Effetti di lungo termineE se le scuole chiuse e l’insegnamento a distanza aiutassero la diffusione della tecnologia in classe?

Gli istituti si stanno organizzando per le lezioni in streaming e per aiutare gli studenti a continuare una vita scolastica (quasi) normale. In molti scoprono i vantaggi delle infrastrutture digitali, perché non continuare a utilizzarle anche quando l’emergenza sarà finita?

Gli istituti si stanno organizzando per le lezioni in streaming e per aiutare gli studenti a continuare una vita scolastica (quasi) normale. In molti scoprono i vantaggi delle infrastrutture digitali, perché non continuare a utilizzarle anche quando l’emergenza sarà finita?

Quando in Veneto è arrivata per la prima volta la notizia della chiusura delle scuole da mercoledì 27 febbraio a domenica 1 marzo, la maggior parte dei professori sarà stata felice di avere qualche giorno in più di vacanza da attaccare al ponte di carnevale. Quando si è estesa la chiusura di un’altra settimana, i docenti hanno mandato qualcosa da fare ai propri studenti. Quando però è stato deciso di prolungare fino al 15 marzo (almeno) abbiamo iniziato a preoccuparci, consapevoli di dover pensare a qualcosa di più strutturato per la didattica a distanza.

Al Liceo scientifico “Jacopo da Ponte” di Bassano del Grappa ci si è attivati per rendere accessibili a tutti gli strumenti già attivi: «Nelle prime circolari che abbiamo emanato abbiamo fatto il punto sulle due piattaforme che il Liceo ha già attive per la didattica a distanza, che sono Google Suite for Education e la piattaforma del registro elettronico Spaggiari – spiega la dirigente Marilena Valle – Abbiamo iniziato inoltre una proficua collaborazione con i rappresentanti di istituto degli studenti e con i rappresentanti dei genitori. Questa emergenza va gestita per quanto più possibile insieme: solo così si riuscirà a vincerla».

Con queste due piattaforme è possibile fare lezioni in streaming, nelle quali il docente può interagire con i ragazzi mediante una chat o in video, e inserire materiali, compiti, esercitazioni. «La sfida – spiega la dirigente – è quella di creare le condizioni di supporto e aiuto reciproco con la collaborazione di tutti. Questa collaborazione sta funzionando». Secondo i rappresentanti degli studenti, la situazione ha anche un risvolto positivo nei rapporti con i professori: «L’emergenza chiama gli studenti alla responsabilità, e ciò che emerge è la capacità di risolvere creativamente le problematiche legate soprattutto alla didattica che ora è frutto della collaborazione tra docenti e ragazzi. Si creano nuovi metodi di comunicazione digitale, si stabiliscono nuove routine in accordo con i professori per arrivare alla modalità di insegnamento e apprendimento più efficace. I ragazzi si confrontano e supportano tra loro e con i professori: questo purtroppo prima non era scontato, mentre ora è necessario rendendo tutti protagonisti».

Dalle prime reazioni dei docenti sembra che la differenza nel reagire all’emergenza stia nell’approccio, non nell’età. L’esperienza pregressa conta, ed è ovvio che i professori più giovani sono già abituati a utilizzare la tecnologia, ma anche molti docenti meno giovani si sono messi in gioco per passare dall’offline all’online. Il mondo dell’Università e della formazione offrono molti corsi di specializzazione e master online, molto frequentati. Lo conferma anche Giovanni Boccia Artieri, professore di Scienze della Comunicazione all’Università di Urbino Carlo Bo: «Noi abbiamo deciso come ateneo di attivare per tutti i 34 corsi di laurea la possibilità di fare lezioni online attraverso una estensione del sistema Moodle che noi già usiamo dal 2015. Abbiamo notato che le interazioni sono addirittura superiori rispetto alla classica lezione frontale: più studenti chiedono la parola (con la funzione “alza la mano” è possibile prenotarsi per un intervento), intervengono in chat, fanno domande. In questo che è un esperimento sociale creato in una situazione del tutto eccezionale abbiamo avuto picchi di 10 mila persone collegate in un giorno, con fino a 1000 utenti online in uno stesso momento. La rete sta reggendo benissimo e l’esperienza online è positiva, tanto che il 60 per cento dei corsi si sono svolti con questa modalità: un numero molto alto per questo tipo di esperimento».

Ma questa modalità è gestibile a lungo termine? «La sfida sta proprio lì – risponde Giovanni Boccia Artieri – dobbiamo inventarci un modo per motivare i ragazzi a partecipare alle lezioni: renderle più interattive, il semplice contenuto da creare e condividere non basta. I ragazzi sono molto più avanti di noi. Molti sono videogiocatori che vivono lo streaming su Twich, oppure utilizzano altri tipi di live streaming come le dirette dei canali YouTube o dei profili Facebook e Instagram».

Mario D’Angelo, professore di Storia e Filosofia presso l’Istituto Corradini di Thiene in provincia di Vicenza, sottolinea quanto la didattica in presenza sia chiaramente insostituibile, sia per noi insegnanti che per gli stessi studenti: «Quello che il docente può comunicare in presenza attraverso il canale non verbale è essenziale. Tuttavia, con la tecnologia si può fare molto. Strumenti come Google Classroom e Meet permettono di fare videolezioni in diretta e di condividere con tutta la classe file, immagini, video e link, gli studenti a loro volta possono condividere i propri materiali e intervenire durante la lezione interagendo con il docente e la classe». Chiediamo quindi come si stanno comportando gli studenti in questa circostanza, se l’interazione è semplice e rapida: «Hanno grande familiarità con queste tecnologie – risponde Mario D’Angelo – i docenti che sanno comunicare bene in presenza potrebbero soffrire questa situazione per l’uso di questi strumenti, ma ci sono, paradossalmente, docenti che hanno difficoltà nelle lezioni frontali e invece si sentono a loro agio quando la comunicazione è mediata da uno strumento. Inoltre, in classe c’è sempre lo studente introverso, più timido, che fa fatica a chiedere la parola e che non alza mai la mano autonomamente: è proprio quello studente che, attraverso questi strumenti, interagisce di più».

È possibile che questa esperienza diventerà preziosa e che aiuterà la diffusione e l’utilizzo di questi strumenti in condizioni normali, per esempio per gli alunni che per motivi di salute non possono venire a scuola. E forse renderà i docenti meno refrattari alla tecnologia, che potrebbe migliorare, e di molto, la capacità di insegnare e di apprendere.

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