Elettronica di nicchiaUscire a ballare non serve più, Caribou ha inventato con “Suddenly” l’elettronica da salotto

L’ultimo album del musicista canadese sovrappone ritmi rarefatti a soluzioni sperimentali (e alla sua voce), concentrando emozioni e pulsioni per un ascolto che somiglia più a una degustazione che a uno slancio divertito

copertina dell’album “Suddenly”

Il trauma è passato. Dopo la rivelazione che la sua elettronica, pensata per un pubblico ristretto di nerd cerebrali, poteva funzionare anche sulle piste dei club di Ibiza – la svolta è stata Sun, dall’album “Swim” del 2010, una hit di quell’estate – il musicista canadese Dan Snaith, in arte Caribou, ha deciso di mettere le cose in ordine. Le opere più commerciali – o almeno così le considera lui – vengono pubblicate sotto l’eteronimo Daphni: nel 2012 esce “Jiaolong” e nel 2017 “Joli Mai” (che recupera il materiale di FabricLive Mix 93). Quello che invece appartiene al lato più intimista, è firmato Caribou, come “Our Love” nel 2014, che ruotava intorno alla nascita della figlia e ai vaghi mutamenti della sua vita familiare. Semplice e lineare, insomma. Ma non del tutto vero.

Perché “Suddenly”, l’ultimo album del secondo genere, gioca a mischiare le carte. Mantiene l’anima domestica, l’impianto personale, le sonorità concentrate. Qua e là, però, scivola in soluzioni pop, strizza l’occhio a ritmi sferzanti, tende a rompere lo schema che lo stesso Caribou/Daphni/Snaith aveva impostato. Il risultato è una elettronica di nicchia, un prodotto per connoisseur che cuce insieme ai ritmi la cura cantautorale, da sorbire con attenzione e calma. Pop e sperimentalismo. Una combinazione che, come sempre, divide.

Dimostrazione ne è la doppia critica del Guardian: da un lato Emily MacKay salva il disco (tre stelle su cinque), ma non è convinta del suo eccessivo eclettismo (ci arriveremo). Dall’altro Alexis Petridis, invece, regala cinque punti su cinque e ne elogia il coraggio espressivo, canzone per canzone – soprattutto per il fatto di averci messo la voce. Ciò su cui sono d’accordo è che si è di fronte a qualcosa di nuovo e, per certi versi, inaspettato.

Con le sue 12 tracce “Suddenly” riesce a racchiudere l’universo dell’elettronica in un prodotto da salotto. È questo il suo prodigio. Il tono personale, che si impone fin dalla prima canzone (anzi: fin dal titolo stesso della prima canzone, “Sister”), raccoglie pensieri sparsi di promesse, afflizioni e malinconie. Apre con tenui giochi armonici, cui sovrappone la linea melodica del canto – una voce non potente, ma diretta e priva di aggiustamenti artificiali, che fa riscoprire come sono le canzoni senza Auto-Tune – e aggiunge (ecco il tocco familiare) una vecchia filastrocca cantata dalla madre e registrata in cassetta tanti anni fa.

Seguono, con “You and I” versi tristissimi (Now you’re gone / And I’m left here waiting / Just recall some things /The things I can’t throw away) cui fanno da contrappunto momenti di equlibrismo tra lo psichedelico e le voci campionate di bambini. I virtuosismi di un pianoforte stonato, quasi pronto a dileguarsi (“Sunny’s Time”) anticipano soluzioni più pop, come l’inizio di “New Jade”, dove le campionature di sapore R & B vengono aggiustate su un materiale disordinato. È un incrocio di suoni tenui e delicatissimi, che d’improvviso diventano basi sonore per una classica dance (“Never Come Back”), o sui quali ripesca e allaccia vecchie melodie (come “Home”, l’omonima canzone di Gloria Barnes, e il refrain «I’m home») che si alternano, anche in modo brusco, con altri spezzoni, altre idee. Esempio da manuale è “Lime”: un taglia e cuci di brani lontanissimi costretti a convivere in una sola canzone. Eccolo, l’eclettismo tanto vituperato, che brilla nel contrasto, in un album che altrimenti si distinguerebbe per le sonorità contenute, mai esagerate.

È, in questa frattura, più che altro, che si vede la fotografia del confine, più volte sorpassato, tra Caribou e Daphni. Perché anche lui crede sempre meno alla sostanziale differenza tra i due rami della sua produzione. Come si spiegherebbe atrimenti la gioiosa “Ravi”? E subito dopo, i sette minuti di ambient (con finale glorioso e psichedelico) di “Cloud Song”? Non ci sono inviti per un ballo, ma nemmeno un desiderio di fuga. “Suddenly” chiude il cielo in una stanza e la trasforma in una elegante e discreta discoteca, senza slanci o passioni: solo la voglia di guardare dalla finestra le ore che passano. Fino all’ultima, decisiva, distorsione.

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