Storia recenteLa prima pandemia del millennio: così l’Italia reagì all’arrivo dell’influenza suina

Anche conosciuta come H1N1, scoppiò in Messico nel 2009 e presto arrivò in Europa. Anche in quella occasione si parlò di chiudere le scuole, favorire il telelavoro, insieme a piani di continuità. Per fortuna esisteva il vaccino

Nemmeno un mese dopo la dichiarazione dello stato di massima allerta, l’1 luglio del 2009, i casi di virus H1N1 dichiarati dall’OMS nel mondo erano circa 77.000, con 332 decessi. L’inverno era arrivato nell’emisfero australe e il picco pandemico era stato raggiunto in diversi paesi. La somiglianza dei sintomi con quelli dell’influenza stagionale rendeva difficile la raccolta di dati precisi e il contenimento del contagio, ma l’infezione continuava a presentarsi in forma leggera, e il tasso di letalità rimaneva molto basso.

A settembre l’allarme si trasferì all’emisfero nord del mondo, che aveva avuto qualche mese per prepararsi alla fase acuta del contagio. Tra le zone più colpite dal virus H1N1 a partire dall’autunno 2009 vi furono gli Stati Uniti. La situazione era tale da spingere Barack Obama a dichiarare il 23 ottobre lo stato di emergenza nazionale. Il presidente firmò un atto che permetteva alle autorità sanitarie di prendere misure urgenti anche in assenza di alcuni requisiti previsti dalle leggi federali. All’epoca, gli Stati americani colpiti dall’epidemia erano 46 su 50, decine di migliaia i casi segnalati, oltre 20.000 i ricoveri e quasi 1000 i morti. La dichiarazione dello stato d’emergenza ebbe lo scopo di consentire una maggiore flessibilità nel trattamento dei pazienti, di accelerare la distribuzione dei vaccini e di avviare operazioni su vasta scala per arginare l’epidemia.

L’Italia non fu colpita così duramente, ma a fine estate i casi registrati erano già qualche centinaio e a inizio settembre arrivò anche il primo decesso. Come si era preparato o si stava preparando il governo italiano a un inverno che si preannunciava molto problematico per la popolazione e per il sistema sanitario nazionale?

La prima mossa, ancora ad aprile 2009 e in linea con le modalità di contenimento già impiegate per la SARS e l’aviaria, fu quella di cercare di controllare le frontiere. Il Ministero della Sanità istituì un’unità di crisi a Roma, dove si registrava il più alto flusso di turisti dalle zone colpite. Tutti coloro che tornavano dal Messico furono subito invitati a sottoporsi a una quarantena di una settimana. Negli aeroporti internazionali a inizio maggio erano già in vigore i percorsi differenziati per passeggeri e membri dell’equipaggio provenienti dal Messico, e si procedeva a raccogliere le generalità e i recapiti di tutti coloro che si fermavano in Italia. Per la prima volta si instaurò una collaborazione attiva con agenzie di viaggio e tour operator perché fornissero le informazioni necessarie per organizzare controlli accurati su tutti coloro che tornavano dalle zone colpite dalla pandemia. La sorveglianza non era rivolta solo a chi arrivava in Italia via aereo, come testimonia un articolo di Repubblica del 17 maggio 2009, circa 4 settimane dopo il decesso di Maria Gutierrez nella cittadina del sud del Messico e ben prima della dichiarazione della fase 6 da parte dell’OMS:

«In crociera esplode il contagio e l ́Italia vieta lo sbarco ai passeggeri. Quattro passeggeri chiusi, in isolamento, nella propria cabina, tre marittimi in quarantena, e una coppia di americani accompagnata in ambulanza da Civitavecchia all’ospedale Spallanzani di Roma, reparto infettivi. È il bilancio della crociera nel Mediterraneo dell’Azamara Journey, partita da Atene un paio di settimane fa e funestata da una sospetta infezione da virus A/H1N1, quello della cosiddetta febbre suina. Il caso scoppia a bordo nella notte di venerdì, mentre la nave incrocia le acque italiane davanti a Sorrento. Una donna americana intorno ai cinquant’anni chiama il medico di bordo. “Denunciava tutti i sintomi dell’infezione”, raccontano alcuni testimoni. Il medico si rivolge all’autorità sanitaria marittima del porto di Sorrento che immediatamente attiva le procedure: costringe la nave a rimanere in rada e manda a bordo un medico. Che, riscontrata l’effettiva presenza dei sintomi, decide di mettere la donna in isolamento. Insieme a lei, chiusi in cabina per sicurezza, anche il marito e i due figli, oltre a tre marittimi che nei giorni precedenti avevano avuto contatti con la famiglia. Inizialmente i medici avevano preso in considerazione misure anche più drastiche, ma per evitare eccessi di panico (un po’ di preoccupazione cominciava a diffondersi tra i passeggeri) hanno deciso per una linea morbida. Anche perché la crociera il giorno dopo sarebbe arrivata a Civitavecchia, ultima tappa. La nave viene fatta ripartire. Arrivata al largo di Roma all’alba di sabato, il problema si ripropone. Proprio come a Sorrento, l’autorità portuale blocca in rada la nave e invia a bordo dei medici che riscontrano nuovamente l’effettiva presenza dei sintomi. Solo che stavolta decidono di dirottare verso l’ospedale romano la donna e la sua famiglia per tutti gli accertamenti del caso. Il tempo di incubazione per il resto dei passeggeri è invece trascorso senza che nessuno manifestasse sintomi preoccupanti. Le operazioni di sbarco sono dunque state svolte senza ulteriori problemi»

Risposte esagerate da parte delle autorità portuali? Le notizie che nel frattempo arrivavano dal Messico raccontavano di un numero di decessi in continua crescita e i dati sull’aggressività del virus erano in questa fase davvero poco chiari. Non stupisce quindi che la prudenza invitasse a comportamenti molto conservativi.

Considerato poi che la situazione era in continua evoluzione, il governo ritenne di doversi attrezzare affinché, qualora il nuovo virus influenzale avesse colpito un’alta percentuale della popolazione, vi fossero medicine a sufficienza per fornire una risposta adeguata. Nell’aprile 2009 il sottosegretario alla Salute, Ferruccio Fazio, annunciò che erano state stoccate presso il Ministero 40 milioni di dosi di antivirali. Nemmeno un mese dopo, però, il Ministero della Salute emise un’ordinanza perché lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze provvedesse alla trasformazione in capsule del principio attivo Oseltamivir, già di proprietà del Ministero. L’antivirale, che in forma liquida è commercializzato con il nome di Tamiflu, era il farmaco che l’OMS consigliava come una delle risposte più efficaci ai virus influenzali A e B. Oltre alle scorte di medicinali, occorreva poi potenziare e rafforzare la rete dei medici di famiglia che si prevedeva avrebbe dovuto gestire in prima battuta la gran parte dei casi, attraverso l’applicazione di protocolli convenzionali.

Già a fine aprile, un’informazione capillare raggiunse i medici di base, i quali ricevettero un dossier scientifico contenente tutto ciò che al tempo si conosceva dell’influenza H1N1:caratteristiche, diffusione e terapie efficaci. Di lì a pochi giorni, una circolare del governo fu diramata alle regioni per dare indicazioni sulle misure di prevenzione e controllo. La circolare dava anche disposizioni circa la definizione dei casi sospetti e la loro gestione a livello di diagnosi e di trattamento, e definiva le modalità di notifica di tali casi alle autorità competenti. L’11 giugno i timori divenivano realtà: lo strano virus proveniente dal Messico era causa della prima vera pandemia del nuovo millennio, che evidentemente non avrebbe risparmiato un paese industrializzato e popoloso come l’Italia.

Con la dichiarazione dell’OMS che sanciva il passaggio del livello di allerta da 5 a 6, scattò immediatamente il piano pandemico nazionale, da tempo predisposto per fronteggiare l’eventualità di emergenze sanitarie globali. Dal punto di vista non strettamente sanitario, il piano prevedeva prima di tutto azioni per garantire la continuità dei servizi pubblici essenziali. Le aziende pubbliche di trasporto, servizi al cittadino, forze dell’ordine, e così via, dovettero dotarsi di «piani di continuità» per assicurare il regolare svolgimento delle operazioni in caso di carenza estrema di personale.

Furono pianificate soluzioni alternative come il lavoro a distanza, l’isolamento degli impiegati di concetto operanti nello stesso reparto, l’eventuale ricorso a risorse esterne all’azienda e la temporanea soppressione di attività non ritenute essenziali. Un dibattito intenso si accese circa la strategia da adottare per le scuole, uno dei luoghi in cui il nuovo virus influenzale era destinato a trasmettersi con più facilità. Studi epidemiologici mostrarono che la chiusura delle scuole in sé non avrebbe da sola ridotto il numero di persone destinate a contrarre il virus, ma, limitando in modo consistente il numero di contatti tra persone, avrebbe potuto ritardare il picco dell’epidemia, lasciando così più tempo al sistema sanitario nazionale per organizzarsi. Il Ministero dell’Istruzione fece effettivamente un tentativo in questa direzione, al termine dell’anno scolastico 2008/2009, emettendo un’ordinanza che invitava gli istituti scolastici a chiudere i battenti per sette giorni nel caso si verificassero casi confermati di nuova influenza pandemica. In pratica, però, le scuole che chiusero prima dell’estate 2009 furono davvero poche e le azioni di contenimento intraprese ebbero prevalentemente natura individuale

da “Pandemie d’Italia. Dalla peste nera all’influenza suina: l’impatto sulla società”, di Guido Alfani e Alessia Melegaro, Egea (2010)

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