Euro e tulipaniIl vero motivo per cui i Paesi Bassi si oppongono agli eurobond

Da anni Amsterdam è la capofila degli Stati rigoristi. C’entrano la Brexit, una mentalità trasversale ai partiti ma anche l’ascesa del populismo interno che ha cambiato il modo di governare del premier liberale Mark Rutte

ROBIN UTRECHT / ANP / AFP

Tra eurobond e Mes sta cambiando la percezione che hanno l’Italia e gli Stati del Sud Europa dei Paesi Bassi. L’11 aprile, in una intervista all’agenzia di stampa Lusa, il premier portoghese Antonio Costa ha detto perfino: «Dobbiamo sapere se possiamo passare a 27 nell’Unione europea, a 19 nella zona euro o se c’è qualcuno che vuole essere lasciato fuori. Mi riferisco ai Paesi Bassi». Non è stata l’unica critica alla posizione cinica e individualista del paese dei tulipani. Che fine ha fatto l’amore verso uno degli Stati fondatori dell’Ue (anche se il ministro Francesco Boccia non la pensa così) per anni esaltato da molti italiani per la tolleranza e trasparenza dei suoi cittadini? L’opinione è cambiata in parte a causa dello scontro sugli eurobond, ma c’entra anche un equivoco di fondo: non abbiamo capito com’è cambiata davvero la politica olandese negli ultimi anni.  

Il totale rifiuto verso il progetto di creare un debito comune non riflette semplicemente la pragmaticità e schiettezza tipica dell’indole olandese, ma è solo l’ultimo punto di una linea tracciata dai vari governi negli anni. Una frattura che si è ampliata da quando gli olandesi bocciarono la Costituzione europea nel referendum popolare del giugno 2005. Il no vinse col 61 per cento dei voti e da quel momento i Paesi Bassi hanno inasprito la loro attitudine verso il processo d’integrazione europea.

Da qualche mese Amsterdam guida due piccoli raggruppamenti all’interno dei 27 Stati Ue. Il primo è quello della Nuova Lega Anseatica composto anche da Irlanda, Danimarca, Finlandia, Svezia e gli Stati Baltici per opporsi a qualsiasi integrazione, debito comune o cessione di sovranità. Un vuoto riempito dopo l’addio del Regno Unito per bilanciare soprattutto le richieste della Francia di aumentare la spesa di bilancio.  Il secondo raggruppamento di cui fanno parte anche alcuni Paesi della Lega Anseatica è ancora più compatto nel difendere il rigore dei conti: i “quattro frugali”. Oltre ai Paesi Bassi ci sono Austria, Svezia e Danimarca che si sono opposti a qualsiasi aumento del bilancio comunitario.  

Lo scorso febbraio in occasione dell’Ecofin – l’organo che riunisce i ministri delle Finanze dell’UE – Rutte firmò una lettera pubblicata sul Financial Times insieme al cancelliere austriaco Sebastian Kurz, alla prima ministra danese Mette Frederiksen e al corrispettivo svedese Stefan Lofven in cui si specificava che «essere ‘frugale’ non significa essere meno impegnati all’interno dell’UE rispetto agli stati che sostengono di espandere il budget».

I Paesi Bassi volevano che il budget Ue rimanesse all’1 per cento del PIL dell’Unione, invece che arrivare all’1,11 per cento proposto dalla Commissione europea. Forse 11 decimali sembrano briciole a un occhio disattento e invece parliamo di miliardi in meno per il budget comunitario che così può finanziare meno fondi e interventi.

La mancanza di empatia e solidarietà degli olandesi nei confronti degli alleati europei del Sud Europa  non è un problema delle ultime settimane. Già nel 2017, l’allora Presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, aveva irritato i paesi del Sud Europa. Il ministro delle finanze dei Paesi Bassi aveva detto in una intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung: «Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti. Come socialdemocratico do molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto». Una frase infelice, che nasconde una mentalità nazionale verso la frugalità finanziaria è comune a tutta la classe politica. Per dire Dijsselbloem fa parte del Partito del Lavoro (Partij van de Arbeid ) di centro-sinistra. 

I Paesi Bassi si sono spesso dimostrati critici anche nel caso delle politiche di immigrazione comunitarie.  Preoccupati di dover cedere la sovranità, hanno irrigidito la loro propensione verso multiculturalismo. Per esempio, nel 2018, il Segretario di Stato olandese Mark Harbers aveva denunciato in una lettera indirizzata alla Commissione europea la mancata registrazione di migranti da parte di Italia, Grecia e Germania, invitando l’UE a impegnarsi di più per fermare l’immigrazione clandestina.  

Oggi Rutte è a capo di una coalizione formata da quattro partiti. Il suo è il liberal-conservatore VVD la cui posizione sull’Europa è che debba solo occuparsi di grandi temi come economia e sicurezza dei confini lasciando le questioni sociali e politiche agli Stati. Del governo fanno anche parte i socio-liberali, in generale favorevoli all’integrazione europea del D66, l’Appello Cristiano Democratico, il gruppo di centro-destra di cui fa parte Hoekstra, e i conservatori dell’Unione Cristiana, un piccolo partito di centro. 

Il terzo governo Rutte è nato nel 2017 dopo lunghe negoziazioni per formare la coalizione. Questa, infatti, rappresenta poco più della maggioranza (76 seggi di 150) all’interno della Tweede Kamer, la Camera dei deputati olandese. Ai tempi, Rutte celebrò la conquista dicendo che rappresentava una «vittoria dell’Europa» e che «l’Olanda ha detto no al tipo sbagliato di populismo. I cittadini hanno scelto un percorso verso la sicurezza e la stabilità». Sottolineando però che gli elettori avevano respinto il populismo sbagliato, Rutte ha implicitamente sottoscritto il populismo corretto, che ha portato il VVD ad adottare posizioni sempre più sovraniste. 

La vittoria sembrava aver respinto l’avanzata dei due partiti sovranisti ed euroscettici olandesi: il PVV (13,1%) di Geert Wilders e il Forum per la democrazia (FVD) di Thierry Baudet che stava emergendo in quel periodo. Lo stesso Rutte veniva considerato come un salvatore dell’identità europea all’interno dell’Unione. Ma le cose non stavano proprio così. 

Per esempio, poco prima delle elezioni e forse proprio per attrarre alcuni elettori, in una lettera aperta ai migranti, lo stesso Rutte aveva chiesto che questi rispettassero i valori olandesi o, in alternativa, lasciassero il paese. Per di più, lo scorso agosto è stata passata una legge che vieta la copertura totale del volto. La legge, includendo anche il burqa e il niqab, può causare parecchi disagi ad una crescente parte della popolazione. I musulmani, stando alle statistiche di CBS, nel 2015 rappresentavano quasi il 5 per cento della popolazione olandese, e si pensa questo numero possa solo che crescere.  

A marzo del 2019, quando ci sono state le elezioni provinciali che servono a determinare la composizione della Eerste Kamer, il Senato olandese. In questa occasione, la coalizione di Rutte ha perso una notevole fetta dei suoi sostenitori (-4,66 per cento per il D66 e -3,64 per cento per il CDA). Allo stesso tempo il FVD ha ottenuto più voti di tutti, guadagnando così supporto e consensi al Senato. L’elite è stata punita”, disse Baudet celebrando la vittoria. Alcuni giorni prima delle elezioni c’era però stato un attentato nella città di Utrecht che si pensa possa aver influenzato il voto delle persone, indirizzandole verso il supporto per partiti anti-musulmani come PVV e FvD. 

Inoltre, la coalizione di governo ha perso parte del supporto a causa delle politiche rivolte alla salvaguardia del pianeta. Poco prima delle elezioni, il governo olandese aveva annunciato che avrebbe diminuito le tasse per l’energia ai cittadini e implementato una ‘tassa sull’anidride carbonica’ per le aziende. Di conseguenza, alcuni degli elettori del V66, considerando queste politiche troppo simili a quelle proposte da GroenLinks, il partito ambientalista, e non di primaria importanza, ha deciso di votare per FVD, un partito decisamente più scettico riguardo al cambiamento climatico.

I risultati del 2017 non hanno fermato l’offensiva populista nemmeno in Olanda. La coalizione di Rutte, anche se dai recenti sondaggi sembra ancora mantenere il supporto della popolazione (32 per cento a fine marzo), è tallonata dall’avanzamento di FVD (12 per cento) e PVV (16 per cento). Nel caso della questione degli eurobond però, sia Baudet che Wilders supportano la visione del governo olandese. «L’UE abusa del coronavirus per far pagare al Nord Europa la montagna di debito dell’Europa meridionale. La solidarietà non significa che dobbiamo assumerci i loro debiti», ha scritto Baudet sul suo profilo Twitter. 

Wilders, che rimane in ogni caso molto critico sulla gestione del coronavirus da parte del governo, ha persino definito l’accordo ottenuto dall’Eurogruppo una resa: «Questa non è una vittoria, ma una capitolazione finanziaria», riporta il giornale De Telegraaf.

Difficilmente la posizione dei Paesi Bassi cambierà al Consiglio europeo. Il Parlamento olandese ha approvato qualche giorno prima dell’eurogruppo due mozioni presentate dal Fvd di Baudet per impedire al governo accettare qualsiasi ipotesi di eurobond e di non indietreggiare sulla condizionalità del Mes. E anche i deputati del partito di Rutte lo hanno approvato. 

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