PrecauzioniCome si vota nei parlamenti europei per evitare il contagio dei deputati

In Spagna l’usciere disinfetta ogni volta il pulpito dove parlano i politici, in Germania si vota fuori dall’Aula. In Italia gli onorevoli possono chiedere un cestino con panini e bottiglie d’acqua

Afp

Per non morire di coronavirus la democrazia ha un solo anticorpo: continuare a riunirsi per deliberare e decidere. Perché i governi non lavorino «con il favore delle tenebre» devono essere sorvegliati e pungolati dai parlamenti, ma è difficile farlo in tempi di distanziamento sociale. Per continuare a funzionare, le assemblee di tutto il continente hanno dovuto adottare cautele sanitarie.

Nei giorni più neri del contagio, nel dibattito pubblico italiano s’era ipotizzato di sigillare temporaneamente l’aula. Una chiusura sventata dalle contromisure di Camera e Senato. Così il 25 marzo il presidente del Consiglio ha illustrato il decreto «Cura Italia» a una Montecitorio dimezzata: metà dei 650 deputati per non violare le distanze di sicurezza. Prescritti guanti e mascherine, spesso abbassate o relegate sul banco. Nell’emiciclo hanno installato distributori d’igienizzante per mani e all’ingresso dei palazzi si misura la febbre. Cancellate le visite scolastiche, s’è fermata anche la buvette, ma per le sedute — una ogni due settimane — gli onorevoli possono chiedere un «cestino» d’asporto, con panini e bottiglietta d’acqua. 

Anche se ha spostato i seggi a un intervallo di un metro e mezzo, il Parlamento Europeo si è convertito per operare da remoto, almeno fino al 31 luglio. Nelle sedi delle istituzioni può entrare solo il «personale indispensabile», i dibattiti migrano in videoconferenza. I politici accedono alle riunioni e alla plenaria con modalità da smart working: bastano una connessione internet e un tablet e l’Europarlamento si raduna cliccando su un link. È comunque garantita la traduzione simultanea negli auricolari. Per votare va compilata, e trasmessa via mail, una scheda virtuale. Si tratta di un file che arriva sulla casella di posta ufficiale: perché la preferenza sia valida, deve essere corredata dalla firma e poi inviata agli indirizzi della plenaria o della commissione. 

Di «parlamento digitale» si parla espressamente nel Regno Unito. A differenza delle aule del continente, di forma circolare o semicircolare, quella di Westminster è rettangolare. E stretta, per costringere al confronto chi l’ha occupata nei secoli. Persino i suoi rituali ingessati sono stati riscritti. A cominciare dalla convenzione che consente domande e richieste di chiarimenti solo ai deputati che hanno assistito in prima persona alla presentazione di un provvedimento. La tradizione, un incentivo a non disertare i lavori, rischiava di penalizzare il contraddittorio fra maggioranza e minoranze. A proposito, con la convalescenza di Boris Johnson è rimandato lo scontro con il nuovo leader laburista, Keir Starmer. Potrebbe venire ridotto il numero legale di 40 presenti per votazione, che di norma avviene sfilando verso lo scranno del governo o dell’opposizione. Per evitare l’affollamento, il 21 aprile conservatori e laburisti si affronteranno a rotazione (con una scaletta concordata in anticipo: entra solo chi deve parlare, a staffetta con i colleghi) sulla libertà di movimento dopo Brexit. Fino al 30 giugno l’ordinaria amministrazione è telematica, lo Speaker della Camera Lindsay Hoyle ha messo a disposizione la versione Business di Skype.

In Spagna i protocolli hanno il volto, protetto dalla mascherina, di Valentina Cepeda, che da 29 anni è usciere nel Palacio de las Cortes di Madrid. È diventata una star per la diligenza con cui disinfetta leggii e microfoni dopo ogni intervento. L’ha ringraziata pubblicamente il premier Pedro Sanchez, innescando l’applauso del Congresso. Anche in Francia si lavora in formato ristretto. Inizialmente è stato adottato un criterio geografico: ammesso solo chi non deve prendere mezzi pubblici per raggiungere l’Assemblée nationale (che è stata un focolaio, con diversi membri finiti in ospedale) nel settimo arrondissement di Parigi, lo stesso degli Invalides; alla riapertura, a metà marzo, erano venti. Il voto dei rappresentanti pesa in proporzione al gruppo politico. A Berlino, il Bundestag si è svuotato: è occupata una sedia ogni tre, mentre la maggioranza dei parlamentari rimane in ufficio — ai piani superiori dello stesso palazzo, l’ex Reichstag — a seguire in diretta la discussione. Quando si vota, le urne si trovano fuori dall’aula.

«I parlamenti restano una delle poche istituzioni che offrono un senso di normalità in questo periodo — ha scritto su Euronews George Tsereteli, presidente dell’OSCE Parliamentary Assembly —. Vigilano affinché le misure d’emergenza vengano applicate correttamente, che i fondi siano distribuiti dove necessario, che siano mantenute sicurezza e stabilità. Questo lavoro non può fermarsi». In Ungheria, invece, il parere del Parlamento è superfluo: con la legislazione straordinaria, Viktor Orbán può governare a colpi di decreti. Prima dell’inasprimento, approvato il 30 marzo (da allora l’Országgyűlés s’è riunita ancora quattro volte, l’ultima il 14 aprile), le leggi speciali avevano una vita di due settimane, ora è l’esecutivo a stabilirne la durata. A quanti hanno denunciato, non a torto, la sospensione della democrazia, lo stato maggiore di Fidesz rispondeva che l’assemblea nazionale potrebbe sempre revocare i pieni poteri. Come se non fosse in mano al partito del premier, oltre la soglia dei due-terzi che gli consente anche di modificare la Costituzione.