La banalità di Fofò DjRivolta nelle carceri e caos nei tribunali. Dopo l’emergenza coronavirus, Bonafede si dimetta

Anche in una situazione così drammatica, il ministro della Giustizia è stato incapace di fare il minimo sindacale: dare disposizioni chiare. Mentre il virus si diffondeva ha lasciato i dirigenti degli uffici giudiziari senza istruzioni come un novello Badoglio della pubblica amministrazione

Quando tutto questo sarà passato e saremo tornati a quella banale routine che giorno dopo giorno assomiglia sempre più a un piccolo paradiso perduto, allora ci dovremo ricordare di cacciare Alfonso Bonafede dal governo. Avrebbe dovuto fare poche cose, non difficili peraltro: garantire un minimo di regola negli affari giudiziari correnti e monitorare la situazione di sovraffollamento delle carceri. Forse anche Angelino Alfano ne sarebbe stato capace, lui no, fulmineo nella interlocuzione con ogni genere di parte offesa, non importa se ancora riconosciuta come tale, non considera degni di attenzione i diritti degli imputati, anche se quei diritti non sono di pertinenza esclusiva degli inquisiti ma di ogni cittadino, compresi quelli innocenti. Ed ecco che anche in una emergenza drammatica “Fofo DJ” è stato incapace di fare il minimo sindacale: dare disposizioni chiare.

Mentre il morbo si allargava a tutto il paese ha lasciato i dirigenti degli uffici giudiziari senza istruzioni come un novello Badoglio della pubblica amministrazione. Ha poi taciuto imbarazzato di fronte alla decisione dell’Organismo Congressuale Forense (l’assemblea degli ordini italiani) di indire un’astensione con lo scopo di tutelare la salute degli avvocati con la conseguenza in alcuni casi di aspri e paralizzanti conflitti tra legali e magistrati che non riconoscevano legittimità allo sciopero delle toghe. Alla fine, costretto, è andato in televisione ad annunciare farfugliando urbi et orbi che si sarebbe fermata ogni attività nei tribunali italiani e che per tutta la durata della sosta si sarebbe applicata «la sospensione feriale dei termini».

Per i non addetti: dal 1 al 31 agosto per legge non si calcolano i vari termini di scadenza delle attività giudiziarie sia dei magistrati che degli avvocati. Nel caso in cui si debba depositare o impugnare una sentenza, se il termine di scadenza coincide col mese di sosta lo si intende, per legge, prorogato a dopo la fine delle ferie per i giorni ancora da calcolare dopo il 31 luglio. Una cosa non difficile e di buon senso per evitare affollamenti pericolosi ma che il ministero che ha approntato il relativo decreto poi firmato da Conte ha incomprensibilmente soppresso dal testo finale.

Invece di limitarsi a scrivere che si sarebbe applicata «la disciplina della sospensione feriale dei termini di cui alla legge 742/69» per il periodo di sosta totale dell’attività (dal 6 al 23 marzo) si è preferito glissare e parlare genericamente in un comma di sospensione «degli atti». Senza specificare se tale pausa riguardasse solo i processi espressamente rinviati nelle due settimane o anche tutti i procedimenti, compresi quelli fissati al di fuori dell’arco temporale. Una differenza non da poco, perché nell’ipotesi più ristretta gli avvocati sarebbero comunque dovuti andare in tribunale per depositare gli atti in scadenza affollando le cancellerie già di loro con pochissimo personale e che perdipiù sono state in gran parte chiuse.

Nell’8 settembre giudiziario di Bonafede è accaduto che i vari responsabili degli uffici giudiziari italiani hanno sposato tesi diverse scrivendo circolari con una propria disciplina, variante da distretto a distretto. È così Giuseppe Santalucia già capo dell’Ufficio Legislativo del ministero ha optato per la sospensione limitata ai processi rinviati a marzo mentre il suo successore Melillo oggi procuratore Capo a Napoli per distinguersi ha abbracciato la versione estesa. Il massimo lo si è avuto a Roma dove la Procura ha ritenuto sospesa ogni forma di attività mentre il presidente del Tribunale ha allestito apposite postazioni per raccogliere “Impugnazioni e atti in scadenza”. Un bailamme che ha costretto il ministero a una frettolosa sostituzione della relazione al Disegno di legge sull’emergenza del coronavirus con una nuova contenente l’espressa affermazione che i termini di legge sono sospesi per tutti. Un unicum.

Poi è arrivata la rivolta carceraria e qui l’insipienza ha toccato il vertice. Tranne Piercamillo Davigo tutti sanno che le carceri italiane sono una sorta di Cayenne che pure la Corte Europea dei Diritti umani (i diritti umani già…) ha sanzionato addirittura mettendo per iscritto quale dovesse essere lo spazio vitale per detenuto: tre metri (avete capito: tre metri). E si sono scritte sentenze per disquisire se si dovesse calcolare il letto o meno (rigorosamente a castello in celle da sei e nove ospiti).

L’art 6 della legge n. 354 del 26 luglio 1975, la legge sull’ordinamento penitenziario, stabilisce che «I locali nei quali si svolge la vita dei detenuti e degli internati devono essere di ampiezza sufficiente, illuminati con luce naturale e artificiale in modo da permettere il lavoro e la lettura; aerati, riscaldati ove le condizioni climatiche lo esigono, e dotati di servizi igienici riservati, decenti e di tipo razionale. […] I locali destinati al pernottamento consistono in camere dotate di uno o più posti».

La Corte ha invitato «a risolvere il problema strutturale del sovraffollamento delle carceri, incompatibile con la Convenzione dei diritti umani» che rappresenta un «problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano». La Corte ha esortato lo Stato non in grado di garantire a ciascun detenuto condizioni detentive conformi all’articolo 3 della Convenzione, ad agire in modo da diminuire il numero di persone incarcerate, in particolare tramite una riduzione al minimo del ricorso alla custodia cautelare in carcere. Gran parte dei magistrati italiani hanno risposto che il monito non era rivolto a loro ma al governo ed hanno continuato come prima.

Oggi, il garante dei detenuti Mauro Palma denuncia: «Ci sono 60.472 i detenuti e 50.514 posti letto». A questa situazione incivile non solo Bonafede non ha posto rimedio ma anzi ha avviato una serie di riforme come la Spazzacorrotti col dichiarato intento di aumentare la popolazione carceraria. I rivoltosi che Bonafede quantifica in 6000 non sono mafiosi, per costoro vige il regime di carcere speciale in isolamento totale e non hanno mai beneficiato di amnistia e indulto. Non hanno interesse alla ribellione. La massa è costituita dalla criminalità di strada, dagli immigrati, la “schiuma della terra” senza diritti oltre quello di marcire in carcere. Senza poter osservare distanza di sicurezza e senza mascherine, liberi di ammalarsi.

Rita Bernardini del Partito radicale e da sempre impegnata sul fronte del carcere, e Tullio Padovani ordinario di Diritto Penale a Pisa hanno accusato Bonafede di non essere andato in radio a parlare coi detenuti: «Non interessa molto comunicare con i detenuti che sono considerati entità trascurabili, non sono nessuno. E vengono trattati come nessuno. Non dal ministro Bonafede o dal capo del Dap Basentini, ma dalle leggi di questo Paese…Noi siamo uno Stato che autorizza i maltrattamenti», dice Padovani. Perché stupirsi? Hanna Arendt ha saputo raccontare nella “Banalità del male“ chi è il piccolo, inoffensivo burocrate indifferente al dolore e crudele nella sua placida convinzione di essere dalla parte della ragione.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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