Mattia Mor«Non lasciamo morire start up e piccole e medie imprese»

Il deputato di Italia Viva e imprenditore propone di rafforzare il Fondo Nazionale Innovazione, di aumentare del 30 per cento il credito di imposta per le pmi ed estendere al 90% la garanzia dei prestiti richiesti da aziende innovative

MARCO BERTORELLO / AFP

La crisi economica cui andiamo incontro rischia di essere la più grande di sempre per il nostro Paese e di lasciare sul lastrico milioni di lavoratori e famiglie, spazzando una generazione di piccole e medie imprese e anni e anni di lavoro autonomo. Non è uno scenario apocalittico, ma una realtà concreta che come legislatori e classe dirigente dobbiamo aver chiara e provare a contrastare con tutti gli strumenti a disposizione. Sono tantissime le categorie che saranno drammaticamente penalizzate da quanto sta accadendo, dalla manifattura alla moda, dal turismo al commercio, dalle professioni alla cultura, e le misure che il Governo sta immaginando nel nuovo decreto in stesura che sarà pronto nei prossimi giorni vanno nella direzione giusta, ovvero garantire liquidità in maniera massiccia per superare questi mesi eccezionali e ritornare il più velocemente possibili a lavorare, consumare, investire, innovare.

All’interno delle categorie che vanno sostenute con urgenza e senza badare a spese, prima che sia troppo tardi, rientrano senz’ombra di dubbio start up e piccole e medie imprese innovative. Parliamone in maniera franca, senza pensare alle mode degli ultimi anni, ma guardando i numeri. Le start up sono nuove imprese di oggi che possono diventare grandi aziende domani e sostenere lo sviluppo della nostra industria, innovandola attraverso nuovi beni ma soprattutto nuovi servizi, creando posti di lavoro e permettendo al Paese di restare una delle grandi potenze economiche mondiali. Ma sono tendenzialmente imprese giovani e molto spesso in perdita perché investono pesantemente in ricerca e marketing, per crescere il più velocemente possibile e ottenere quindi gli investimenti necessari a rimanere in vita, a crescere ed assumere ancora.

Da quando esiste il registro delle start up innovative ne sono nate 11.000, che danno lavoro a decine di migliaia di persone, in stragrande maggioranza giovani, ma sono più del doppio se consideriamo le nuove aziende nate negli ultimi anni non necessariamente innovative. Tutti i Paesi del mondo ci hanno dimostrato, negli ultimi 20 anni, che l’innovazione è il maggior fattore di sviluppo economico, nonché di promozione di inclusione e pari opportunità, sia in termini di lavoro femminile e giovanile che di rapporti tra le diverse aree del Paese. E l’attrazione di investimenti per la creazione di nuove aziende è il maggior fattore di innovazione, non ci sono dubbi a riguardo.

Il punto di partenza da considerare è che creare start up e attrarre investimenti in venture capital, fondi che alla creazione di nuove imprese lavorano a tempo pieno, in Italia è molto più arduo rispetto agli altri paesi europei, come dimostra il volume degli investimenti negli ultimi cinque anni: sei volte in meno della Francia, otto in meno rispetto alla Germania e quindici rispetto al Regno Unito. Una distanza non accettabile per un Paese che è la terza economia europea, ma è solo il decimo per investimenti in nuove aziende, dietro anche a Paesi piccoli e non paragonabili al nostro come struttura economica come l’Olanda, l’Irlanda e la Finlandia.

L’importanza strategica delle start up per i nostri Paesi concorrenti è evidente anche nella reazione a questa crisi. Il governo francese si è impegnato a versare 4 miliardi di euro per sostenerle, mentre negli USA si parla di 10 miliardi di dollari. Con le dovute proporzioni, è fondamentale che anche dal nostro Governo arrivino decisioni e risorse, svelte e precise, in questa direzione.

A tal proposito, da imprenditore direttamente impegnato in Commissione Attività Produttive alla Camera, sono giorni che ascolto decine di imprese e le principali associazioni di categoria per capire quali siano le misure più urgenti per salvare questo patrimonio, attuale e potenziale, del nostro Paese. Il frutto di queste interlocuzioni sono una serie di proposte prioritarie, raccolte e portate sul tavolo del Ministero dello Sviluppo economico in maniera condivisa con i colleghi della maggioranza Luca Carabetta (M5S) e Giampaolo Manzella (PD), che posso riassumere in:

  • Emissione di prestiti “convertendo” da parte dello Stato per un rapporto moltiplicatore di 4 a 1 alle Pmi (non solo start up) che riescano ad ottenere fondi da investitori privati
  • Rafforzamento del Fondo Nazionale Innovazione con una ulteriore destinazione di fondi, al fine di attrarre un maggior numero di investimenti esteri, ancora troppo basso in Italia
  • Maggiorazione al 30%, per le start up e piccole e medie imprese Innovative, del credito d’imposta per attività di ricerca & sviluppo e innovazione, con possibilità di rimborso diretto in luogo dell’utilizzo in compensazione;
  • Estensione dall’80 al 90% della garanzia del Fondo Centrale di Garanzia per i prestiti richiesti da start up innovative e Pmi innovative, considerando inoltre l’opportunità di estendere la misura a tutte le Pmi italiane

A queste misure di emergenza da mettere in campo subito si aggiunge una necessità che diventerà purtroppo centrale per il nostro sistema produttivo nei prossimi mesi, quando la crisi farà sentire i suoi effetti nell’economia reale, ovvero il sostegno alle imprese che dovessero incorrere in un aumento dei crediti non esigibili in seguito alla crisi.

L’impossibilità di pagare è purtroppo un classico che si ripete ad ogni grande recessione, ma la trasversalità della crisi dovuta al Covid-19 non si è mai vista e rischia di lasciare sul terreno migliaia di aziende e partite iva, se lo Stato non sarà in grado di tutelare i loro crediti.  Un modo potrebbe essere un credito d’imposta dell’80% dei crediti non esigibili maturati nel 2020 in seguito all’emergenza. Sono tante le cose che possono essere fatte per sostenere il tessuto produttivo del nostro Paese e i nostri posti di lavoro. Siamo fiduciosi che il Governo ascolterà il grido proveniente dalle fasce più deboli e più a rischio del mondo delle imprese e del lavoro autonomo, perché non farlo vorrebbe dire davvero lasciar morire il nostro futuro.

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