BurpChe cosa dicono i giornali internazionali

La pandemia e Trump stanno uccidendo la media ristorazione di qualità, il Ramadan in versione coronavirus, ed è arrivato il momento di ricominciare a coltivarsi da soli un po' di cibo

Foto di Gabriele Rosso

The Trump Administration Is Writing a Death Sentence for America’s Most Important Restaurants – Esquire, 17 aprile

Jeff Gordinier, critico gastronomico di Esquire USA, ha scritto questo articolo che (purtroppo) suona come de profundis per la piccola ristorazione indipendente e di qualità degli Stati Uniti. Sì perché oltreoceano la sopravvivenza di cocktail bar, panetterie, caffetterie e ristoranti è appesa a un filo come da noi, con la differenza che il ruolo sociale e culturale di questi esercizi, che soprattutto tra fine anni Novanta e primi Duemila hanno iniziato a rivoluzionare la scena gastronomica americana costruendo felici isole di rinnovata consapevolezza alimentare, non è minacciato soltanto dal diffondersi della pandemia e dal perdurare delle chiusure, ma anche da un’amministrazione federale che pare insensibile al loro richiamo. La cultura gastronomica che aleggia nei dintorni della Casa Bianca, dopo la felice parentesi obamiana, è regredita a livelli imbarazzanti. Ed è così che Trump e soci stanno mettendo in campo misure economiche di cui stanno beneficiando perlopiù le catene di fast food e, forse, l’1% rappresentato dai ristoranti iper-lussuosi, come si può dedurre scorrendo anche l’elenco dei nomi che fanno parte della commissione incaricata di mettere le pezze alle falle del settore: ci sono fior di dirigenti delle multinazionali del cibo-spazzatura, e quattro rappresentanti della ristorazione d’elite e da bianche tovaglie come Thomas Keller, Daniel Boulud, Wolfgang Puck e Jean-Georges Vongerichten. L’articolo è quasi commovente, anche perché scritto con grande trasporto. Era da un po’ che non se ne leggevano.

Leggi anche:

Danny Meyer restituisce gli aiuti del Cares Act: “C’è bisogno di sostegno per i più piccoli, non solo per le catene” di Livia Montagnoli, Gambero Rosso, 22 aprile.

Help Is On the Way, Restaurants Are Told. But Will It Work? Di Pete Wells, The New York Times, 21 aprile.

This year’s Ramadan calls for a light and healthy celebration – The Washington Post, 21 aprile

Ieri sera, giovedì 23 aprile per intenderci, è iniziato il Ramadan, una ricorrenza che dalle nostre parti e dal punto di vista dei non islamici è considerata con sguardo esotico, ma che nei fatti coinvolge circa un quarto dell’intera popolazione mondiale, visto che nel 2010 i musulmani erano 1,6 miliardi, e nel 2030, secondo le proiezioni del Pew Research Center, saranno 2,2 miliardi. Per chi non lo sapesse, il Ramadan non prevede soltanto il digiuno dall’alba al tramonto, ma anche una spiccata socialità, che si traduce da un lato nell’aiuto e nella solidarietà verso le famiglie e le comunità più disagiate, e dall’altro nella condivisione festosa e collettiva dell’iftar, il pasto serale. La pandemia in atto sta quindi obbligando una persona su quattro nell’intero pianeta a ripensare radicalmente il proprio Ramadan, e questo articolo di Shadi HasanzadeNemati, autrice gastronomica di origini persiane, spiega come si può affrontare nel migliore dei modi. Riassumendo: scegliendo una dieta più semplice e leggera (vista l’attività fisica ridotta), pianificando in anticipo i pasti (viste le limitazioni nella possibilità di fare la spesa), condividendo i momenti di festa con i propri cari usando app di videoconferenza, sostituendo il volontariato con donazioni, anche di cibo, per le persone in difficoltà, e prendendosi del tempo per riflettere sui cambiamenti positivi nello stile di vita che dovremo adottare.

Il coronavirus ci sta insegnando che è ora di iniziare a coltivare da soli il nostro cibo – Munchies, 22 aprile

Un aspetto interessante dei media digitali come Vice, di cui Munchies è la costola gastronomica, è dato dal fatto che hanno redazioni sparse in tutto il pianeta, e traducendo alcuni articoli comparsi in altre zone del mondo contribuiscono a costruire un dialogo più ampio, con punti di vista differenti. Questo pezzo, che qui trovate in italiano, è comparso sull’edizione indiana di Munchies, ad esempio, e contiene una serie di testimonianze e di riflessioni raccolte da Pallavi Pundir sul rischio di rimanere senza cibo a causa della pandemia, un rischio che si sta profilando sempre più chiaramente in certe aree del pianeta. Se da un lato la FAO consiglia di non considerare le possibili carestie che potrebbero investire certe zone del mondo come problemi esclusivi di quelle zone, ricordandoci che certe sofferenze su larga scala si riverberano inevitabilmente su tutti, dall’altro sempre più persone, sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo, si stanno rendendo conto che una soluzione, per quanto parziale ma rassicurante, è quella di coltivarsi da sé un po’ di cose, o comunque ricostruire un’economia su base locale dei prodotti agricoli. E in effetti tra le conseguenze che potremmo definire parzialmente positive di questo difficile e tragico momento c’è proprio questa rinnovata consapevolezza. Insomma, abbiamo denigrato, spesso a ragione, il dogma del chilometro zero in quanto dogma, ma forse è arrivato il momento di renderci conto che la sicurezza alimentare del futuro dovrà passare attraverso la costruzione di economie agricole perlopiù di vicinanza.

Leggi anche:

‘Instead of Coronavirus, the Hunger Will Kill Us.’ A Global Food Crisis Looms di Abdi Latif Dahir, The New York Times, 22 aprile.

Enduring love: 30 years of the great British gastropub – The Guardian, 19 aprile

La settimana scorsa vi abbiamo segnalato un articolo di Jay Rayner sui ristoranti che diventano veri e propri classici e che durano nel tempo. Questa settimana il celebre critico gastronomico del Guardian continua nelle sue riflessioni sulla ristorazione britannica, e lo fa parlando dei gastropub.

Les pionniers de la gastronomie : Bocuse sort le chef de la cuisine – Le Monde, 17 aprile

La pandemia è diventata un’occasione per tante persone di fermarsi a riflettere, leggere vecchi libri e riconsiderare un po’ di aspetti della propria vita, se non della propria professione. Quelli di Le Monde ne hanno invece approfittato per pubblicare una serie di articoli sui pionieri della grande cucina francese. La settimana scorsa hanno iniziato con Michel Bras, questa volta è il turno di Paul Bocuse, raccontati da Marie Aline.

L’anarchico Luigi Veronelli e il vino – Intravino, 16 aprile

In tempi di bevute anarchiche, vale la pena leggere questo bell’articolo di Massimiliano Ferrari su Veronelli ma non solo: c’è un veloce ritratto dei rapporti tra pensiero anarchico/personaggi anarchici e vino.

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