Letture fugaciRacconti minimi per allietare la quarantena

Perché i grandi libri di lunga solfa sono un po’ stufi di guardare tanto a lungo la faccia poco romanzesca di chi li legge

Ina FASSBENDER / AFP

Ancora raccontìnimi, racconti minimi, perché i grandi libri, i libri di lunga solfa sono un po’ stufi di guardare tanto a lungo la faccia poco romanzesca di chi li legge. E chi lo ha detto? Esse a me, le grandi storie. E chi sono io? Io sono solo io, l’io narrante.

Vennero gli amanti a loro stessi, ella a lui, egli a lei, vennero dalle loro nascite, dai loro giardinetti infantili, dalle caramelle, dai dispetti (non conoscersi ancora, anche questo fu un dispetto, nel tempo in cui i loro sessi erano ancora acerbi, mandorle verdi, fichi immaturi), dalle domeniche piovose, dall’al di qua delle finestre, dal passato remoto delle loro crescite segnate a matita sul muro, quel passato remoto enigmatico che è una giungla umida e rigogliosa nella quale due felini, Maipiù e Persempre, furono presenti e si fecero accarezzare, morbidi, insomma vivi, esistenti, addomesticati, giocosi, agili e leggeri come mai più lo saranno e forse per sempre non lo saranno più, perché diventeranno vaghi, sfuggenti, feroci (soprattutto la pantera Maipiù), diventeranno ruggiti lontani senza corpo, senza livrea (soprattutto la mimetica tigre Per sempre, imitativa, spesso, di un’ombra qualsiasi e insignificante), diventeranno fruscii allarmanti. Gli avverbi hanno questo: che diventano selvaggi col tempo, indomabili, intrattabili, sfuggenti.
Il ventre lacrimoso degli amanti (è il titolo, e arriva alla fine con grande profusione di aggettivi dolcemente appiccicaticci, ma qui lasciamo solo quello un po’ salato).

Essere o riessere
Essere o riessere, ecco il cavillo. Ecco come si pone sulla terra l’antinomia di un’altra vita sulla terra. Insomma, risolviamo la questione col pensiero, subendo a mente i colpi di un evento offensivo oppure prendiamo di petto un mare di problemi? Morir dormendo, dormir morendo… Nient’altro che con una dormita dire basta al crepacuore e alle migliaia di scosse che hanno per bersaglio la carne: concludere con devozione. Morir dormendo, sognando, forse… Sto dando i numeri traducendoli da parole straniere?

Se ottocentescamente
Se ottocentescamente, borghesemente, la penna lotta tra il bene e il male (anzi, tra tutti gli opposti possibili) anche come una staffetta opportunista, la tastiera, invece, è una lastra di ghiaccio sulla quale si lotta per mantenere l’equilibro, con capitomboli e sbattute di culo sul gelo dei tasti.

A proposito di mano
A proposito di mano, la mano non nostra che per prima… (non posso andare avanti, ho il cuore gonfio di lacrime come un sesso gonfio, anch’esso di lacrime credo).

Sì, è vero
Sì, è vero, vado a scrivere una parola e ne esce scritta un’altra, anche a rileggerla la leggo come credo di averla scritta ma è tutt’altra, prendo fichi per fiachi, anche l’apostrofo lo metto quando non dovrei, e quando dovrei non lo metto, anche le virgole, punti e virgole, due punti, tre, tutti quei bruscoli nell’occhio dello scrivere. Anche il significato è sempre un altro,
ma questo un po’ da sempre. Poi sono diventato Imperatore, ma solo per privilegiarmi di una prerogativa: la clemenza, che solo per l’Imperatore è vera clemenza, in ogni altro essere umano è falsità. Anche la mia, forse, perché non sono un vero imperatore in quanto non ho un impero, però ci provo. Anzi sì, lo sono, perché, nel suo piccolo, questo racconto è un impero: dico quel che mi pare e anche quel che non mi pare (se la parola che mi pare quella è però quell’altra). Mi viene di mandare tutti assolti e perdonati, che è pur sempre un modo di mandare a fare altrove. Ora, mia cara, quando mi leggerai, cioè ora, né tu né io sapremo cosa leggerai: se la parola che io credo sia quella parola o quella che per te appare essere un’altra. Sul significato di ogni frase e poi su quello dell’insieme stiamo freschi ossia non metteremo nessuna mano sul fuoco né la tua né la mia (senza virgole nella frase oppure sì ma non le vedo). Io non so cosa sto dicendo, tu non sai cosa stai leggendo. Ci viene da piangere per questo, il velo delle lacrime sugli occhi annebbierà il racconto finalmente, e coglieremo il senso: questo senso di commozione (se è questa la parola che resta).

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