L’alibi e l’espertocraziaLa politica decida e non appalti il suo potere agli scienziati

Il rischio d’impresa di chi sceglie è esattamente il motivo per cui eleggiamo chi ci governa. Invece maggioranza e buona parte delle opposizioni hanno dato la delega di sovranità ai tecnici, un po’ per fede un po’ per scaricabarile

Miguel MEDINA / AFP

I tributi quotidiani e deferenti di Angelo Borrelli al comitato tecnico-scientifico della Protezione civile e ai suoi rappresentanti, che l’hanno accompagnato per circa un mese nella quotidiana messa cantata delle ore 18, fortunatamente sospesa, sui numeri del contagio. Lo scaricabarile di Attilio Fontana sui tecnici delle Agenzie di Tutela della Salute (ATS) rispetto alla scelta di trasferire i malati di Covid-19 nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) lombarde. La richiesta del Ministro Francesco Boccia agli scienziati di fornire «certezze inconfutabili» al Governo per la strategia di allentamento del lockdown. Il fiducioso mandato del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ai componenti della task force multidisciplinare, presieduta da Vittorio Colao, che dovrebbe guidare il Governo nelle decisioni sulla fase due. 

Sono, questi, tutti esempi del cortocircuito dei rapporti tra scienza e politica nella stagione dell’emergenza, a cui è difficile porre rimedio semplicemente abbassando il livello delle tensioni e delle aspettative reciproche tra politici e scienziati, senza provare a ripristinare il principio di relazione epistemologicamente corretto tra il sapere e il potere, tra la “verità” dei fatti e la decisione pubblica su di essi.

Dopo la destituzione del ruolo sociale del sapere scientifico, considerato in sé asservito al sistema di dominio politico-economico, è paradossale – ma la storia ha di queste ironie – che oggi sia proprio il partito dell’ignoranza e delle verità parallele a dovere gestire un esperimento sociale planetario che coinvolge miliardi di persone in attesa di salvezza dalla denigrata Big Pharma: il vaccino, la cura risolutiva. 

Però i plateali malintesi su cosa debba fare la scienza con la politica e cosa possa fare la seconda della prima non si fermano certo al recinto della fattoria degli animali grillina. Tutta la politica di governo e buona parte di quella di opposizione sembra convinta che in questa temperie, con un virus su cui nessuna “verità” può essere decretata dai governi e dai parlamenti, i politici debbano responsabilmente fare un passo indietro e conferire una delega di sovranità agli “esperti”. E sono troppi, decisamente troppi, gli scienziati che pensano che le circostanze implichino un loro deciso passo avanti, per una sorta di malintesa responsabilità politica verso i bisogni del popolo.

Se politici come Boccia chiedono alla scienza «certezze inconfutabili», dimostrando di ignorare che nessuna certezza, se vuole essere scientifica, può essere esente da possibili confutazioni, non sono purtroppo pochi gli scienziati che chiedono alla politica di «ascoltare la scienza», come se il compito della politica fosse semplicemente quello di ufficializzare la “verità” più vera.

Sia gli uni sia gli altri dimenticano la fondamentale lezione dell’epistemologia popperiana, per cui da nessuna “verità” scientifica deriva una “verità” politica e da nessun fatto, per quanto accertato, deriva una norma, che invece implica una decisione che coinvolge una pluralità di fatti, di interessi e di valori che nessuno scienziato e nessun consesso multidisciplinare di scienziati è in grado di ordinare, secondo una gerarchia “scientifica” e dunque oggettiva. 

Le previsioni sulla diffusione del contagio, per quanto accurate, non contengono affatto la data di fine lockdown, non solo per un difetto di precisione, ma perché la stessa diffusione del contagio e la possibilità o meno di contenerlo dipendono da una serie di decisioni – di organizzazione del sistema produttivo, della vita e dei rapporti sociali e familiari  – che hanno ricadute sulla libertà, sul reddito e sulla sicurezza collettiva, che devono essere socialmente accettate e su cui non può decidere né da solo un epidemiologo, né collettivamente una sorta di camera delle corporazioni scientifiche. Non è una somma di scienze disciplinari a determinare politicamente l’interesse generale. 

Ad esempio, per quanto gli esperti della task force del dottor Colao possano correttamente opinare sulla opportuna virtualizzazione degli uffici e delle attività pubbliche, da questo non consegue affatto che sia scientificamente dovuto e quindi politicamente obbligato smaterializzare il processo penale e annullare così la forma e la sostanza del processo accusatorio e la garanzia, riconosciuta dalla Costituzione, dei diritti degli imputati. Non sarebbe, questa, solo una decisione sciagurata, ma rappresenterebbe un esercizio abusivo e irresponsabile del potere politico.

La resistenza di Colao e della sua task force, raccontata ieri dai giornali, a fornire in modo diretto il quando e il dove della fine o dell’allentamento della quarantena, più che un tradimento del mandato conferito, sembra essere una giusta circoscrizione dei compiti del sapere nei confronti del potere e delle sue attribuzioni e incombenze.

Il rischio d’impresa della decisione è esattamente la responsabilità morale della politica, che non è per questo irrazionale, né aliena dagli insegnamenti del metodo scientifico, ma deve decidere e rispondere del modo in cui un fenomeno di questa portata (come qualunque fenomeno collettivo) viene governato, avendo cura degli interessi e delle compatibilità sociali e culturali dei cittadini, nel nome del quale viene presa la decisione, oltre che dei principi costituzionali.

Se non si ristabilisce con precisione questo confine, i rapporti tra politica e scienza continueranno a oscillare tra l’affidamento religioso e lo scaricabarile, tra l’invocazione e la colpevolizzazione e ad aggravare l’irrazionalità di sistema, a cui, se possiamo permetterci di dirlo, hanno in questi due mesi contribuito troppi politici e non pochi scienziati.

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