Questa non è un’esercitazioneEcco tutti i farmaci che stiamo sperimentando contro il virus, aspettando il vaccino

Ricoveri, ventilazioni, supporto medico. Ma contro l’epidemia si provano anche nuove terapie e perfino un algoritmo. C’è il Tocilizumab che allevia i sintomi, il Remdesivir che blocca la replicazione del virus. Oppure il nuovo anticorpo olandese, ma serve tempo

Denis LOVROVIC / AFP

Non ci sono farmaci miracolosi. Il vaccino è di là da venire – e forse potrebbe non arrivare mai, come nel caso del virus Hiv – e le terapie sono, al momento tutte sperimentali. Ma ce ne sono diverse già in atto, e alcune sembrano dare risultati positivi, anche se è presto per cantare vittoria. Ricercatori e medici hanno già cominciato somministrando farmaci off label (cioè utilizzati per disturbi diversi da quelli per cui erano stati creati) sia antivirali che antiinfiammatori. Adesso – se è vero quanto dichiara l’équipe olandese del professore di biologia cellulare Frank Grosveld di Rotterdam – forse verrà sperimentato anche un anticorpo.

Una delle prime speranze viene da Napoli, con il trattamento iniziato dal professor Paolo Ascierto, dell’unità di immunologia clinica del Pascale e dal professore Vincenzo Montesarchio, oncologo del Cotugno. È il Tocilizumab, farmaco utilizzato contro l’artrite reumatoide e che sembra dare buoni risultati anche ai pazienti Covid-19. A Napoli è stato testato su sei pazienti, di cui tre hanno dato segno di miglioramento, due si sono stabilizzati e uno è morto per uno stress respiratorio molto forte. La sperimentazione, che ha ricevuto il via libera dell’Aifa, è stata incoraggiata anche dalla Roche, azienda farmaceutica che produce il farmaco e che ha fornito almeno 600 trattamenti agli ospedali che ne hanno fatto richiesta. Sono stati tanti: l’utilizzo è stato avviato anche a Fano, a Cosenza, Modena e da lunedì anche in Lombardia. È stato somministrato anche all’assessore regionale allo sviluppo economico lombardo, Alessandro Mattinzoli, che sta dando segni di migioramento. Attenzione però: nonostante i titoli parlino di una cura contro il virus, il tocilizumab in realtà va a colpire le complicanze provocate dal virus, riducendo la quantità di interleuchina 6, un mediatore utilizzato dall’organismo in risposta agli agenti patogeni. Se prodotto in eccesso, come avviene con il coronavirus, provoca un’alveolite e induce in difficoltà respiratoria. E crea un ambiente favorevole alla sopravvivenza del virus stesso.

Un’altra strada è quella del Remdesivir, antivirale prodotto da Gilead e già in sperimentazione a Treviso, Padova, Milano (al Sacco), a Pavia, Firenze e Genova. Usato con risultati non molto convincenti contro l’Ebola, potrebbe rivelarsi efficace con il SARS-CoV-2. A differenza del tocilizumab, va a colpire proprio la capacità di riproduzione del virus: entra nella cellula infettata dal virus e, trasmettendo un segnale di fine sintesi, ne blocca la replicazione. Come ha dichiarato al Corriere della Sera Massimo Galli, ordinario di malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco, ci sono buoni risultati ottenuti in laboratorio. Anche se al momento non esiste una terapia: il farmaco viene somministrato solo per uso compassionevole ai pazienti in condizioni più gravi, cioè in un contesto che non rende facile capire la sua efficacia.

Non solo. Una parola che gli italiani dovranno imparare presto è clorochina: farmaco antimalarico tra i più diffusi, è risultato efficace contro la SARS (grazie a un esperimento del 2003) potrebbe risultare efficace anche contro il coronavirus. Secondo le analisi, risulterebbe in grado di interferire sulla fusione tra virus e cellula, bloccando il contatto con i recettori e la membrana. Anche qui, serve la massima cautela: non è detto che i risultati ottenuti in vitro e sugli animali diano lo stesso esito anche sugli esseri umani. Del resto, anche sul dosaggio ci sono molte incertezze.

Altri hanno tentato con farmaci anti-hiv nella combinazione dei due antivirali lopinavir/ritonavir: si sono già rivelati efficaci contro MERS e SARS, malattie parenti del CoVid-19: sono presenti già negli ospedali italiani (leggi: non ci sono problemi di scorte) e anche loro, come la clorochina, ostacolerebbero la riproduzione del coronavirus.

Ora – è notizia del 14 marzo – ci sarebbe anche un anticorpo: il primo al mondo che sarebbe in grado di attaccare il virus, impedirgli di infettare le cellule e addirittura di rilevarlo. È stato trovato dai ricercatori dell’Università di Utrecht con l’Erasmus MC di Rotterdam. Secondo lo studio dei ricercatori (che è stato presentato a Nature, ma non è ancora stato pubblicato), che hanno lo hanno isolato dall’inizio dell’epidemia, l’anticorpo 47D11 attaccherebbe una parte localizzata sul recettore a punta del virus, rendendo inefficaci gli spuntoni (spike) e bloccandone le capacità di infettare l’organismo.

Funzionerà? Come si nota, sono tutti – anche il più recente – rimedi derivanti dall’efficacia più o meno dimostrata nei confronti dei coronavirus “parenti” che causavano SARS e MERS. La situazione emergenziale richiede risposte immediate e basate su una letteratura scientifica incoraggiante. Ma esiste anche un approccio virtuale: è da un mese che è stato messo in campo il supercalcolatore Marconi del Cineca, che simula con 50 milioni di miliardi di calcoli al secondo le interazioni tra le proteine del Coronavirus e le molecole dei farmaci sul mercato. È un virtual screening che permette di individuare le combinazioni più incoraggianti e sviluppare percorsi terapeutici, lo fa la piattaforma Exscalate (che riceve finanziamenti dalla Commissione europea) e ha avuto buoni risultati con la Zika: cinque delle sette proteine virali del virus erano state bloccate così. Si spera che l’impresa riesca di nuovo.

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