Si riparte?Walter Ricciardi ci spiega come comincerà la fase 2 contro il coronavirus

Test, tracciamento, patente. Si lavora per un piano preciso e applicabile. Per il lungo periodo, sostiene il consulente del ministero della Salute e membro dell’Oms, si dovranno accrescere i finanziamenti alla ricerca e alla sanità

Walter Ricciardi, mmagine tratta da Youtube

Quando tutto questo sarà finito, qualcosa dovrà cambiare. Secondo Walter Ricciardi, consulente speciale per il ministero della Salute sull’epidemia, è importante considerare in modo positivo la gestione dell’emergenza da parte del governo italiano, anche se ci sono molte voci discordanti. Per lui però rimane un dato di fatto: nel sistema sanitario nazionale ci sono troppe debolezze. Come prima cosa, sostiene, si dovrà intervenire e modificare il quadro, con più investimenti e un maggior sostegno alla ricerca.

È questa la lezione che l’Italia dovrà imparare dal coronavirus?
Noi scontiamo il decennio, per dire poco, di mancati investimenti in settori cruciali come la ricerca e la sanità. In questa circostanza è emersa, in modo evidente, la loro sostanziale debolezza. Noi possiamo classificarci come primi tra i Paesi poveri.

In che senso?
Abbiamo una spesa sanitaria pro-capite inferiore a Germania e Francia, con cui ci dobbiamo confrontare. E in questo quadro di debolezza siamo comunque riusciti a dare una risposta eccezionale: con mezzi limitati il personale medico è riuscito a rispondere all’emergenza Covid, mettendo in campo tutte le sue competenze.

La ricerca è bistrattata da anni, ma ha punte di eccellenza.
Senza dubbio. Eccelle per il valore delle persone e per la qualità dei ricercatori. Noi siamo tra i migliori al mondo nel rapporto tra produzione scientifica e investimenti. Ma si dovrebbe fare di più.

Tra le cause della crisi del sistema sanitario di fronte al coronavirus è stata indicata anche la sua impostazione in termini di cura individuale e non collettiva. È così?
In un certo senso sì. A confronto con l’Italia, la Corea si è trovata già pronta a fronteggiare il Covid perché aveva già incontrato un’epidemia di quel tipo, con la SARS e ne hanno fatto tesoro, sia in termini di strategie di prevenzione che di organizzazione sanitaria. Ecco, noi quell’esperienza, come Sistema sanitario nazionale, non l’abbiamo vissuta. Non abbiamo avuto quella prova del fuoco. Adesso è stato tutto messo in discussione, fino alle radici. Non eravamo pronti, lo dovremo essere. Basti pensare al numero di letti per le terapie intensive: in Italia erano 5.000, e adesso sono stati portati a 9.000. In Germania erano 28.000 e sono aumentati fino a 40.000. Sotto questo aspetto i tedeschi erano più attrezzati.

Quindi cosa dovrà cambiare?
Prima di tutto ci vorrà un riequlibrio della gestione della Sanità tra governo e Regioni. Si è visto che in situazioni come queste avere 20 linee di governance diverse, frammentate e divise non aiuta. Troppo sbilanciato, serve una revisione. In secondo luogo, più investimenti. In conoscenza, tecnologia e salute. Tre aree importanti, che anche adesso vengono dimenticate: siamo di fronte a una situazione in cui, per l’emergenza, vengono assunti medici non specializzati, eppure a regime di normalità non ci sono soldi per garantire proprio i posti di specializzazione. Per cui: più soldi in quel settore.

Cambieranno anche gli equilibri tra sanità pubblica e privata?
Nessuno Stato può permettersi un sistema sanitario nazionale al 100% pubblico. È impensabile, impossibile. I soggetti privati ci sono e ci vogliono. Ma vanno selezionati: quelli bravi devono essere premiati e puniti quelli pirateschi.

In che senso premiati e puniti?
Mi riferisco ai servizi che non fanno selezione dei pazienti, che non si limitano a erogare servizi ad alto rendimento, che contribuiscono anche con pronti soccorso. Per questi è giusto mettere in campo una strategia premiale. Oggi è possibile valutare i risultati dell’assistenza.

Torniamo al coronavirus e alla quarantena. Quando potremo uscire di nuovo e, come si dice, “riabbracciarci”?
Tra molti mesi. Finché non verrà messa a punto una cura specifica o un vaccino, non sarà possibile.

E nel frattempo?
Occorre un graduale riequilibrio che ci riavvicini, almeno in parte, a quella normalità che abbiamo lasciato da qualche tempo Un esempio concreto: i ristoranti possono riaprire, se rispettano quelle regole di distanziamento sociale e richiedono l’utilizzo delle mascherine.

Anche ai clienti?
Personale e clienti.

Ma scusi: come faranno a mangiare?
Tavoli e clienti distanziati. Piuttosto triste.

Allora come funziona? Si va al ristorante con le mascherine, ci si siede su tavoli distanziati, le si toglie, si consuma, le si rimette e si esce (dopo aver pagato). Giusto?
Esatto.

Restiamo sulle mascherine: lei ha avuto una posizione, diciamo così, contraddittoria sul tema.
Assolutamente no. Io ho sempre detto: “Non proteggono i sani”, ed è vero. Quelle mascherine, del tipo chirurgico, non hanno una funzione protettiva dal virus, semmai impediscono a chi lo ha di emetterlo nell’ambiente. Per questo, dicevo, “non servono”. Pensare a una distribuzione collettiva era impossibile, perché da anni la produzione era stata delegata a Cina, Vietnam, altri Paesi dove il costo era più basso: due centesimi, per essere venduti a 20. Adesso no, ci sono stati investimenti e riconversioni di impianti, si è agito anche per le protezioni, di livello più alto, rivolte ai sanitari. La produzione c’è, l’Europa ha fatto una grande azione di procurement. Per cui oggi ci sono e andrebbero impiegate, soprattutto negli ambienti chiusi.

Le tappe della cosiddetta Fase 2: si riapre?
Aprile per noi è il mese cruciale per mettere a punto le misure adatte che consentano la riapertura. Si punta a un recupero mirato. In generale, si può dire che il nostro approccio sia una fusione del metodo cinese e di quello coreano.

Cioè?
Prima il lockdown. Poi si proseguirà con una serie di azioni che seguono l’esempio di Seul. In tre step: testing, tracking, patente.

Spieghi meglio.
Il testing, cioè i test con i tamponi, sarà esteso, ma non generalizzato, e servirà a individuare i soggetti contagiati, a indagare il decorso della malattia e a identificare eventuali nuovi casi, limitandoli. Il tracking scatta subito dopo: tracciando gli spostamenti (attraverso lo smartphone) si può risalire subito alle persone incontrate dal soggetto positivo, per trovare subito se sono avvenuti altri contagi. Infine la patente: sarà un certificato di salute che si può portare nel cellulare.

Quindi le attività riaprono..
Dipende, come dicevo, da quali. Quelle che consentono l’applicazione di misure di sicurezza, sì. Le altre no. Ad esempio una fabbrica: il lavoratore viene testato all’ingresso, si scopre che è positivo, si risale ai suoi contatti con il tracking, lo si mette in isolamento.

Quanto ci vorrà per il risultato del test?
Un giorno.

Quindi per quel giorno il lavoratore sta fermo. Se il risultato è negativo, lavora. Altrimenti, si passa alla procedura di cui sopra.
Esatto.

L’uso del tracking ha sollevato diverse polemiche sull’uso, o meglio sul rischio di abuso, dei dati.
Come è ovvio, è tutto fatto nel rispetto della privacy. Certo, se c’è il tracking, non è come se non ci sia. Ma si tratterà di una partecipazione volontaria. E ricordiamo che di mezzo c’è la salute della collettività. Una scelta di responsabilità che dovrà riguardare la maggior parte della popolazione.

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