Protezione penaleArriva lo scudo per salvaguardare chi gestisce l’emergenza

Il decreto Cura Italia tutela «le condotte gestionali o amministrative» dei vertici e specifica che non sono loro attribuibili i problemi dovuti alla «proporzione tra risorse umane e materiali disponibili». I dottori rischiano invece di finire in tribunale

Mentre mezza Italia smadonnava sul portale dell’Inps, il Governo ha approvato un emendamento del Partito democratico al decreto Cura Italia con il quale si introduce una sorta di scudo penale per i medici e i sanitari impegnati negli ospedali investiti dall’emergenza coronavirus ma non solo. 

La protezione, tuttavia, e qui la cosa è una novità,  riguarda, secondo il testo presentato dal capogruppo Pd Marcucci, non solo le «condotte professionali» ma anche «le condotte gestionali o amministrative» purché non «sia stato accertato il dolo del funzionario o dell’agente che le ha poste in essere o che vi ha dato esecuzione».

L’emendamento approvato stabilisce la non punibilità in sede penale di «condotte sanitarie non caratterizzate da colpa grave consistente nella macroscopica e ingiustificata violazione dei principi basilari che regolano la professione sanitaria o dei protocolli o programmi emergenziali predisposti per fronteggiare la situazione in essere». Era stata presentata una ben più radicale proposta di totale immunità avanzata da Forza Italia, ma a Liberi e Uguali e Movimento 5 stelle deve essere sembrato troppo, per cui ci si è attestati sulla formula finale. 

Vediamo di capire il perché di questa iniziativa che probabilmente segnala un momento di difficoltà del governo. Dopo un’iniziale epopea di mobilitazione e resistenza, le crepe nell’umore della popolazione si avvertono a più livelli.

Con il solito fiuto (non sempre accompagnato da adeguato tempismo) Matteo Renzi ha individuato uno dei punti cruciali quando in un’intervista al Foglio ha dichiarato che «un paese che ha registrato un numero di morti così elevato come il nostro, diecimila e più, è un paese che ha il dovere, come minimo sindacale, di chiedere una commissione d’inchiesta per capire cos’è andato storto tra gennaio e febbraio. Che cosa non ha funzionato, chi ha fallito».

Gran parte del paese nutre ammirazione e gratitudine per il sacrificio di medici e degli infermieri, consegnato alla memoria da alcuni reportage sul campo, ma 12mila morti (conteggio destinato ad aumentare di altre migliaia) sono un bilancio troppo pesante che lascia rancori, amarezze, voglia di caccia al colpevole e di facili capri espiatori.

Un quadro efficace e attendibile lo fornisce una rivista straniera, la prestigiosa Harvard Business Review tramite un paper di tre docenti di management dell’università. Una caratteristica che potrebbe sembrare bizzarra ai nostri accademici ma che consente invece, col ricorso alla psicologia, a definire in modo convincente le cause del problema.

La colpa di una reazione lenta e con molti errori è da attribuirsi a un bias cognitivo, in sostanza a un errore di percezione collettivo in base al quale la classe dirigente di questo e di altri paesi (vedi Pedro Sanchez, Donald Trump e Boris Johnson) ha ragionato all’inizio dell’emergenza. Il meccanismo psicologico è conosciuto come «euristica dell’ancoraggio» definito mezzo secolo fa dai due psicologi israeliani Daniel Kahneman e Amos Tversky,  che vinsero il Nobel per l’economia perché i loro studi sugli errori cognitivi spiegavano in modo convincente l’origine degli errori nelle scelte di politica economica e finanziaria. 

La mente umana è tarata sull’errore, segue delle scorciatoie assolutamente irrazionali perché condizionata dalla memoria che ci “àncora” al ricordo alle nostre esperienze più immediate.

Il mondo davanti all’epidemia si è fermato all’idea che fosse un’influenza perché la memoria collettiva era deviata dai ricordi più recenti come la Sars di effetto assai contenuto e questo abbaglio, istintivo e condizionante, ha determinato una catena di errori. 

Come osservano gli autori del paper della Harvard Business Review, la risposta nel campo prima politico e poi sanitario è stata tardiva e ha determinato una rincorsa affannosa al virus senza che si assumessero da subito in sede politica e amministrativa iniziative drastiche che invece si sono confusamente sovrapposte dopo che la pandemia si è propagata.

La catena degli errori dal vertice si è trasmessa alla base, sul fronte del pronto soccorso degli ospedali come quelli di Codogno e di Alzano dove si sono ammassati decine di pazienti senza che esistessero per i sanitari linee guida aggiornate da seguire.

In questa atmosfera, col personale sottoposto a uno stress cui molti non erano preparati, con turni massacranti e carenza di posti, gli errori e i ritardi sono stati inevitabili (si pensi ai focolai di contagio), come inevitabili sono state le scelte drammatiche sui pazienti.

Un intervento legislativo che tenga conto di ciò è certamente giusto e doveroso, a fronte di allarmanti segnali che si sono manifestati tramite sciacallesche offerte di “assistenza legale” senza anticipo spese che imperversano già sui social e che hanno portato a segnalazioni al Garante della  concorrenza di diversi Ordini forensi.

Come ha scritto Antonio Galletti, presidente degli avvocati romani, la maggior parte di tali offerte viene avanzata da false associazioni o onlus senza alcuna garanzia professionale per gli utenti.

Di pari passo sono sorte iniziative per denunciare il governo e i responsabili amministrativi per una reazione considerata piena di errori e insufficienze.

Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare del centrodestra, ha parlato di oltre mezzo milione di adesioni alla sua denuncia contro il premier Giuseppe Conte. 

La presentazione dell’emendamento Marcucci va, dunque, nel senso di fornire una protezione non solo ai medici ma anche ai responsabili gestionali della crisi. La tutela però introduce un’assai blanda protezione per i medici perché ricalca la disciplina già esistente nel codice penale, mentre la vera novità è la protezione fornita ai burocrati e ai dirigenti amministrativi. 

Cosa che fa sospettare che il vero scopo della norma sia quello di tutelare la direzione politica e gestionale dell’emergenza coronavirus. Già oggi la responsabilità dei medici in sede penale è limitata ai casi di colpa grave che secondo la Corte di Cassazione riguardano errori inescusabili, laddove la semplice imperizia nell’esecuzione di un intervento adeguato alla patologia, ma sbagliato nell’esecuzione, esclude ogni forma di reato, salvo il diritto a un eventuale risarcimento in sede civile.

Nei giorni scorsi uno dei giuristi più accreditati in tema di responsabilità professionale, Cristiano Cupelli, docente di Diritto Penale all’Università di Roma Tor Vergata, aveva avanzato una ben più articolata proposta di estensione della tutela penale per il personale sanitario che arrivasse a coprire non solo la violazione di regole o di protocolli cautelari ma anche «la possibile contestazione del delitto di epidemia colposa nei riguardi del medico costretto a operare in assenza di adeguati presidi protettivi». Ovvero ciò che si è verificato negli ospedali di Codogno e si Alzano.

Invece nulla di tutto ciò: per i medici è tutto come prima (cioè molto incerto) mentre la tutela penale viene introdotta per «funzionari ed agenti» responsabili di «condotte gestionali o amministrative poste in essere in palese violazione dei principi basilari delle professioni del Servizio sanitario nazionale».

Anzi si specifica, con un occhio di assoluto riguardo, che non sono a loro attribuibili come colpa grave i problemi dovuti alla «proporzione tra risorse umane e materiali disponibili», probabilmente con riferimento alle introvabili mascherine. 

Il tempo potrà dire se ciò sia stato fatto con una certa preveggenza per tutelare i vertici politici e amministrativi di una battaglia condotta con molte incertezze, ma la cosa certa è che per i medici e per il personale sanitario cambierà poco: dovranno assogettarsi esattamente come prima della pandemia a processi penali e alla contrastante giurisprudenza in materia che, a distanza di anni dal cambio della legge, non ha trovato un accordo sul concetto di colpa grave.

Se si fosse voluto tutelare veramente il personale sanitario si sarebbe dovuta inserire una clausola analoga allo scudo penale previsto per gli amministratori di Arcelor Mittal dell’ex ILVA di Taranto o più semplicemente una scriminante come quella che rende non punibile chi reagisce per legittima difesa all’ingresso di estranei nella propria abitazione. O, a dirla tutta, bisognava avere il coraggio di un’amnistia  eccezionale che sanasse gli eventuali reati commessi nelle condizioni di precarietà in cui hanno agito i medici (e solo loro) nelle zone rosse. 

La storia di questo paese ricorda il coraggio di Palmiro Togliatti che cancellò i reati legati alla lotta contro il fascismo e al periodo della dittatura, ma non è un caso che quello fosse un governo di coalizione nazionale, non uno di semplice maggioranza alle prese con una situazione troppo più grande dei suoi mezzi e per questo incapace di proteggere non solo i generali ma anche i fanti in prima linea.

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