Out of syncCosì il virus ha trasformato la società del tempo reale in un mondo fuori sincrono

La sfasatura temporale colpisce i paesi, condannati a ripetere tutti gli errori dei propri vicini; i politici, costretti a rimangiarsi le proprie dichiarazioni ogni sette giorni; e tutti noi, costantemente appesi alle conseguenze di ciò che abbiamo fatto due settimane prima

Spencer Platt/Getty Images/AFP

Credevamo di vivere nel mondo piatto descritto da Thomas Friedman all’alba della rivoluzione digitale e della globalizzazione. Un mondo in cui, annullata qualunque distanza di spazio e di tempo, scompariva ogni soluzione di continuità, e il giornalista americano, nel 2005, poteva stupirsi di ritrovare una replica della Silicon Valley nel cuore dell’India, tra ingegneri elettronici all’avanguardia e operatori di call center capaci persino di imitare l’accento della provincia americana di cui gestivano le telefonate.

Il coronavirus ha cambiato radicalmente il panorama. Dalla società del tempo reale, dopo lo scoppio dell’epidemia, ci siamo risvegliati improvvisamente in un mondo fuori sincrono. Sono fuori sincrono i paesi, incapaci di apprendere dai loro vicini persino le lezioni più semplici, vitali e dolorosamente evidenti; anzi condannati a ripercorrere, a distanza di poche settimane, ciascuno gli errori dell’altro, senza saltare una tappa. Come i francesi che affollavano concerti e spettacoli teatrali mentre a pochi chilometri da Lione gli ospedali lombardi traboccavano e mezza Italia era già in quarantena.

Sono fuori sincrono i governi, i partiti e gli amministratori locali, condannati a rimangiarsi ogni sette giorni le dichiarazioni della settimana precedente. Come i leghisti passati dalla proposta di mettere in quarantena chiunque venisse dalla Cina alla richiesta di «riaprire tutto», e poi ancora a quella di «chiudere tutto», mentre buona parte del centrosinistra faceva il percorso inverso, e perfettamente speculare (#milanononsiferma).

E così, chi più chi meno, praticamente ogni leader politico del mondo. Brian Kemp, governatore della Georgia, che dopo avere negato l’esigenza di misure restrittive ieri ha fatto marcia indietro, giustificando il voltafaccia con l’improvvisa scoperta del fatto che anche gli asintomatici sono contagiosi, in fondo, non è che l’ultimo arrivato di una lunga, lunghissima lista.

La verità è che siamo tutti fuori sincrono. I giornalisti (servono esempi?), gli opinionisti (sicuri sicuri? neanche uno piccino picciò?), gli intellettuali (e qui non posso resistere, perché il «premio Brian Kemp» va di diritto a Giorgio Agamben). Sono fuori sincrono persino i medici (vi ricordate di quella dottoressa Gismondo secondo la quale il coronavirus era poco più di un’influenza? Ecco, due giorni fa ha detto al Fatto che «ci siamo fatti trovare impreparati dalla pandemia a livello internazionale. Tutti sapevano, nessuno faceva»).

Siamo tutti fuori sincrono, per la stessa ragione. E cioè che in questo campo, purtroppo, le conseguenze delle nostre azioni si presentano con un ritardo che oscilla tra i quattro e i quattordici giorni. Se ho preso sufficienti precauzioni o sono stato incosciente oggi, insomma, non lo saprò né oggi né domani. Non lo saprò io come singolo, perché il virus ci mette del tempo a manifestarsi, e tanto meno lo saprà la società nel suo complesso, perché, grazie al cielo, ce ne vuole anche di più per finire in terapia intensiva e saturare gli ospedali.

Il problema è che questa interruzione, questa distanza temporale tra la necessità e l’effettiva possibilità di sapere, è qualcosa a cui non eravamo più abituati, perlomeno dalla nascita di google. Chi oggi ha vent’anni non ha mai passato una giornata a chiedersi come si chiamava l’autore di quel libro, il regista di quel film o il terzino di quella squadra, e anche noi a stento ricordiamo cosa significasse non riuscire a venirne a capo, perché ormai consideriamo naturale il fatto di poter ottenere una risposta istantanea alla stragrande maggioranza dei nostri dubbi.

Ed ecco che adesso, per avere risposta alla domanda più importante di tutte, da cui dipende niente di meno che la nostra vita, ci viene detto di aspettare quattordici giorni. Se pensate un momento alle manifestazioni di insofferenza ai limiti della nevrosi cui ci abbandoniamo ogni qualvolta un calo della connessione interrompe per pochi secondi la visione di un film, l’apertura di una qualsiasi pagina internet, l’invio o la ricezione di un qualunque messaggio su whatsapp, non dovreste trovare poi così stupefacente il fatto che una simile interruzione abbia fatto letteralmente impazzire società e governi di mezzo mondo. E noi con loro.

«Il tempo è fuori dai cardini», diceva Amleto. Non è mai stato vero come oggi, in questo nuovo, vecchio, assurdo mondo fuori sincrono.