BrokenheartLa Scozia non avrà mai l’indipendenza dal Regno Unito e non tornerà in Europa

Secondo il giornalista John Lloyd, non ci sono dubbi: Glasgow non può lasciare l’Inghilterra per ragioni pratiche, politiche ed economiche. Neanche in caso di un cattivo accordo tra Londra e Bruxelles

Afp

Nonostante le divergenze di voto, la Brexit non si è portata via solo l’Inghilterra. Ha anche sottratto, tra le altre, la Scozia, dove l’incidenza del Remain era più alta che altrove. Per alcuni, si è trattato di un oltraggio. Tanto che molti, già scontenti della permanenza nel Regno Unito, hanno cominciato a ventilare l’ipotesi di un nuovo referendum per l’autonomia, magari in ottica europeista: lasciare il Regno Unito, ormai scollegato, per tornare nell’Unione.

Possibile? In un certo senso sì. Facile? Per niente, visti tutti gli ostacoli (burocratici, monetari, economici, procedurali) che si presenterebbero. Ma soprattutto, conviene? La risposta è più difficile: i remainer di stretta osservanza oscillano tra un sì perplesso e un no insicuro, mentre quelli come John Lloyd, giornalista scozzese – per anni in forza al Financial Times – non hanno dubbi. La risposta è no.

A suo avviso, ci sono una serie di ragioni. Le elenca, in mezzo ad excursus storici, analisi puntute e qualche scatto di nostalgia, nel suo ultimo volume “Should Auld Acquaintance Be Forgot. The Great Mistake of Scottish Independence” (edizione Polity) Ma le riassume anche per Linkiesta.

«Quelle principali sono tre», spiega. «La prima, è il fatto che il Regno Unito ha creato, negli ultimi tre secoli, una unione fiscale tra le quattro nazioni che lo compongono (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord). Questo significa, in pratica, che le regioni più povere, o quelle sottoposte a difficoltà, ricevono fondi statali a livelli maggiori rispetto alle altre. La Scozia ne beneficia: ogni anno le arrivano dal tesoro del Regno Unito almeno 10 miliardi di sterline in spese pubbliche extra. Per cui, ne deduco: tutti gli stati compiuti hanno una unione fiscale. Ora, la grande questione che sfida l’Unione Europea è proprio questa: la sua incapacità di formare una unione del genere. Ed è anche il motivo per cui sarebbe un grande errore, per i nazionalisti scozzesi, preferire l’Unione Europea al Regno Unito».

Ma ci sono anche questioni commerciali. «Con l’indipendenza la Scozia avrà un hard border, cioè un confine netto, con il resto del Regno Unito. Eppure più del 60% del suo export finisce proprio lì. Certo, in caso di secessione gli scambi continuerebbero, ma sarebbere molto impegnativi». E, ancora, «la Scozia e l’Inghilterra sono stati un unico Paese – anche se con nazioni separate – per più di 300 anni, dal 1707. Questo significa che si sono formati legami – famiglie, amicizie, matrimoni, ma anche partnership economiche e finanziarie – molto profondi. Se la Scozia diventasse indipendente sarebbero tutti messi a rischio». Separare le due economie «richiederebbe molto più tempo delle negoziazioni sulla Brexit: un affare molto più intricato. E i risultati sarebbero negativi per tutti, per il Regno Unito e soprattutto per gli abitanti della Scozia».

Ecco, la Brexit. Va ricordato che, nonostante gli incontri, i negoziati e gli accordi, in realtà è ancora tutto da concordare. Non ci sarà il “no deal”, ma il “good deal” sembra lontano. E il dubbio viene: alla Scozia converrebbe restare nel Regno Unito anche in caso di “bad deal” tra Londra e l’Unione Europea? «Sì. La Brexit funziona al contrario: rende ancora più difficile per la Scozia diventare indipendente, proprio a causa del confine. La Brexit è un caos, ma l’indipendenza significherebbe aggiungere altro caos». E peggiore sarà l’accordo tra Unione Europea e Londra, «peggiore sarà anche l’indipendenza scozzese». Tutto perché le due nazioni sono legate tra di loro in modo forse non indissolubile, ma solidissimo.

Eppure la visione di Lloyd è stata contestata da più parti. In particolare il Guardian fa notare che nel suo libro tratta con durezza le posizioni dei nazionalisti scozzesi, ma sembra invece molto più rispettoso nei confronti di quelli inglesi. Lui lo ammette. «Quello inglese è un movimento debole, del tutto diverso da quello scozzese o dai partiti nazionalisti dell’Europa continentale. Io sono “più tenero” verso gli inglesi confronti perché non vogliono spezzare il Regno Unito. E poi, nonostante il nazionalismo inglese venga descritto come una emanazione della destra estrema, non ci sono elementi che sostengano questa posizione. Esistono, certo, gruppuscoli razzisti e in qualche caso fascisti, ma sono piccoli e senza influenza».

Posizione che non metterà tutti d’accordo. Sugli scozzesi, poi, servono altri distinguo. Il nazionalismo scozzese «non è come quello espresso dal Rassemblement National in Francia, o da Alternative für Deutschland o da Fratelli d’Italia e la Lega. Anche solo per un motivo: loro vogliono l’indipendenza dal Regno Unito, gli altri invece vogliono cambiare il governo nei rispettivi Stati – nel caso di Lega e Cinque Stelle lo hanno anche fatto».

E poi l’ispirazione: «Lo Scottish National Party è e rimane, un partito liberale, soprattutto sul tema dell’immigrazione. Afferma pratiche e politiche di tipo liberali, soltanto – come tutti i partiti di questa natura – ha bisogno di un nemico. Non avendone uno storico (come la Turchia per la Grecia, o l’Austria e l’Italia, o la Polonia nei confronti della Russia o della Germania, fanno finta che l’Inghilterra si comporti come un Paese oppressore».

In questo senso ha un suo lato ridicolo, che arriva a esprimersi ai livelli di James Kelman, autore e scrittore scozzese anglofobo, tanto da non voler leggere romanzi e opere inglesi per non sostenerne, dice lui, la struttura di potere. Casi limite.

Altri osservatori fanno notare che, uscendo dall’Unione Europea, il Regno Unito non diventerebbe più indipendente, ma si avvicinerebbe agli Stati Uniti. «Non sono d’accordo. La Gran Bretagna non sarebbe più legata all’America di altri Paesi. E intendo, nel caso di noi europei, nel settore della difesa militare e in quello (almeno prima di Trump) della battaglia per i principi di governo democratico e della società liberale, oltre al fatto di essere in un grande mercato».

In questo senso, concede, «il Regno Unito avrà bisogno di un buon accordo con gli Stati Uniti – ma anche con ogni altro Stato». E se non sarà più un membro dell’Unione Europea – ed è un peccato – resterà sempre in Europa, come la Svizzera e la Norvegia.

Al momento tutti gli Stati europei, – così distende il ragionamento – « “dipendono” dall’America – ma da qualche tempo anche dalla Cina, e in misura sempre maggiore». E l’Italia, poi, « “dipende” dalla Germania. Visto che l’euro per i tedeschi ha funzionato bene e per gli italiani no, questo legame è diventato ancora più forte».

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