Sostiene VoltolinaPer le guide turistiche, i musicisti e gli attori non andrà tutto bene

Non tutti si possono permettere di restare a casa. Se teatri, palazzetti dello sport, musei e piscine restano chiusi, queste persone non potranno tornare a guadagnarsi da vivere. Nessuno ha ancora pensato a loro

LOIC VENANCE / AFP
Restare a casa non è uguale per tutti. I pensionati continuano a ricevere la pensione; i dipendenti pubblici non rischiano di vedere ridotto lo stipendio, o di venire licenziati. Per i lavoratori privati il discorso è diverso: e se una parte è protetta in modo consistente e duraturo dagli ammortizzatori sociali straordinari previsti dal CuraItalia, ci sono categorie di professionisti per cui non guadagnare è un dramma. E lo Stato non ha previsto sostegni sufficienti: che ne sarà dei lavoratori del mondo dello spettacolo, dello sport, del turismo se questa situazione si protrarrà ancora per mesi?
Da due decenni si parla, per descrivere le distorsioni del mercato del lavoro italiano, di dualità tra garantiti e non garantiti. Si utilizza di solito questa espressione per raccontare le minori garanzie dei precari rispetto agli assunti a tempo indeterminato, oppure l’impossibilità di accedere al sussidio di disoccupazione per alcune categorie di lavoratori. Oggi, con il Coronavirus, l’abisso che separa garantiti e non garantiti diventa ancora più profondo e sfaccettato. Perché mai come ora, in tempi di #restiamoacasa e di #andratuttobene, è chiara la differenza che c’è tra garantiti e non garantiti rispetto alla sicurezza di poter arrivare a fine mese. La questione del guadagno è, di questi tempi, quasi elusa. Urge focalizzarla.
Quel che prima di tutto conta per comprendere la situazione è la natura del datore di lavoro: pubblico o privato. I dipendenti del settore pubblico oggi sono pressoché gli unici in qualche modo al sicuro. Non verranno licenziati, primo perché non possono esserlo – i casi di licenziamenti nella pubblica amministrazione erano rarissimi ancor prima del Covid, e sempre contestati, e quasi sempre annullati – e secondo perché nessun governante sarebbe tanto pazzo da procedere a licenziamenti collettivi in un periodo come questo.
I dipendenti del settore privato, specialmente quelli delle piccole e medie imprese, invece vivono nell’incertezza e in una paura direttamente proporzionale alla presumibile capacità del settore in cui lavorano di sopravvivere a questi mesi di chiusura – quelli del turismo, dello spettacolo, dell’intrattenimento, dello sport, degli eventi sono letteralmente terrorizzati. In ogni famiglia in cui entra uno stipendio ”statale” (o una pensione), oggi, si sta più tranquilli – è innegabile. Restare a casa è un sacrificio, come qualsiasi limitazione della libertà di movimento. Ma il futuro non appare in pericolo: ci saranno anche tra un mese, e tra un anno, i soldi per pagare il mutuo alla fine del mese, per mettere insieme il pranzo con la cena.
Non per tutti è così. Nel mare magnum del lavoro privato c’è da considerare la questione dello status – non semplicemente contrattuale ma “professionalmente esistenziale”: chi ha un lavoro dipendente versus chi ha un lavoro autonomo. Per ora, per questi mesi prossimi venturi, chi ha un lavoro dipendente – specie se a tempo indeterminato – può stare relativamente al sicuro.
Le misure messe finora in atto, come gli ammortizzatori sociali ad hoc, la cassa integrazione straordinaria, unite a quelle già strutturali e ”rodate” come la Naspi, assicurano un orizzonte temporale piuttosto ampio – un paio d’anni – a chi si trova oggi in un’azienda chiusa, o in difficoltà, o comunque in procinto di effettuare riduzioni di personale. Riceveranno somme più basse del loro stipendio usuale, è vero – il ”mensile” della cassa o della Naspi ha un tetto, e piuttosto basso – ma le riceveranno, e con queste somme potranno sopravvivere fino a quando questa situazione finalmente non sarà archiviata, e il mercato del lavoro potrà ripartire. Peraltro, una delle conseguenze di questo lockdown è l’inevitabile contrazione dei consumi: quando non si esce si spende molto meno. Rendendo meno difficile arrivare a fine mese anche con meno.
Invece, gli autonomi sono un’altra storia. Sono una folta e variegata schiera, e ovviamente per alcuni di loro è e sarà meno dura che per altri. Sono freelance, sono liberi professionisti, sono artigiani. Lavorano a partita Iva, o hanno studi professionali, o imprese individuali. Hanno clienti cui forniscono prodotti o servizi.
Da una parte alcuni di loro sono stati “fortunati”, perché hanno potuto in queste settimane proseguire da casa il loro lavoro – specie quelli che lavorano con l’immateriale, attraverso il computer, e offrono servizi ad alto valore aggiunto. Ma ve ne sono tantissimi altri che non hanno potuto far altro che fermarsi: qualsiasi mestiere indipendente che vada svolto fuori casa – basti pensare a tutto il comparto dello spettacolo – è paralizzato.
La spada di Damocle sulle loro teste non viene fermata dai seicento euro al mese che lo Stato ha promesso di erogare per un mese, e che probabilmente prorogherà. Tutto per loro è sospeso in un limbo indefinito: la riscossione delle fatture già emesse – perché chi paga più nei tempi? – e l’acquisizione di nuove commesse e nuovi clienti.
E poi c’è l’orizzonte. La prospettiva di ripresa a breve termine, che è direttamente legata a due variabili: la percezione di “indispensabilità” del lavoro svolto e l’effettiva possibilità di svolgerlo in condizioni di sicurezza rispetto al distanziamento sociale.
Per i dipendenti che oggi non lavorano questo dipende sopratutto da quando potrà riaprire la realtà presso cui sono impiegati: se è un negozio, per esempio, saranno i decreti a indicare la data di ripresa del lavoro. I commessi dei supermercati, in questa crisi, sono stati considerati improvvisamente “indispensabili”: per loro il lavoro non si è mai fermato. Ora è il turno di librerie e negozi per di abbigliamento bambini. Domani, chissà. Piano piano tutto riaprirà.
Per gli autonomi la questione non è così “automatica”. Entreranno in gioco altri fattori. Un libero professionista che fa il dentista potrà riprendere senza grandi problemi, non appena sarà di nuovo possibile uscire senza dover esibire giustificazioni. La sua professione è ritenuta indispensabile dalla collettività, e probabilmente basterà organizzare gli appuntamenti in modo da non affollare la sala d’attesa, e tutto potrà essere gestito in maniera efficiente.
Diverso, molto diverso, il discorso per altri tipi di liberi professionisti. Quando ricomincerà a lavorare una guida turistica? Un musicista? Un tecnico luci? Un attore? Un preparatore atletico? Se teatri e palazzetti dello sport, se musei e piscine restano chiusi, queste persone semplicemente non hanno alcun modo di poter tornare a guadagnarsi da vivere.
Interi settori sono maledetti dal doppio incrocio di essere considerati non indispensabili dalla collettività (Ah, sei un chitarrista, bello. E di mestiere che fai invece?) e dal fatto di essere svolti in condizioni di “affollamento”. Per loro, ogni giorno di questo “#restoacasa” è un giorno senza lavoro, quindi senza guadagno. Che ne sarà di loro quando i seicento euro mensili – se ricevuti – finiranno tutti a coprire affitto e bollette? Quando potranno ricominciare a lavorare? E quando questo giorno arriverà, troveranno da lavorare? Qualcuno richiederà ancora le loro prestazioni, e sarà disponibile a pagarle?
Tiziano Ferro è stato quasi crocifisso online per aver detto che il re è nudo: che se andiamo incontro a un’estate senza concerti, festival, tour e rassegne, non saranno certo i grandi artisti a morire di fame, ma tutto l’enorme indotto di lavoratori autonomi – e no, cari governanti: per ragioni che sarebbe troppo lungo star qui a spiegare, e che comunque sareste tenuti a conoscere, diversi di questi autonomi dello spettacolo non arriveranno alle trenta giornate lavorate secondo l’Inps, e resteranno quindi fuori dalla misura dei seicento euro.
Infine, gli startupper. Si dirà: quelli non avranno problemi. Sono innovatori, le loro idee troveranno una strada. Questa è una visione molto romantica. Anche in tempi buoni trovare finanziamenti per lanciare una nuova attività è un affare molto lungo e periglioso. Gli investitori sono pochi (ancor meno in Italia), poco disponibili a rischiare (ancor meno in Italia). E molti fondi di investimento hanno già – più o meno esplicitamente – congelato fino all’anno prossimo tutti gli investimenti ad alto rischio, che sarebbero cioè quelli per i progetti imprenditoriali più innovativi. Rip dunque per la retorica dell’autoimprenditorialità: il Covid sembra averla ingoiata tutta intera.
Chi a cuor più o meno leggero prospetta il mantenimento di rigide misure di distanziamento sociale anche per tutta l’estate, o fino a settembre/ottobre, o addirittura fino al 2021, forse non si rende conto che una situazione di questo tipo potrebbe essere sopportata solo da chi può contare su una situazione favorevole dal punto di vista della sicurezza del reddito (dipendenti pubblici, pensionati, lavoratori protetti da sussidi di disoccupazione consistenti e duraturi). Ma c’è una larga fetta di Italia che semplicemente non ce la può fare.
Tutto questo senza considerare che le misure di “contenimento” comporteranno una contrazione nelle vendite in tutti i settori (al di fuori dell’online, e prima o poi anche lì): il che vuol dire che in capo a qualche mese vi saranno verosimilmente negozi che licenzieranno commessi, e fabbriche che ridurranno il personale in ragione dei cali di fatturato. Una revisione generale del nostro stile di vita consumistico è certamente auspicabile: ma se è frutto di uno scossone emergenziale anziché di una rivoluzione anche culturale, e non è accompagnata da misure di revisione degli orari di lavoro e degli stanziamenti in welfare, una prospettiva del genere si traduce di fatto in un suicidio per l’economia di un Paese.
Similmente, tra gli autonomi, anche i professionisti di settori ”sicuri” vedranno con tutta probabilità diminuire nei mesi a venire la propria clientela, perché le famiglie avranno mediamente meno soldi da spendere, e (o) saranno più caute nello spendere. Il dentista riaprirà facilmente, insomma. Chi avrà una carie lancinante o perderà un incisivo correrà da lui come prima, certo. Ma chi stava pensando a uno sbiancamento probabilmente rimanderà a tempi migliori.
Dunque no, restare a casa non vuol dire la stessa cosa per tutti. Alla promessa che “tutto andrà bene” è più facile o difficile credere, a seconda del mestiere che si fa e della propria situazione economica generale (risparmi più o meno consistenti, famiglia d’origine più o meno disponibile a fungere da rete di sicurezza in caso di bisogno…). Se la politica non saprà rendersi conto di questo, e agire per proteggere i più deboli, forse riuscirà con il lockdown a limitare i danni tragici del Coronavirus. Ma innescherà un circolo vizioso che porterà l’Italia in una recessione senza precedenti.

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