Gastro-expatCome si sopravvive al lockdown gastronomico in terra straniera

Francesca, pugliese di nascita, milanese acquisita, vive a Cambridge con la famiglia (in attesa di trasferirsi a Chicago) e ci racconta la difficoltà di trovare almeno in tavola il benessere che solo in Italia ha sperimentato

un supermercato a Cambridge dopo il lockdown
Un supermercato a Cambridge dopo il lockdown

Una nostalgia di gusto che ci fa pensare subito a Proust, una ossessione maniacale per tutto ciò che di italiano ha lasciato sulla tavola: Francesca Zanotti ci racconta la sua quarantena a Cambridge, e le difficoltà di ritrovare almeno in tavola il benessere che solo in Italia ha sperimentato. In attesa di un altro cambiamento, che la porterà a Chicago appena tutto questo sarà finito (Forse).

Quanto ti manca l’Italia?

«Mi sono trasferita nel Regno Unito da Milano tre anni fa per lavoro, con mio marito Paolo e i miei due figli. Con circa 124mila abitanti, è sede di una delle più antiche Università del mondo, la Cambridge University e di altre altrettanto prestigiose quali la Anglia Ruskin University. Qui, ho trovato un consistente numero di italiani che hanno dato vita ad un’attivissima e vivace comunità – presente anche sui social – pronta a fornire dritte e consigli su qualsiasi argomento possa interessare un italiano che vive all’estero, primo tra tutti il cibo. Da milanese acquisita (Francesca è pugliese di nascita, ndr) mi sono resa conto, specialmente durante le trasferte di questi anni, di quanto Milano sia capace di offrire da ogni punto di vista e quindi anche gastronomicamente. E non mi riferisco ai locali e ai ristoranti, che pure pullulano nella città, ma alle botteghe, ai negozietti, alle fattorie con punto vendita appena fuori porta fino alla grande distribuzione che da nord a sud, dal centro (dove vi sono i più raffinati) alla periferia (con i più popolari), la città è lastricata di una proposta ricca e variegata di prodotti alimentari artigianali. Dai cibi più diffusi della tradizione italiana a quelli etnici appartenenti alle cucine di tutto il mondo. Alternativi (vegetariani, vegani, gluten free, lacto free, ecc…), classici, per bambini, ragazzi, adulti, anziani, impiegati, single, famiglie. La città di Milano – e mentre la ricordo mi brillano gli occhi – è il paradiso per chi ama la buona tavola e per chi, come me, non sottovaluta l’importanza del cibo come veicolo di rispetto e felicità prima, di artigianalità e identità culturale poi. Ognuno, nessuno escluso, ha la facoltà di reperire ciò che desidera, sogna, necessita, incontra i propri desideri».

Vivendo all’estero ho riscoperto e rinforzato la consapevolezza di come le nostre radici affondino anche nel terreno fertile della cucina e del rapporto con essa. E per me, come è stato per la mia famiglia, questo è un insostituibile canale di comunicazione, condivisione, conoscenza. Di accettazione, anche. Accoglienza, cambiamento, evoluzione. Cura. Di noi stessi, degli altri.»

Ripercorri con noi questi tre anni da expat: com’è andata, gastronomicamente parlando?

«Il primo anno ho vissuto alla giornata, con un po’ di incoscienza e con lo spirito di un turista che compra, più o meno, quello che trova, tanto non si è definitivi. Il risultato pessimo di questo approccio e l’idea che ci dovessimo vivere in modalità permanente (almeno così credevamo) mi hanno fatto passare alla fase due proprio alla soglia del secondo anno da cittadini inglesi. Grazie al fatto che, nel frattempo, avevo conosciuto e iniziato a frequentare quelli che sono diventati i nostri più cari amici qui, ho iniziato ad avere qualche punto di riferimento in più rispetto alla grande distribuzione che qui si divide principalmente tra Tesco, Sainsburys, Mark&Spencer e Waitrose. I primi due più popolari e a buon prezzo. Il terzo, amato dai turisti che possono trovare la scatola di latta, con i classici short bread, con l’immagine di Harry e Megan. L’ultimo, tra i più cari ma con delle chicche introvabili da altre parti; per me, lo sfizio di ogni tanto un po’ come un milanese che compra “solo due cose” da Eataly. Io tendo a fare la spesa da Tesco che è simile a come un milanese esselunghiano convinto percepisce la Coop e io, che nella mia vita lombarda, la frequentavo perché era vicinissimo a casa mia, ho comunque sempre preferito l’Esselunga. Adesso, persino la Coop paragonata al Tesco, mi appare come una miniera d’oro.»

È così tragico?

«Al Tesco trovi ogni ben di Dio della rinomata eccellenza industriale made in UK: pork pies, pancake, torte di ogni foggia, gusto e colore, rigorosamente preconfezionate; muffins, biscotti della peggior specie e patatine (ben due corridoi) in comodissime monoporzioni ideali come componente di ogni pasto… e qui veniamo al fiore all’occhiello delle consuetudini inglesi: sua maestà lo snack. Nella patria degli snack, se ne trovano di tutti i tipi da quelli dolci a quelli salati, vegetariani, vegani, al cioccolato, alla barbabietola. E ancora insaccati e formaggi, il cui consumo non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Al Tesco, tra un corridoio di schifezze e l’altro, puoi trovare (motivo per cui lo frequento) frutta, verdura e prodotti per la casa e per l’igiene, a buon prezzo. Frutta e verdura sono sempre le stesse per tutte e quattro le stagioni. Avete presente quando i supermercati italiani si riempiono di castagne, cachi, fichi, carciofi, asparagi, radicchio trevigiano, arance rosse di Sicilia e via dicendo a seconda del periodo dell’anno? E vogliamo parlare di quando volete comprare qualche prodotto caseario e nel reparto apposito trovate burrata, stracciatella, mozzarella di bufala o vaccina, ricotta di mucca o di pecora e i formaggi prodotti in ogni angolo di Italia e potete fare una selezione tra un Caciocavallo, un pecorino romano e una Fontina (giusto per citarne qualcuno)? Ecco, se vivete fuori dall’Italia, scordateveli!»

Ma poi ci si abitua?

«A partire dal secondo anno qui ho cambiato stile. Ho iniziato a fare la spesa in punti sparsi della città con l’intento di disporre di una scelta di miglior qualità anche se sempre limitata. La lista di questi piccoli negozietti e farm shop si è arricchita nel tempo ed è così che ho fatto la spesa fino al lockdown. La panetteria francese in centro per il pane buono e i croissant; il deli shop vicino casa per la mozzarella per pizza, alcuni tipi di farina, la mortadella e qualche pacco di biscotti made in Italy. I finocchi, nel periodo giusto, al costo di 1.80£ l’uno perché qui non sono gli stipendi ad essere superiori all’Italia (sfatiamo un mito) ma il costo della vita e soprattutto il costo di quelli che per un inglese medio sono classificati come “beni di lusso” e alcuni prodotti alimentari che diamo per scontato di trovare in Italia, qui sono rari e terribilmente costosi. Il farm shop per il pollo e la trita di manzo. Sainsburys per qualche prodotto industriale che mi piace come le conserve Mutti e la pasta Rummo. Parmigiano, caffè e marmellata della mamma (quindi beni di prima necessità), sono rigorosamente spediti o portati direttamente da qualche parente o amico in visita, mentre l’olio evo lo acquistiamo direttamente dalla Puglia in condivisione con altre famiglie per ammortizzare le spese di spedizione. Insomma se fare la spesa è un’arte, saperla fare qui è un vero e proprio talento costosissimo in termini di tempo e denaro».

Cos’è cambiato con l’inizio delle restrizioni?

«Da quando è scattato l’allarme pandemia, le cose sono cambiate molto. Prenotare on line la spesa a domicilio è diventato impossibile e le primissime volte che sono entrata in un supermercato, non credevo ai miei occhi: svaligiati! I reparti di pasta, riso, conserve e farine, rasi al suolo. Anche i piccoli negozi, molto meno forniti e i prezzi, già gonfiati in partenza (ma giustificati dal fatto che i prodotti provenissero dall’Italia), hanno subito un ulteriore rialzo; per intenderci un pacchetto da mezzo chilo di pasta costa 1.99£ e non stiamo parlando dei paccheri di Gragnano! Man mano ho notato che le cose sono andate leggermente meglio. Intanto sul fronte sicurezza perché finalmente sono state istituite delle nuove procedure: il carrello viene igienizzato all’ingresso e verso le casse sono stati apposti dei nastri gialli sul pavimento per indicare il percorso da seguire e la distanza dagli altri clienti…il tutto monitorato dal personale che dirige il traffico. Frutta e verdura non sembrano fortunatamente aver subito l’incetta isterica dei clienti mentre si fa ancora fatica a trovare la pasta, il riso e le farine (sembra proprio che non vengano forniti ai negozi). Quello che abbiamo cercato di fare come famiglia è stato modificare un po’ alcune abitudini relative ai consumi alimentari, cosa che in questo caso ha i suoi lati positivi. La pasta, sempre presente sulla nostra tavola almeno in uno dei due pasti principali, l’ho sostituita con dei cereali alternativi come cous cous, il grano decorticato, la polenta e abbiamo imparato a fare la pasta fatta in casa che sperimentiamo in quelle poche fortunate volte in cui troviamo la farina di grano duro. La carne che già consumavamo in modo limitato, l’ho ridotta ulteriormente per evitare di fare il giro dell’oca per la spesa, e ho incrementato l’uso dei legumi e delle verdure per fare anche dei secondi. Il prossimo passo è lanciarmi nell’impresa di imparare a fare il pane!».

Quali sono i prossimi obiettivi?

«Andiamo avanti provando a tirar fuori lo spirito di adattamento e il senso pratico che abbiamo allenato negli anni e siamo fiduciosi del fatto che il cambiamento – anche se avremmo preferito fosse stato motivato da altro – ci spinge verso l’evoluzione di noi stessi e, di conseguenza, delle relazioni umane. Impariamo ad avere pazienza. Sviluppiamo la creatività forse dimenticata nel mondo del “tutto e subito”. Coltiviamo l’attesa. Abituiamoci, se non lo abbiamo già sperimentato nelle nostre vite precedenti, al mutare delle cose. Dover cambiare la routine così drasticamente non è sempre facile e, a volte, avvertiamo quasi il senso di colpa di chi si preoccupa del proprio piccolo mondo mente l’Universo è in ginocchio. Ma è nella natura umana. Siamo tutti consapevoli di ciò che sta succedendo e della sofferenza fisica, morale e materiale di coloro che, in questo dramma, sono coinvolti in prima persona ma abbiamo tutti egoisticamente il sano desiderio che tutto torni alla normalità o ad una rinnovata normalità…quella che ora ci manca così tanto, quella delle piccole cose che ci fanno stare bene».

La famiglia di Francesca Zanotti a Cambridge
La famiglia di Francesca Zanotti a Cambridge

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