Antidoti psicologiciNon è vero che andrà tutto bene, lo sappiamo tutti. Ma l’importante è non abbandonarsi allo sconforto

Uno degli effetti del coronavirus, oltre ad avere messo in mostra le insospettate qualità civiche degli italiani, è il sentimentalismo. Un modo per sfuggire al trauma di una vita cambiata all’improvviso e che, si sospetta a ragione, non tornerà presto come prima

ANDREAS SOLARO / AFP

Gli italiani cantano. Lo fanno con i concerti sul balcone, con appuntamenti pomeridiani per intonare l’Inno d’Italia, con le esibizioni (di qualità più elevata) di artisti veri, come Giuliano Sangiorgi dei Negramaro o lo stesso Fedez, che si affacciano dal terrazzo per allietare il vicinato. Ma non solo: cantano le suore sul tetto, cantano i napoletani che vanno a donare sangue, risuonano le finestre del Nessun Dorma (per capirsi: “Vincerò”) della Turandot di Puccini, per incoraggiare i medici dell’ospedale Cotugno. Renzo Arbore, raggiunto da Repubblica, è raggiante: «Poteva succedere soltanto in Italia».

Forse è vero. Nel poema ferroviario Mosca-Petuški, dello scrittore sovietico Venedikt Erofeev, il protagonista finge di essere stato in Italia. E descrive così le abitudini degli abitanti: «Cantano, dipingono, e basta. Uno, per dire, sta in piedi e canta. E un altro, lì vicino, sta seduto e fa il ritratto a quello che canta. E un terzo, a una certa distanza, canta di quello che fa il ritratto. Ti vien su una tristezza. E la nostra tristezza loro non la capiscono…».

Qui si canta. Ma non vuol dire che si è allegri, come potrebbe ipotizzare uno straniero di passaggio del secolo scorso. Più che altro, si è scossi. Una euforia da naufragi. Riscoprire (a volte scoprire per la prima volta) il buon vicinato sorprende. I gesti di solidarietà nei confronti degli anziani commuovono. Le esibizioni gratuite di artisti famosi fanno riflettere. La corsa di solidarietà ai medici e agli ospedali tocca il cuore. E sentirsi parte di una comunità, dai vertici della politica fino al vicino di casa che prima nemmeno salutava, dove tutti seguono regole ben precise (e chi non lo fa, come quegli egoisti dei runner, viene subito messo al muro virtuale dei social) consola. Ci si sente più buoni, comprensivi, tolleranti. Finora, il più evidente effetto della quarantena è il sentimentalismo (certo, dopo la riduzione dei contagi).

Perché aiuta a tenere nascosto il trauma. Come ha raccontato in un suo monologo su La7 lo scrittore Stefano Massini, ci sono cose che non saranno più come prima. Difficile realizzarlo subito: si oscilla tra un inaspettata nostalgia per le serate fuori con gli amici e la risoluta volontà di rifarsi non appena si potrà. In mezzo, ci sono gli aperitivi sui social, di chi si adatta come può.

Non solo: si pende tra una condizione di ansia (non dimentichiamolo: è un provvedimento di emergenza sanitaria, non un’esercitazione di virtù civili) e una svagata sensazione di fiducia, ribadita dagli incoraggiamenti che ci si scambia a vicenda e si appendono alle finestre.

Il problema è che questo sentimentalismo tiene nascoste cose vere ma scomode. Per esempio che il refrain “andrà tutto bene”, oltre a contrastare una solida tradizione scaramantica, è falso. Ce lo si dice con la benevola intenzione di tirarsi su il morale, e va bene. Eppure il numero dei contagi, anche se in percentuale scende, non si ferma, e quello dei morti neppure. In certe zone, come a Bergamo, le pompe funebri della città non bastano più. Si seppellisce anche di notte e, peggio di un bollettino di guerra, i necrologi toccano le dieci pagine. Lì la tristezza dei russi si capisce eccome. E nessuno canta, nessuno fa flash mob. La quarantena non è un gioco di ruolo, sicuro, quando il suono delle ambulanze è quello più diffuso.

E le conseguenze economiche? Alcune si vedono già, ma in generale – anche questo è sicuro – saranno pesantissime, anche nonostante la «poderosa» manovra nel decreto monstre, messo in piedi dal governo. Non si partiva da una situazione florida, tutt’altro. Eppure adesso il tanto sbeffeggiato 2019, l’«anno bellissimo» di Conte, manca già a tutti.

Non andrà tutto bene, anzi. Molte cose andranno male. C’è chi lo sa già, chi lo ha imparato sulla propria pelle, chi lo sospetta, e chi lo vuole dimenticare ancora per un po’. Forse però, tra un “Azzurro” e un “Volare”, è bene che ce lo si dica. È una guerra senza la guerra, con morti veri e danni reali. Finite le canzonette sull’aria, affacciarsi sulla realtà aiuta più che affacciarsi sul balcone. Senza lasciarsi prendere dallo sconforto.

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