Tragedia ciecaQuesta epidemia non ha immagini iconiche e questo ci impedisce di comprenderla

Un non evento che funziona per sottrazione: prevale l’assenza di simboli, il vuoto, la sospensione nello spazio e nel tempo. La rappresentazione di ciò che accade rimane astratta. E il dolore vissuto lontano e intangibile

ARIS MESSINIS / AFP
ARIS MESSINIS / AFP

Ognuno di noi ricorda distintamente dove si trovava l’11 settembre del 2001. Poco meno di 3000 morti, la maggior parte concentrata in poche ore. Molti altri ricorderanno anche la notte del 26 dicembre 2004, lo tsunami nell’Oceano Indiano, più di duecentomila vittime in un lasso di tempo estremamente limitato. O, più vicino a noi, il terremoto dell’Irpinia, meno di 3000 vittime, anch’esse in una nottata e nella mattinata seguente.

Quanti di noi ricordano dove si trovavano quando è scoppiata l’epidemia in Cina? E quando è stato segnalato il primo caso in Italia, l’ex paziente uno, a Codogno?

Dalla prima apparizione televisiva del Presidente del Consiglio in poi diviene più semplice ricordarlo: eravamo tutti a casa, ma lo sappiamo per deduzione, non perché ci fosse qualcosa di particolarmente significativo in ciò che vedevamo.

Sui nostri schermi non c’erano immagini diverse da quelle che siamo abitati a vedere ad ogni crisi politica. Politici che parlano. Dicono cose eccezionali, è vero, ma nulla della cornice ha una relazione con l’enormità del messaggio. Pensiamo a George Bush sulle macerie di Ground Zero e la distanza apparirà in tutta la sua dimensione.

Oggi, un mese dopo, l’immagine che si è rivelata essere il simbolo di questo momento è quella di un uomo, Papa Francesco, che percorre da solo una San Pietro deserta, sotto la pioggia. Dunque non la tragedia, ma la vittima. Salva ma sempre in pericolo, una delle potenziali vittime, come tutti noi. Un uomo che cammina di fronte al male rappresentato dalla desertificazione di uno dei luoghi più simbolici dell’intera civiltà occidentale, una de-umanizzazione causata da un virus ultramicroscopico.

La pandemia non ha immagini se non quelle dell’assenza e del vuoto, le non-immagini. Per questo non offre molte possibilità di metabolizzare il trauma. È, oltre che cieca, senza tempo; non ha scadenze né previsioni affidabili. Infine, noi non serviamo se non come esecutori di disposizioni che invitano, perentoriamente e giustamente, alla più estrema passività. Stiamo a casa, non ci muoviamo, molti di noi non lavorano. E non fare niente è la cosa migliore che possiamo fare. Non siamo nulla se non esseri-che-aspettano. Tragicamente, è come se fossimo tutti in terapia intensiva. Si sa quando ci si entra, terrorizzati, non si sa se e quando se esce. E forse questo, nella migliore delle ipotesi, potrà insegnarci qualcosa. Ma dipende da noi, da quanto siamo disposti a essere diversi. Per ora.

La definizione visiva di questa pandemia è dunque un racconto per sottrazione; un ritorcersi improvviso e drammatico della civiltà dell’immagine su sé stessa, impossibilitata a rappresentare il male che ci minaccia e costretta a autorappresentare il noi che guardiamo o facciamo cose a casa. Una tragedia senza immagini, o per lo meno senza immagini esclusive. I servizi dagli ospedali sono stati, credo, i casi più evidenti di questa asimmetria.
Nelle immagini blurate delle terapie intensive non era infatti possibile cogliere alcuna diversità, alcuna identità del male. Erano reparti di terapia intensiva, sovraffollati certo, ma quante volte abbiamo visto un essere umano intubato? Molte. Se siamo fortunati, solo alla TV. Altrimenti lo abbiamo visto con i nostri occhi; un congiunto, un amico in fin di vita. Nulla di eccezionale.

Non abbiamo mezzi per rappresentare attraverso l’immagine quel che ci sta accadendo. E per questo sarà probabilmente più complesso elaborare il trauma o il lutto. Come quando riceviamo la notizia astratta della scomparsa di qualcuno lontano da noi, al quale eravamo legati e al quale non abbiamo potuto dire addio.

Le nuove immagini sono i numeri. Numeri snocciolati ogni giorno da conferenze stampa, numeri piegati in mille grafici, numeri aggiornati al minuto. Il lessico della litania: tamponi, guariti, nuovi contagi, deceduti. Numeri che si sommano, in un accidenti! diecimila morti! Eppure questi diecimila morti sono molto meno visibili di Alfredino e del presidente Pertini all’imboccatura del pozzo di Vermicino. O, ancor di più, dell’”uomo che cade” dal World Trade Center.

E così gli stantii e petulanti richiami a sfruttare questo tempo “per imparare” cose nuove, per stare con “noi stessi” risuonano ahimè infelici. “Noi stessi” sono le immagini che vediamo tutti i giorni e che formano la nostra identità. Monchi delle nostre protesi preferite (le rappresentazioni) diventiamo un guscio vuoto, riempito da una improduttiva inquietudine e da una ricerca ossessiva della notizia perfetta, la svolta che ci conduca alla fine. La scienza ci dice che fino a quando non avremo un vaccino (12 mesi? 18 mesi?) saremo costretti a vivere questa fine infinita di un non-evento, che non accade davvero.

Noi non possiamo che rifiutare intimamente questa evidenza, almeno fino a quando una persona a noi cara non ne sarà vittima. E anche in quel caso non potremo salutarla. Siamo orfani di noi stessi e non sappiamo cosa diventeremo domani. I più navigati dicono a mezza bocca che non cambierà niente.

Ma una cosa sarà cambiata per forza. Il rapporto tra tempo e immagine è diventato un asse inclinato, sul quale è impossibile tenersi in equilibrio. A questo tempo immobile e che dunque percepiamo come infinito manca il presente dell’immagine, l’immagine capace di farci guardare negli occhi l’orrore raccontato dall’aritmetica approssimativa dei bollettini quotidiani, a farci vivere nella sofferenza. E senza questa sofferenza e ancora più difficile esseri umani.

In questo momento è come se dovessimo dire addio a noi stessi per sopravvivere, e lo faremo, come abbiamo sempre fatto, nella convinzione di ritrovarci né migliori né peggiori di prima, forse semplicemente diversi.

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