Gradualità e controlloLe regole della Commissione per gestire la fase due, poi ogni paese farà per sé

La presidente Ursula Von der Leyen ha indicato i tre pilastri da seguire: senza il calo certo e stabile dei contagi non si esce, ci deve essere una comunicazione trasparente tra gli Stati sui dati e sulle misure adottate, la ripresa deve avvenire tutelando le fasce più deboli

Afp

A quasi due mesi del primo lockdown (a Codogno si è chiuso tutto il 23 febbraio), il problema non è quando, ma come uscire. Per evitare che la fine della quarantena si trasformi in una nuova impennata di contagi e, di conseguenza, in un nuovo e ancor meno sopportabile giro di chiave a doppia mandata della porta di casa, la Commissione europea, ha presentato mercoledì alcune linee guida sulla fase due, la transizione. Il che in un mondo in cui nessuno sa che pesci pigliare e ognuno fa un po’ come gli pare, non risolve, ma di certo aiuta. Secondo la presidente Ursula Von der Leyen saranno tre i pilastri dei prossimi mesi: i dati, la comunicazione e solidarietà tra stati, e soprattutto la gradualità e il controllo.

Per quel che riguarda il primo pilastro, i dati e la scienza, la questione è presto detta: se la curva non scende e non si appiana, ossia se non si stabilizzano i numeri e la capacità degli ospedali di curare i malati, non si va da nessuna parte. Non solo. Se, una volta usciti dal lockdown, i dati dovessero cambiare e le cose peggiorare, occorrerà chiudere di nuovo tutto senza esitazioni e temporeggiamenti, visto che le ultime settimane ci hanno insegnato come la quarantena, per quanto faccia schifo e sfasci tutto il resto, funziona nel salvare le nostre vite.

Il secondo pilastro riguarda la comunicazione tra gli Stati. In tempi di pandemia e di vigorose richieste di aiuti economici non può esistere che ognuno faccia come gli pare. «We need a European approach» ha detto la presidente. Ciò significa che ci dovrà essere comunicazione trasparente tra gli Stati sui dati e sulle misure adottate. E che non potrà esistere nessuna misura di protezionismo per cui ognuno si tiene per sé le proprie strutture e le proprie forniture. Come hanno fatto in un primo momento qualche settimana fa da Francia e Germania nei confronti dell’Italia, ma poi la vendita delle mascherine è stata sbloccata dal commissario Ue al mercato interno Thierry Breton. Anche i confini andranno gradualmente riaperti, non appena le condizioni sanitarie saranno omogenee e lo consentiranno. Altrimenti che Unione è?

Il terzo pilastro è quello che, forse, ci interessa di più, perché influirà in modo concreto e spicciolo su come saranno le cose quando usciremo di casa. La gradualità: le misure collettive che hanno chiuso in casa, per mesi, interi Paesi, dovranno lasciare il posto ad altre misure, più puntuali e precise, che tutelino i soggetti deboli e a rischio, ma facciano uscire, lavorare e studiare, chi può. L’ordine ipotizzato dalla Commissione è: prima scuole e università, poi le attività commerciali (seppur con ingressi limitati), poi caffè e ristoranti (seppur con ingressi limitati), infine gli eventi di massa (concerti, stadi ecc).

Il controllo: serviranno efficaci strumenti di tracciamento dei contagi (app, santo cielo) che però, sotto l’egida dell’Unione europea e del sacrosanto (e in buona parte inapplicato) GDPR, garantiscano privacy e tutela dei dati, per capire dove e come potrebbero nascere nuovi focolai e su quelli intervenire subito, con chiusure precise e chirurgiche.

In Italia dal 14 aprile hanno riaperto cartolibrerie, librerie, negozi per bambini e neonati. Il resto, forse, riaprirà all’inizio di maggio. Ma altrove? Qualcosina, poco e con juicio, si muove. I nostri cugini europei (colpiti, va detto, meno di noi dal CoVid-19, Spagna inclusa) hanno deciso di guardare fuori dallo spioncino della porta e di provare, come Noè, a mandar fuori una colomba, per vedere se torna. O un canarino, come facevano i minatori una volta, per vedere se non torna. Così mentre qui si traccheggia e si tratta sulle date, sui se e sui ma, sui ponti di primavera, sulle spiagge di plexiglass e sulle librerie, altrove si procede a tentoni, ma si procede. L’idea di fondo è riapriamo, ma con cautela.

Austria e la Danimarca, per esempio, hanno iniziato a riaprire quel che serve. Non tutto certo, e, anzi decisamente poco e solo per chi può far rispettare le distanze minime. Per ora si comincia con gli esercizi commerciali molto grandi (più di 400 mq) e con quelli piccoli esercizi (purché limitino gli accessi). Anche le scuole per l’infanzia hanno riaperto, seppure, di nuove, tra mille cautele e mascherine. Lo stesso la Repubblica Ceca, paese tra i meno colpiti, stando ai numeri, visto che ha denunciato solo 161 morti, che, a meno di sorprese, dovrebbe riaprire negozi e ristoranti a partire dal 20 aprile pur mantendo l’obbligo di mascherina.

In Francia, il presidente Emmanuel Macron che pure ha sbagliato tanto (per esempio facendo comunque celebrare il primo-inutile- turno di elezioni, lo scorso marzo) ha detto chiaro ai francesi che «in onestà» è impossibile al momento fare previsioni, la data dell’11 maggio sembra quella papabile per una prima riapertura, almeno delle scuole (ma non le università, che continueranno a garantire corsi online).

La Spagna, paese colpito quanto noi dal CoVid-19 (più infettati, ma alla fine, meno morti) ha deciso di provare a vedere che succede, riaprendo aziende, cantieri e studi professionali, per un totale di 4 milioni di lavoratori, in tutto, distribuendo, laddove possibile, mascherine e guanti.

In settimana dovrebbe arrivare il piano di uscita dal lockdown anche in Germania: Angela Merkel ha detto che «ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti» e ha accolto un documento, pubblicato dalla Leopoldina, l’Accademia Nazionale delle Scienze, con le raccomandazioni per un graduale ritorno alla normalità: basso numero di infezioni,  disponibilità del sistema sanitario e identificazione rapida e isolamento dei malati.

L’unica ad apparire ancora in alto mare è il Regno Unito, tra gli ultimi Paesi a chiudere. Si teme che con il passare dei giorni  possa trasformarsi nello Stato europeo con più decessi. A mercoledì erano 12.868. Così, per ammissione stessa del governo inglese, è presto per parlare di uscita dal lockdown. E soprattutto di misure economiche post-lockdown che, nel caso inglese, si intrecciano con le trattative commerciali per il post Brexit, al momento completamente ferme.