L’epidemiologoPier Luigi Lopalco spiega il picco del virus e l’inutilità dei dati giornalieri

Il coordinatore dell’emergenza in Puglia sottolinea come prendere in considerazione il bollettino odierno dei contagi sia un errore e di come non sia esclusa una seconda ondata

Dopo alcuni giorni di calo risale la curva dei contagi da coronavirus, ai quali si aggiungono 969 morti, il numero più alto in 24 ore dall’inizio dell’emergenza. Il forte aumento dei casi a Milano è il dato che più crea apprensione, mentre nei principali focolai del Paese la fase del picco sembra ormai vicina. Per l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco perfino superata. A differenza delle previsioni fatte da Ranieri Guerra, direttore vicario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui si assisterà al picco dei contagi nella prossima settimana, per il professore di Igiene all’Università di Pisa «i picchi saranno più di uno, e in molti cluster si sono già consumati senza però estinguere del tutto il pericolo e la forza del virus».

Professor Pier Luigi Lopalco, siamo realmente vicino al picco dei contagi?
Non tutte le epidemia sono sincronizzate. Il picco a Codogno per esempio è già passato, così come a Lodi, e molto probabilmente anche nella provincia di Bergamo. Quello che dobbiamo evitare è che, nelle prossime settimane, ripartano dei picchi epidemici di eguale entità. Se invece i numeri dei prossimi sette giorni saranno più attenuati e cominceranno a sincronizzarsi e allinearsi fra loro allora potremo dire di essere nella curva di decrescita. Ovvero che ci stiamo avviando verso la fine.

La situazione della Lombardia rischia di ripetersi anche nel Sud Italia?
Quello che noi oggi possiamo dire guardando un po’ tutte le curve epidemiche regione per regione è che le misure di contenimento funzionano quanto più precocemente sono state adottate. Cioè: in quelle regioni in cui il lockdown è partito più in ritardo rispetto al nord ma comunque in anticipo sul diffondersi nazionale dell’epidemia, le misure sono state più efficaci. È già visibile dall’accelerazione contenuta dei casi. Questo vale anche per la Puglia.

A preoccupare maggiormente adesso sono i dati di Milano…
È una preoccupazione per tutti. Tenere aperte le attività produttive fino a pochi giorni fa ha fatto sì che le persone per andare a lavoro prendessero la metropolitana, che è un moltiplicatore di contagi assoluto. Milano fa paura, ma è anche vero che gli ultimi dati possono anche essere frutto di un ingorgo di tamponi in laboratorio, che le licenzia poi tutti insieme. Non dobbiamo prendere in considerazione il dato singolo della giornata, ma quello complessivo.

Ha senso quindi continuare con il bollettino giornaliero della Protezione Civile?
Sulla conferenza stampa giornaliera non sono mai stato d’accordo. Il bollettino odierno è viziato dai tanti artefatti che ogni giorno confluiscono nella sorveglianza dell’epidemia. Si rischia di gridare un giorno “siamo fuori dal tunnel” e il giorno dopo “grave emergenza a Milano”.

Viste le molte incertezze in essere, tra cui quella di un possibile secondo contagio: c’è la possibilità di vedere attuate delle quarantene a intermittenza?
Questo lo escluderei. La circolazione del virus avviene soprattutto in persone che sono suscettibili, che non hanno mai visto il virus. Nessuno esclude che ci poterebbero essere delle reinfezioni, o potrebbe anche darsi, per esempio, che tra qualche mese scopriremo che gli anticorpi acquisiti adesso sono più efficaci l’anno prossimo. Attualmente però il problema è un altro: non far circolare l’epidemia tra coloro che sono più fragili.

Secondo Angelo Borrelli il numero reale dei contagiati potrebbe essere di 600mila persone. È davvero così?
I dati reali molto probabilmente, e questo già lo sapevamo dai primi bilanci provenienti dalla Cina, contengono una sottostima e una sottonotifica. Queste possono essere di uno a cinque come di uno a dieci. Non è uno scandalo: fa parte dei sistemi di sorveglianza epidemiologici. Molte volte, o perché sono asintomatici o perché vengono rilevati e non segnalati al sistema, dei casi sfuggono. Pertanto, i contagiati sono probabilmente molti di più.

Sul versante scientifico, invece, è stato possibile tratteggiare con più precisone le caratteristiche del Covid-19?
Sulla base delle evidenze disponibile è emerso che un tipico sintomo che rimane dopo l’infezione è lanosmia, ovvero la perdita dell’olfatto. Questo deriva dal fatto che il virus potrebbe attaccare anche il sistema nervoso centrale. Non limitandosi solo alla perdita dell’olfatto: già in Cina ci sono state delle segnalazioni di una aggressività verso il sistema nervoso centrale con maggiore invasività, confermando un certo tropismo di questo virus. Ancora sono tutte domande aperte, dobbiamo capire cosa fa, come e con quale entità.

Perciò non è possibile ancora stabilire se può esserci una seconda ondata di contagi in futuro?
Sappiamo che dopo il picco, dopo l’ondata, purtroppo la quota dei suscettibile nella popolazione sarà ancora alta. Questa quota deve essere valutata per capire quanti soggetti hanno o possono contrarre il virus. Da quelle valutazione si può capire quale è il rischio residuale di una seconda ondata epidemica. Per evitare quest’ultima, perciò, dobbiamo fare in modo che la riapertura delle attività sia graduale e sempre supportata dai risultati delle indagine scientifiche.

La misura per cui i tamponi da ieri potranno essere fatti anche a chi presenta un solo sintomo da coronavirus va nella giusta direzione?
In questo periodo in cui non abbiamo più influenze in giro anche chi ha pochi sintomi può avere una probabilità di essere affetto dal virus. Pertanto, estendere i tamponi a questi soggetti è corretto. Mentre estendere le verifiche a tappeto anche agli asintomatici non ha senso, non porterà nulla e intaserà inutilmente i laboratori.

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