzioni, tutte le cure, tutta la pazienza, tutto il bene (e, com’era naturale, anche l’esatto contrario di ciascuna di quelle cose).

L’unico sforzo a cui ci rendevamo disponibili era quello congiunto, in grado di restituire subito qualcosa, un barlume di piacere, a entrambi. Glielo ficcavo dentro per il tempo che serviva (anche in mancanza di una vera eccitazione, il Levitra svolgeva un lavoro egregio di tumefazione e irrigidimento minimo del membro). Ci muovevamo con concitazione, si sudava, si emettevano gemiti e grida, tornava per un istante tutto quel che era stato, benché in una versione decisamente peggiorata.

La più clamorosa differenza era di ordine emotivo. I primi tempi a ogni scopata c’era l’apprensione che all’altro non piacesse più. Sia io che Ester, pur non avendone la lucidità, provavamo ad analizzare le reazioni dell’altro per capire se ancora ci amasse, e anzi se ci amasse di più (l’amore dell’inizio è un amore che non basta mai).

Appena dopo l’obnubilazione di sfilare le mutande e scambiarsi uno sguardo delinquenziale, appena oltre i primi colpi, subito compariva la paranoia. La paranoia s’innalzava tra i gemiti di piacere come una reginetta dispotica e capricciosa, e non la smetteva di chiederti: «E se un giorno cambiasse qualcosa? E se quel giorno fosse oggi?»

Ci voleva un primo orgasmo per lenire quella paura che era sempre e soltanto una: perdersi. Invece negli amplessi dei vecchi coniugi di quell’apprensione non c’era più traccia. Non ci si era persi, sfortunatamente. Nel classico della Disney intitolato La danza degli scheletri a un certo punto un gruppo di ossa – teschi, costole, tibie – usciva dalle tombe e inscenava un lugubre balletto, ecco cos’era il sesso tra vecchi.

da Gli estivi, di Luca Ricci (La Nave di Teseo)

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