Meglio del metooIl coronavirus cambierà il modo in cui gli uomini si relazionano con le donne

L’epidemia ha insegnato a tutti che violare l’intimità del prossimo è facile, la distanza è sacra, la confidenza è un risultato e non un regalo

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L’altro giorno ho letto su Futura del Corriere della Sera che dobbiamo cominciare a immaginare il mondo come sarà, e a pensarci fuori, adesso che siamo dentro. Giusto, mi sono detta, e ho immaginato di essere a cena fuori con un uomo, che è la cosa che più mi manca fare, la cosa che prima che il mondo diventasse un chiostro facevo di più dopo lavorare, perché sono frivola, e cucinare mi fa orrore, e l’umanità, il mondo, il tempo credo si capiscono flirtando con un uomo a cena fuori – enciclopedie, film, viaggi, eccetera eccetera sono mezzi ausiliari: servono a conoscere, non a capire. 

Andremo ancora a cena fuori con gli uomini, nel post coronavirus? Certamente. E sarà più facile, per certi versi, perché non avremo il problema del consenso. Il coronavirus avrà insegnato a tutti che violare l’intimità del prossimo è facile, e non è necessario che si sia in mutande per farlo, che la distanza tra te e me è sacra, che la confidenza è un risultato e non un regalo. Ci saremo tutti esercitati a non toccarci, ci sarà entrato in testa che farlo può essere nocivo, avremo imparato che il desiderio non è un impulso ma una forma di conoscenza. Ci ritroveremo davanti uomini molto ben equipaggiati di tutte quelle consapevolezze di cui speravamo di dotarli con #metoo, Cat Person e psicopatologia della preterintenzionalità, o più semplicemente le condizioni degli incontri non consentiranno a nessuna di sentirsi obbligata a cedere, concedere, lanciarsi, simulare, corrispondere, condividere, acconsentire. Che sollievo. Forse. 

Il coronavirus, però, non debellerà altri vizi, altre insanità, altre crudeltà sottili che tutte (ne sono certa: tutte) ci siamo finora rassegnate a subire, nelle relazioni con gli uomini, perché tutti (ne sono certa: tutti) non sono in grado di riconoscerle come crudeltà sottili – e forse dovrei dire violenze, ma non vorrei «esagerare». Nei confronti di questi vizi, di queste crudeltà, di queste violenze (voglio esagerare) temo (auspico) che le donne saranno, nel post coronavirus, assai meno pazienti. Ilaria Capua ha detto che le donne durante le epidemie hanno una vita più difficile del solito e sento di poter confermare: tutte le amiche, colleghe, ragazze con cui parlo in queste settimane mi raccontano il medesimo, strabiliante assedio di fidanzati, in carica o deposti, che chiedono assistenza, conforto, soccorso, presenza, perché non sanno star soli, né vogliono, perché si pentono, perché tremano, perché vogliono scopare, perché vogliono sentirsi amati e accettati e coccolati e necessari, perché hanno sposato quella sbagliata, perché accidenti avrei dovuto sbrigarmi a invitarti a cena, scusami se negli ultimi otto mesi ho titubato. Signori, amici, revenant, datevi una calmata o noi ad aprile, maggio, giugno, di quest’anno o vai a sapere, non ci saremo. Di certo, non ci saremo come prima.

La pandemia avrà rivoluzionato molte cose e ci avrà tolto pazienza perché ci avrà messo fretta, e allora badate ad arrivare a quel momento un po’ preparati, sappiate che non ci interesserà che riconosciate i nostri occhi neri tra milioni di occhi neri, ma ci interesserà che mostriate di aver capito che non sarà più ammissibile che ci spieghiate le cose, che siate femministi, che siate soft boy, che ci diciate di stare calme, che ci diciate che esageriamo, che non abbiate letto “Mrs Dalloway” di Virginia Woolf, o almeno il saggio che ci ha costruito intorno Francesco Pacifico, “Io e Clarissa Dalloway –  Nuova educazione sentimentale per ragazzi” (Marsilio). Sono molto felice che la pubblicazione di questo libro non sia slittata a causa del covid-19, evidentemente l’editore ha capito che potrebbe giocare un ruolo capitale nel preparare lor signori alle relazioni che verranno, visto che (come è giusto) lor signori a farsi educare da noialtre non ci pensano proprio, e d’altro canto noialtre non siamo tipe che educano, e men che meno insegnano.

Pacifico legge “La signora Dalloway” e lo usa per smascherare le ragioni profonde di quella cosa che abbiamo chiamato virilità tossica facendone una macchietta e, non sempre a torto, una fissazione di femministe incrudelite e legittimate dalla sommarietà del #metoo. Lo usa per illuminare tutto quello che Virginia Woolf ha intuito del desiderio, dell’esercizio del potere, di quel particolare tipo di violenza degli uomini sulle donne che non è fatta di botte e insulti, ma di svilimenti, di interruzioni, di interventi non richiesti, induzioni all’ordinarietà, intromissioni, obblighi morali ed estetici e culturali.

Woolf rivendicava di essere «una snob da blasoni» e “Mrs Dalloway” è un romanzo che rivendica il diritto alla frivolezza, alla levità, alla corrispondenza coatta tra estetica ed etica, al godere delle inezie, alle feste. Woolf non voleva essere prescrittiva e “Mrs Dalloway” è un romanzo la cui eroina, Clarissa, scrive Pacifico che «ha il solo pregio di saper entrare in rapporto con i propri desideri e dunque con quelli degli altri» e lo fa «senza procedere da significati e valori e presupposti e pregiudizi». I nemici delle ragazze non sono soltanto gli orchi maschilisti padri padroni (esisteranno poi davvero? E, se sì, non sarà facilissimo combatterli?), ma pure, forse soprattutto, gli insospettabili soft boy, i sensibili, i buoni, i timorati, i letterati, i colti.

Pacifico ha una moglie femminista che, a un certo punto, gli ha detto: rinuncio a raccontarti alcune cose, perché non le sai ascoltare. E non perché lui guardasse la tv mentre lei gli diceva «Amore, intendo licenziarmi e trasferirmi in Ohio», o non si accorgesse di lei che, pur di distrarlo dal baseball, si avvolgeva nuda nella pellicola trasparente come Kathy Bates in Pomodori verdi fritti. Lui non la ascoltava perché lei gli parlava e lui “giudicava e basta” e non il fatto che lei raccontava, ma il modo in cui lei lo raccontava, la reazione che in lei scatenava, l’insegnamento che non aveva saputo trarne. I peggiori nemici delle donne, adesso e pure domani, sono e saranno sempre quelli che per stare dalla loro parte non sanno far altro che mettersi al loro posto. Pacifico lo ha capito, ha scritto da che cosa è dipeso, in che modo se n’è accorto, e come “Mrs Dalloway” glielo ha fatto vedere, prendendolo a sberle e, subito dopo, inondandolo di luce. 

 

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