Questo non è amorePer le donne che subiscono violenza stare a casa è il posto meno sicuro

Nell'82 per cento dei casi si consuma in ambito familiare: compagni, mariti, talvolta gli amici, o gli ex. In quarantena rischia di ridursi il numero delle denunce

(Photo by Juan MABROMATA / AFP)

Per quelle centinaia di donne che subiscono ogni giorno violenza da parte dei mariti o dei compagni sarà difficile dire «io resto a casa». L’Associazione Telefono Rosa segnala che in questo stato di emergenza, il numero delle denunce di violenza fisica e/o psicologica da parte delle donne rischia di ridursi sempre più perché per molte diventa sempre più difficile allontanarsi o difendersi: «Se vogliono denunciare, sono costrette a farlo telefonando di nascosto», racconta Telefono Rosa.

In base ai dati diffusi dalla Polizia di Stato nel report questo non è amore, 2019” nell’82 per cento dei casi la violenza si consuma in ambito familiare: compagni, mariti, talvolta gli amici, o gli ex. Negli ultimi tre anni sono aumentate le vittime di violenza: dal 68 per cento del 2016 al 71 per cento del 2019. E se oggi possiamo averne contezza è grazie a una «maggiore coscienza dei delitti subìti e a una maggiore propensione a denunciare», dal Piemonte alla Sicilia dove le percentuali di maltrattamenti in famiglia, percosse, atti persecutori e violenze sessuali hanno la stessa incidenza. Donne italiane e straniere – queste ultime spesso sono ancora più vulnerabili ed esposte alla «escalation di violenza» che sfocia nel femminicidio –  preda degli uomini, che sono nel 70 per cento dei casi mariti o compagni.

Dal primo gennaio al 15 marzo di quest’anno – fa sapere Telefono Rosa – il 1522, il numero anti-violenza e stalking promosso dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, ha risposto a 6,283 chiamate, di cui 1169 erano di donne vittime di violenza o che hanno segnalato maltrattamenti. Di queste, l’86 per cento erano italiane, oltre un migliaio, mentre il 14 per cento erano straniere.

Anche l’avvocato Tatiana Montella che collabora con l’Associazione “NonUnaDiMeno” e con la casa rifugio Lucha Y Siesta di Roma si dice preoccupata perché nel frattempo la realtà per la quale lavora rischia di chiudere, impoverendo ancora una volta l’offerta di luoghi in cui le donne vittime di violenza possono trovare protezione e sicurezza. «Ora come ora le probabilità che si consumi violenza sono maggiori. Per queste donne uscire di casa rappresenta spesso una salvezza, perché possono rivolgersi di persona ai centri anti-violenza o recarsi nelle case rifugio.

Non solo, anche i legami familiari sono un modo per sfuggire dalle mura domestiche». Secondo una ricerca dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) nel 2017  43,467  donne si sono rivolte ai centri anti-violenza, (il 15,5 ogni 10mila) mentre 29,227  hanno avviato un percorso di “riabilitazione”. Circa il 67,2 per cento delle donne che li hanno contattati. Un altro problema è che tribunali e procure sono fermi, così come gli agenti di polizia e carabinieri sono impegnati a fronteggiare l’emergenza del coronavirus.

Le attività a sostegno delle donne – come quelle offerte da Telefono Rosa, non si sono mai state interrotte e gli operatori continuano il loro lavoro da casa. Ma «finora non sono state messe a punto misure ad hoc. Con l’emergenza del coronavirus chiariscano come intervenire sulla violenza domestica», sostiene Montella.«Per affrontare questa situazione stiamo rilanciando il numero pubblico e gratuito del 1522, garantendo in primis l’ascolto telefonico, quando possibile, e come casa rifugio e associazione ci siamo messe in contatto subito con la polizia e le procure per capire come intervenire rispetto ai casi più gravi».

Il timore è che con una diminuzione delle segnalazioni «come è accaduto in Cina anche in Italia la quarantena forzata induca a un’impennata dei maltrattamenti domestici e di femminicidio». Nel cono d’ombra di una crisi che ha la forza per generare innumerevoli effetti collaterali. Anche e soprattutto a livello sociale. Persino sulla pelle delle donne.

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