Emergenza o no?La sanità campana è impreparata al coronavirus, ma non ancora al collasso

Il presidente della Regione De Luca accusa il governo di avere sottovalutato l’emergenza al Sud. Esagera, dovrebbe preoccuparsi di far funzionare quel che c’è

(Carlo Hermann / AFP)

«L’unico commissario con il curriculum adeguato per la Campania sarebbe Padre Pio», così Vincenzo De Luca, presidente della Regione, commentava la situazione sanitaria campana e la nomina di Guido Bertolaso come consulente della Lombardia lo scorso 9 marzo. Non c’è da stupirsi che con requisiti così elevati anche la poltrona di assessore alla sanità regionale sia vacante dallo scorso dicembre, quando il mandato di commissario straordinario, ricoperto da De Luca da marzo 2017, è scaduto. 

La Campania affronta la più importante crisi sanitaria dal dopoguerra senza una “testa” politica alla guida di un sistema ospedaliero già in difficoltà in tempi normali. Una situazione aggravata dall’assoluta mancanza di dati affidabili sullo stato dell’epidemia.

Il problema, per la verità, è nazionale: il bollettino quotidiano della Protezione civile è poco utile per capire la reale diffusione della malattia, come ha ammesso lo stesso suo Capo, Angelo Borrelli, in un’intervista a Repubblica datata 23 marzo: «I numeri sono altri. L’epidemia va più veloce della nostra burocrazia». 

Nel caso campano l’inaffidabilità dei dati nazionali è resa più grave dalla confusione in cui versa la sanità regionale: i numeri raccolti ogni giorno dalla protezione civile sono fuori scala rispetto alle altre regioni italiane. In particolare quelli relativi alle terapie intensive: lunedì 23 marzo, la Campania contava 110 pazienti in rianimazione su un totale di 929 casi positivi. L’11,8% contro il 6% nazionale. 

L’anomalia, già pronunciata, esplode il 24 marzo. Gli ospedali campani recensiscono ben 181 pazienti in terapia intensiva, 71 in più in 24 ore, un aumento del 64% a fronte di 992 positivi. 

Un dato molto preoccupante, visto che i posti totali a disposizione della regione per le rianimazioni sono 163, come risulta dai dati della task force campana, diffusi da Napoli Today. Il 25 marzo, invece, il dato cambia ancora: i ricoverati in rianimazione diminuiscono, e passano a 123 unità, a fronte di 1072 positivi. Sempre al di sopra della media nazionale, ma in netto miglioramento. Cos’è successo? In 24 ore 58 persone non hanno più bisogno di terapia intensiva?

No, le cifre erano sbagliate, ammette la regione Campania: «Il numero indicava anche i pazienti in sub-intensiva, il livello precedente alla rianimazione. I dati del 25 marzo e del 23 marzo sono invece corretti», dice a Linkiesta il dottor Alessandro Perrella, dirigente medico infettivologo della Regione, tra i membri della task force regionale. 

Tuttavia questo non spiega la discrepanza evidente rispetto alle altre regioni anche nei dati del 25 e 23 marzo, che vedono una percentuale significativamente più alta (circa il doppio) di pazienti gravi in Campania rispetto ai casi positivi: «Non sappiamo perché permane questa differenza, bisognerebbe vedere caso per caso. Ma i dati del 23 marzo sono giusti», dice ancora Perrella.

Personale sanitario entra nell’ospedale Cardarelli di Napoli, 11 marzo 2020 (Carlo Hermann / AFP)

I conti però non tornano. Linkiesta ha parlato con diversi medici che lavorano in reparti di terapia intensiva in Campania, e che preferiscono restare anonimi per evitare problemi con le direzioni sanitarie. L’analisi è la stessa per tutti: i dati che si riferiscono alle terapie intensive sono fuorvianti. 

Lo erano quelli del 24 marzo certamente, ma anche quelli dei giorni precedenti e successivi. La protezione civile regionale e la regione Campania non hanno il polso della situazione. 

Questo perché la maggior parte degli ospedali non ha aperto una cosiddetta “filiera”, cioè tre reparti diversi dove accogliere i malati a seconda del loro stato di salute. Terapia intensiva, terapia sub-intensiva e ricoveri ordinari. Quindi molti pazienti vengono classificati come ospiti di un reparto di terapia intensiva senza essere necessariamente intubati, perché i reparti sub-intensivi hanno pochissimi posti letto. 

«A inizio febbraio in tutta la Campania c’erano circa 50 posti di sub-intensiva. Numeri assolutamente inadeguati anche in situazioni normali. Adesso questa mancanza si ripercuote sia sui numeri che vediamo, poco chiari, sia sul lavoro degli ospedali: nelle nostre terapie intensive accedono anche pazienti che non devono essere intubati. Ma se non ci sono altri letti, soltanto lì possiamo accoglierli», dice un medico del secondo Policlinico.

Ecco perché la percentuale di pazienti ricoverati in terapia intensiva rispetto al totale degli ospedalizzati dall’inizio dell’epidemia è altissima in Campania.

A questo si aggiunge la mancanza di letti generale, continua lo stesso medico: «Se riesci a ricoverare i pazienti quando non sono ancora gravi, molto probabilmente non hai bisogno della terapia intensiva. Ma se i ricoveri sono saturi, sei costretto a mandare a casa un paziente con sintomi lievi, col rischio però che ritorni dopo una settimana aggravato, con necessità di assistenza respiratoria. Dobbiamo sperare che i numeri restino bassi». 

Naturalmente aumentare i posti letto non basta, conclude la nostra fonte: «Se un gruppo di 4 medici è costretto a gestire un reparto con 25 pazienti, è chiaro che lo stress aumenta, i turni raddoppiano, e la possibilità di commettere errori aumenta. Abbiamo bisogno di più personale».

In più, spiega un medico che lavora nell’azienda ospedaliera dei Colli: «La protezione civile non è in grado di interpretare i dati che vengono forniti dai vari ospedali. Noi abbiamo numeri molto diversi e più ordinati. Ci sorprendiamo delle discrepanze che emergono ogni giorno dal bollettino nazionale. Ci chiediamo anche come sia possibile che la Regione possa gestire un’emergenza senza possedere dei dati accurati». 

La questione non è secondaria: in una situazione sotto controllo avere dati imprecisi, per quanto poco serio, non causa per forza danni; se però i pazienti con sintomi respiratori gravi dovessero aumentare repentinamente a causa della formazione di un focolaio infettivo, la situazione cambierebbe. 

Il sistema sanitario è regionale, i pazienti vengono inviati nei reparti Covid-19 a seconda delle disponibilità di ciascuna sezione specializzata. Come si fa a organizzare la ripartizione se a livello centrale non è chiaro che tipo di pazienti è ricoverato in terapia intensiva? 

A giudicare dal cambiamento nei numeri nei bollettini, è possibile che la task force regionale abbia capito di aver commesso un errore, e stia aggiustando lentamente i dati di cui dispone: il 26 marzo, a fronte di 1169 positivi, la Campania conta 114 pazienti in terapia intensiva. 

Nove in meno rispetto al 25 marzo, ma comunque una percentuale molto alta rispetto ai ricoverati con sintomi, 448. A titolo di esempio, il Lazio conta quasi il doppio dei ricoverati, 878, e 113 pazienti in terapia intensiva.

Negli ultimi giorni la Regione ha dato il via alle procedure per attivare gli ospedali modulari, ancora in allestimento: all’Ospedale del Mare e a Caserta sono in arrivo due ospedali “da campo”, che avranno rispettivamente 72 e 24 posti letto in Terapia Intensiva. 

Queste strutture avrebbero bisogno di attrezzature e personale adeguato per entrare pienamente in funzione, ma i ventilatori per terapie intensive e sub-intensive, i caschi C-PAP e i tubi endotracheali che la Regione aspettava non sono ancora arrivati; così come le mascherine FFP3, le mascherine FFP2, i guanti, gli occhiali e le tute non sono arrivate nelle quantità previste. 

Una persona in bici sul lungomare di Napoli, 11 marzo 2020 (Carlo Hermann / AFP)

Mercoledì 25, in una lettera pubblica inviata al governo, il presidente Vincenzo De Luca ha descritto uno scenario «drammaticamente complesso» per la Campania:  «I prossimi dieci giorni – scrive De Luca – saranno un inferno per noi. Siamo alla vigilia di una espansione gravissima del contagio, al limite della sostenibilità. La prospettiva, ormai reale, è quella di aggiungere alla tragedia della Lombardia quella del Sud. Per noi è questione di ore, non di giorni». 

Il presidente lamenta la mancanza di forniture: «Dopo aver creato decine di posti letto nuovi per la terapia intensiva, rischiamo di non poterli utilizzare per mancanza di forniture essenziali. Zero ventilatori polmonari; zero mascherine P3; zero dispositivi medici di protezione. A fronte di un impegno ad inviare in una prima fase 225 ventilatori sui 400 richiesti, e 621 caschi C-PAP, non è arrivato nulla. Permanendo questa nullità di forniture, non potremo fare altro che contare i nostri morti».

Alle accuse di De Luca la Protezione civile ha risposto con un duro comunicato pubblicato nel primo pomeriggio di giovedì 26 marzo: «In merito alle dichiarazioni rilasciate agli organi di stampa del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, è opportuno precisare che – contrariamente a quanto da lui sostenuto – sono stati consegnati, alla Regione Campania, fino ad oggi, circa un milione di dispositivi. Nel dettaglio, si tratta 788mila mascherine, circa 99mila FFP2e FFP3, 109mila guanti in lattice, oltre 3000 dispositivi – tra camici chirurgici, copriscarpe e visiere di protezione – e 15 ventilatori per terapia intensiva e sub-intensiva».

Chi ha ragione? Difficile dirlo, ma secondo quanto risulta a Linkiesta, il materiale protettivo negli ospedali manca, molto più di ventilatori per terapia intensiva, che sono invece al momento sufficienti: «Ciò che manca sono i DPI, dispositivi di protezione individuale. Non abbiamo tute, le mascherine scarseggiano, il nostro personale lavora in condizioni estreme già adesso che l’emergenza non è ancora arrivata», dice un altro medico dell’azienda ospedaliera dei Colli. 

A tutto questo si aggiunge l’incapacità cronica della Regione di effettuare tamponi. Giovedì 26 marzo in tutta la Campania sono stati esaminati altri 1374 test, portando il numero complessivo a 8346. Il numero di tamponi, tuttavia, non corrisponde al numero di persone sottoposte al test: in quel 8346 sono inclusi anche i test fatti più volte sulla stessa persona. 

La questione dei tamponi multipli alimenta la percezione sul basso numero di test effettuati sulla popolazione della Campania, soprattutto se rapportati ai quasi 6 milioni di abitanti: tamponi in proporzione agli abitanti, la regione ha il rapporto più basso d’Italia, lo 0,14%. Anche perché inizialmente i test in Campania venivano fatti solo all’ospedale Cotugno di Napoli. 

Dall’11 marzo c’è stata l’estensione graduale ad altri nove laboratori, ma nonostante i tentativi di recuperare il tempo perso – e i tamponi non effettuati – la regione registra ugualmente numeri molto bassi, anche rispetto alle altre regioni: la Campania è undicesima per numero di tamponi effettuati.

Non ci sono ancora i numeri per dire che la sanità campana è prossima al collasso. Ma tutto quel che sta accadendo in queste settimane nella regione è frutto di una sanità che non ha coordinamento e di una cabina di regiainadeguata anche per gestire situazioni ordinarie.

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