La corsa ai ripariPerché il test del coronavirus da un dollaro potrebbe essere la svolta (per salvare l’Africa)

L’epidemia si sta espandendo anche in Egitto e in Senegal, allarmando i Paesi vicini. Le strutture sanitarie sono fragilissime e gran parte della popolazione vive in condizioni estreme. Si teme un’ecatombe. Il metodo elaborato a Dakar, veloce ed economico, sarebbe una soluzione, ma arriverà a giugno

Michele Spatari / AFP

Un nuovo test per il Covid-2, più veloce e altrettanto affidabile, potrebbe arrivare dal Senegal. È qui che l’azienda inglese Mologic, insieme all’Institut Pasteur di Dakar, sta mettendo a punto un nuovo sistema che ridurrebbe i tempi di attesa fino a 10 minuti. Con un costo irrisorio: un dollaro.

Al momento i dati del coronavirus in Africa, ancora limitati fino a poche settimane fa, hanno conosciuto un’impennata: si sono registrati casi in 30 Paesi su 54, per un totale che supera i 400 (ed erano quasi tutti di importazione dall’Europa).

I governi, in prima fila quello egiziano, hanno cominciato a prendere i primi provvedimenti restrittivi. Il problema sono le strutture sanitarie del continente, le più fragili del mondo (il totale della spesa è l’1% di quella globale, con però il 23% delle patologie). Se il virus si comporta anche lì come in Asia e in Europa, dove la popolazione è però in media più anziana, potrebbe trasformarsi in un’ecatombe, anche perché il suo impatto andrebbe a sommarsi a quello di altre malattie, già moto diffuse, come l’HIV, la tubercolosi e la malaria. Senza contare che le condizioni igienico-sanitarie in buona parte del continente sono disastrose. «Come si può chiedere alle popolazioni dei villaggi di lavarsi spesso le mani, quando non c’è acqua?», ha ricordato a Science la parassitologa Francine Ntoumi, dell’Università Marien Ngouabi della Repubblica del Congo. «O di usare disinfettanti, quando non ci sono nemmeno i soldi per il cibo?»

Sarà difficile anche ottenere un corretto distanziamento sociale quando gran parte della popolazione urbana vive negli slum: chiedere di restare in casa, in ambienti dove più generazioni vivono sotto lo stesso tetto, metterebbe a rischio la vita dei più anziani.

Serve contenere, allora. L’Egitto ha chiuso i voli internazionali fino al 31 marzo, serrando scuole e università e vietando eventi. Il Sudafrica ha dichiarato «la calamità nazionale», chiudendo ai voli da Cina, Italia, Iran, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Uguale l’Algeria. Il Marocco chiude e crea un fondo di finanziamento da un miliardo di dollari per contenere le spese. Il Senegal chiude le scuole e sospende gli eventi pubblici.

Basterà? L’unico vantaggio dell’Africa è di avere di fronte a sé gli esempi di Cina ed Europa. Può attrezzarsi per tempo e, come raccomanda l’Oms, prepararsi a individuare (e isolare) subito i focolai. Ma servono test e solo 36 Paesi su 54 dispongono delle strutture per farli. In più quelli attuali, i PCR, riescono a idenfiticare il materiale genetico del patogeno solo con un processo di laboratorio che richiede diverse ore e, soprattutto, può arrivare a costare anche più 400 dollari, almeno nelle strutture private.

In questo senso, il nuovo metodo elaborato in Senegal sarebbe la salvezza: basandosi su una tecnologia utilizzata per i test di gravidanza, si compone di un kit di analisi sia salivare che sanguigna (la puntura sul dito). Costerebbe poco, sarebbe veloce e semplice da impiegare. L’unico problema è che arriverà soltanto a giugno. «Ci stiamo assicurando che i testi vengano resi accessibili al costo di produzione», spiega a Bloomberg Joe Fitchett, direttore medico della Mologic.

Nel frattempo si chiede aiuto. C’è la Cina, che con la Jack Ma Foundation e la Alibaba Foudation ha inviato 20mila kit per i test, e 100mila mascherine per ogni Paese africano. Addis Abeba si è assunta l’incarico di gestire la distribuzione e logistica.

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