Tutto apertoPerché l’industria tedesca non si è mai fermata

Mentre nel resto del mondo il lockdown ha comportato chiusure generalizzate e talvolta indiscriminate, la Germania è riuscita a mantenere un livello relativamente alto di attività. Ma dopo le prime misure di allentamento, l’indice R0 è di nuovo aumentato (anche se di poco)

RONNY HARTMANN / AFP

La Germania non si è mai fermata. Mentre nel resto del mondo il lockdown ha comportato chiusure generalizzate e talvolta indiscriminate, la realtà industriale tedesca è riuscita a mantenere un livello relativamente alto di attività: circa l’80%, secondo una stima pubblicata dal Wall Street Journal

Molte aziende tedesche hanno iniziato prestissimo a implementare misure cautelative nei propri stabilimenti: la produzione è stata spostata su turni in modo da garantire adeguata distanza fra i lavoratori, sono state introdotte protezioni (mascherine, guanti monouso) e norme igieniche particolarmente stringenti. 

Misure prese fin da subito anche per un motivo ben preciso: gli strettissimi rapporti con la Cina. Pechino è il primo partner commerciale di Berlino, per un totale nel 2019 di oltre 205 miliardi di euro, e moltissime aziende tedesche lavorano in Cina: quando l’epidemia è scoppiata nella zona intorno a Wuhan, le necessarie disposizioni di sicurezza sono state utilizzate in tutti gli stabilimenti, non solo quelli cinesi. 

Per molte imprese tedesche in questo caso si può davvero parlare di “modello cinese”, vista l’esposizione diretta e “di prima mano” a quanto stava succedendo nel centro iniziale di diffusione del contagio.

Distanziamento sociale, turni, riorganizzazione degli spazi comuni e pulizie costanti di porte, scrivanie, macchinari sono ormai prassi comune nelle fabbriche tedesche: molte aziende hanno creato dei veri e propri Response Team per informare i lavoratori sulle misure prese e offrire sostegno, medico e psicologico, quando necessario. 

Grande aiuto è arrivato anche da quello che in Germania è chiamato, con uso improprio di terminologia inglese, home office: e cioè la possibilità di lavorare da casa, il WHF (Working From Home). Laddove possibile, le aziende stanno incoraggiando i dipendenti a lavorare da casa, in modo da ridurre la quantità di personale presente negli stabilimenti ed eliminare una potenziale fonte di contagio piuttosto significativa, cioè il tragitto verso il luogo di lavoro – spesso utilizzando i mezzi pubblici.

In realtà quella del lavoro da casa, per la Germania, è una sfida tutt’altro che semplice: una ricerca realizzata dall’Institut zur Zukunft der Arbeit (IZA) di Bonn ha evidenziato come la sua diffusione sia inferiore alla media europea, nonostante secondo gli esperti circa il 56% delle attività lavorative tedesche potrebbe essere svolto da casa.

 Le potenzialità del WHF erano decisamente sottosfruttate prima della crisi, anche in settori particolarmente adatti come quelli legati alle attività finanziarie e assicurative: il 90% degli impiegati in questi ambiti potrebbe usufruire di questa possibilità, ma nel 2018 solo il 38% l’ha fatto. 

Non solo a causa della mancata abitudine: per lavorare da casa è necessaria un’infrastruttura digitale robusta ed estesa, uno standard che la Germania è per ora ben lontana dal raggiungere; tuttavia, le nuove circostanze hanno costretto i tedeschi a muovere qualche passo in questa direzione. 

A causa della pandemia, ora si stima che circa il 25% degli occupati stiano lavorando da casa (un aumento del 12% rispetto a prima), circa 8 milioni di persone. E il Ministro del Lavoro, Hubertus Heil (SPD), ha dichiarato di voler spingere su questo tema, favorendo la diffusione del WFH anche una volta che la crisi sarà passata – anche se va detto che gli imprenditori non sembrano entusiasti dell’idea, che a loro giudizio potrebbe creare nuove pastoie burocratiche e legislative.

La Germania, dunque, finora se la sta cavando meglio di altri: ma il tempo è un fattore cruciale.

Nonostante tutto, l’economia ha comunque subito un brutto colpo, e sta continuando a subirlo: secondo alcune stime il PIL potrebbe scendere di oltre 6 punti percentuali rispetto al 2019, e ogni settimana in più di lockdown costa un punto in più e circa 40 miliardi di dollari, secondo quanto dichiarato da Lars Feld, a capo del Consiglio di Esperti Economici della Germania. 

Il Paese sta in qualche modo reggendo, ed anche il suo tessuto industriale: per ora il 55% degli imprenditori non ha incontrato problemi nel mantenere attiva la produzione, ed oltre il 70% ha trovato facilmente fornitori alternativi per sostituire quelli che hanno dovuto chiudere. Tuttavia uno shutdown prolungato oltre maggio si rivelerebbe insostenibile.

L’Institut für Wirtschaftsforschung (IFO) di Monaco calcola che circa il 50% delle imprese abbia già introdotto delle forme di Kurzarbeit, una riduzione dell’orario di lavoro simile alla cassa integrazione italiana, e si stimano 520.000 nuovi disoccupati in questi primi mesi del 2020.

Un altro preoccupante segnale d’allarme proviene dal settore delle esportazioni, secondo l’IFO in caduta libera. Particolarmente colpiti proprio i settori chiave dell’industria tedesca: quello automobilistico e meccanico, quello elettrotecnico, quello chimico – con l’unica parziale eccezione del farmaceutico.

E tuttavia, proprio in questi giorni, un piccolo segnale di speranza, proveniente proprio da una delle aziende simbolo del Paese: la Volkswagen. Come altri colossi dell’automobile, il gigante di Wolfsburg aveva interrotto la produzione a fine marzo, quando in Germania sono entrate in vigore le misure di lockdown. 

Dopo cinque settimane di pausa, ora i cancelli delle fabbriche stanno riaprendo: piano piano e sempre facendo attenzione alle disposizioni di sicurezza, la produzione riprende. E a simboleggiarlo, in queste sere proiettata sulla facciata della sede centrale si può vedere un’installazione video: il logo della VW che, novello Pacman, si gira di lato, e si mangia il fantasmino-coronavirus.

Un segnale di speranza, anche se dopo le prime misure che hanno alleggerito la quarantena l’indice R0, cioè il numero medio di infezioni secondarie prodotto da un singolo individuo, è di nuovo aumentato, arrivando a 1 secondo i dati dell’Istituto Robert Koch. A metà aprile l’indice era di 0,7, a dimostrazione di quanto sarà difficile tenere contagi bassi.

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